Viagra Boys @ Teatro Centrale [Roma, 30/Novembre/2021]

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I Viagra Boys sono gli alfieri del post-punk svedese. Il sestetto si è formato a Stoccolma nel 2015 ed è attualmente composto da: Sebastian Murphy alla voce, Oskar Carls al sassofono, Tor Sjoden alla batteria, Elias Jungqvist alle tastiere, Henrik Hockert al basso e un chitarrista di cui ignoro il nome, che ha sostituito Benjamin Vallé, morto poco più di un mese fa, ma che già da qualche tempo non si esibiva più con la band. Hanno all’attivo tre EP, una session live e due album in studio, tutte pubblicazioni assolutamente valide. La loro ultima fatica “Welfare Jazz” viene considerata da molti come una delle migliori uscite di questo strano 2021. Il disco gode di una produzione “più attenta” rispetto al passato e il loro suono non è più caratterizzato solo dai tipici bordoni noise che sostengono le liriche intrise di sarcasmo e black humor di Murphy, ma anche da una maturità stilistica e compositiva del tutto sorprendente. All’interno troviamo non solo i classici rimandi ai The Fall, ma una lettura in chiave moderna e attuale degli stilemi post-punk, abbracciando riferimenti ben più ampi, pur senza rinunciare all’attitudine giusta. Personalmente però continuo a preferire la causticità dirompente dell’esordio “Street Worms”. La stessa componente che di certo non mancherà dal vivo. “We’re coming to kiss you”, questa la frase con cui sugli account social della band veniva annunciato il tour europeo, schedulato a cavallo della fine del 2021 e l’inizio del 2022. Le date italiane sono tre, tutte rigorosamente sold out. Quella romana è nel mezzo, dopo Bologna e prima di Milano. La location scelta è il Teatro Centrale, a due passi da Piazza Venezia, la venue che non ti aspetti e che di solito ospita altro, ma che stasera riuscirà a mitigare dignitosamente il freddo rigoroso che sferza la città.

La sala si sta ancora riempiendo, quando alle 21:15 le Automatic prendono posto on stage. Si tratta di un trio femminile proveniente da Los Angeles, formato da: Izzy Glaudini alle tastiere e alla voce, Lola Dompè alla batteria e alla voce e Halle Saxon Gates al basso, con le due cantanti che si alternano di brano in brano e occasionalmente anche durante lo stesso. Hanno pubblicato il loro album d’esordio “Signal” per la Stones Throw Record nel 2019. Nonostante le premesse con cui si presentano, in concerto risultano più indie-wave che post-punk. Nella mezz’ora a disposizione presentano una manciata di brani dalla ritmica minimalista e dal synth dal suono grosso. La performance che ne deriva non mostra picchi particolari, anzi suscita più di qualche remora anche dal punto di vista tecnico, tanto che ci si chiede il motivo della loro scelta come band di supporto nell’intero tour. Forse il momento più memorabile di questa esibizione è stato l’augurio di buon compleanno che la tastierista ha rivolto alla batterista, con tanto di “Happy Birthday” cantato da tutti e torta con candelina accesa, che un rodie ha portato prontamente in scena. Il cambio palco non fa che catalizzare l’energia di fine attesa.

Sono dieci i minuti dopo le 22:00, quando l’ingresso dei Viagra Boys viene accolto da un boato assordante. Le note di basso che introducono “Research Chemicals” hanno l’effetto di una scossa tellurica. Si tratta del loro biglietto da visita migliore, il brano che apriva il loro EP d’esordio di cinque anni fa e che sovente apre anche i loro concerti. Il ballo è istantaneo ovunque, così come il pogo e il crowd surfing nelle prime file della platea, che si protrarranno per tutta la serata. Murphy si toglie la maglietta dopo neanche due minuti contati, mostrando i numerosi tattoo che gli ricoprono il corpo. Canta scalzo, con le scarpe riposte ordinatamente vicino la cassa della batteria. Si butta per terra e si contorce, ma non toglie quasi mai gli occhiali da sole. Che personaggio! Si dimena con strafottenza e ironia. La ritmica è pulsante e incisiva, così come i contrappunti tra il Korg, il Moog e il sax. Un inizio clamoroso. Urla un grazie in italiano e riceve come risposta un daje in coro! “Ain’t Nice” è uno dei brani di punta dell’ultimo album e il pubblico la canta a squarciagola, così come apprezza la seguente “Slow Learner”, che si compie in un’orgia di suoni e che viene presentata da Murphy, mostrando sconsolato le dimensioni della propria pancia, tra lo stupito e lo stupido. “Just Like You” è uno dei picchi della serata, in cui si rallenta l’incedere, ma non l’intensità. Con “6 Shooter” riparte la bolgia. Si tratta di uno strumentale che nel mezzo ascende in una sospensione di solo sax, per poi riproiettarsi di slancio verso l’infinito e concludersi in un trionfo stridente. Purtroppo l’acustica non è delle migliori, ma questo non risulterà un handicap gravissimo per l’esito della serata, se non fosse per la voce rotta e impostata di Murphy che perde molte delle proprie sfumature. “Secret Canine Agent” ha un incedere più sincopato rispetto alla versione in studio ed è il brano più breve della scaletta. Non c’è tregua e quando parte “Down in the Basement”, Murphy si accende una sigaretta sul palco continuando a ciondolare, mentre il tastierista suona le percussioni. “I Feel Alive” è un blues malsano almeno quanto convincente nel suo sviluppo lisergico. “Toad” viene introdotta da un solo di sax reverberatissimo e si esalta mettendo in evidenza il synth. Murphy si lancia in una danza, prima di stendersi sulla cassa spia e sfiorare le mani di alcuni astanti della prima fila. Sono incisivi, fisici e divertenti, così come il pubblico presente, che non smette mai di incitarli. Da tempo non vedevo una partecipazione di queste dimensioni, come se buttarla in caciara fosse un obbligo e nessuno avesse intenzione di tirarsi indietro. “Worms” abbassa gli animi ma non li spegne affatto, mentre “Sports” raggiunge l’apoteosi, con la platea che esplode in maniera definitiva. Non contento Murphy annuncia l’ultimo brano e chiede a tutti di partecipare ancora di più. Parte una versione lunghissima di “Shrimp Shack” in cui volano letteralmente gli stracci, con oggetti e indumenti lanciati sul palco e Murphy che recupera un paio di occhiali e tenta senza successo di aggiustarli e inforcarli. Il brano è il topic dell’intera performance, con un inserto dal sapore no wave immerso in un proto punk dagli ampi margini, che fonde elementi di psych e dance, punk e funk, in quella parola post, il cui significato è ben più di un concetto attitudinale. Si chiude così, senza bis e senza fronzoli, dopo 85 minuti di delirio sonico e con il pubblico, che non pago, ma assolutamente entusiasta, li richiama invano, a lungo e a gran voce.

Cristiano Cervoni
****1/2

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