The Queers @ Freakout Club [Bologna, 21/Aprile/2022]

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Non mi piacciono i The Queers. Eppure è la terza volta che li vengo a vedere. Non mi piacciono molto su disco e tanto meno dal vivo; le due volte che li ho visti gli ho sbadigliato in faccia. Mi annoiano. Eppure sono qui. Come un soldatino al fronte, a rispondere “ci sono anche io, motherfuckers, quando si inizia?”. E’ un anno che non vado a un concerto dal vivo, più di due che non vedo un concerto punk rock. E cosa sono i The Queers se non il surrogato del punk rock, del ramonescore-di-sta-beata-minchia? E quindi sono presente. Mi farà bene, me lo sento. Ho scorie da smaltire, burnout da far rilucere. Voglio vedere delle magliette a strisce, dei cappellini e dei bassi a livello delle ginocchia e voglia di cantare “oooohhhhh” ad ogni canzoncina. Questi giorni ho provato a ripassare i dischi vecchi e nuovi con grande entusiasmo. Oh, volevo essere professionale e ricordarmi le canzoni. I nuovi li ho scartati, zero, madre santa che piattume. I vecchi, beh dai qualcosa di fascinoso lo hanno ancora e se han fatto la storia della Lookout Recs un motivo ci sarà. Non ce l’hanno fatta a fare il botto come i Green Day solo perchè troppo cretini. Per loro è un complimento. Ci avessero creduto di più chissà… In ogni modo la band meno pretenziosa del mondo con i titoli più ritardati che si possano immaginare (ricordiamo le hit senza tempo “I Cant Stop Farting”, “Ursula Has Finally Tits”, “I Didn’t Puke”, “Born To Do Dishes” “Fanculo a Tutti”) festeggia i 40 anni (40?!?!?!?!) di attività e si sobbarca un bel tour mondiale per ribadire che se esiste un certo tipo di punk rock melodico un po’ di merito è anche loro. Concerti a Bologna per me vuol dire Freakout. Eccomi allora, due anni e mezzo dopo, do il cinque a tutti e saluto tutti. Bugie, non mi caga mai nessuno come sempre. E’ giusto così. Che è sta confidenza in fin dei conti? Chi mi conosce? Sono solo 10 anni che vengo. Piano piano mi farò degli amici. Non è completamente pieno il Freakout ma un centinaio di persone hanno deciso che era bello esserci nonostante l’unico giorno di pioggia battente dopo quattro mesi di arsura e siccità. Della band originale è rimasto solo il cantante Joe “Queer” King, gli altri membri sono comparse, dei giovanotti universitari che hanno il piacere di suonare le canzoni dei loro beniamini. Sono le 23 quando Joe Queer, con immancabile cappellino da baseball, sale sul palco e dà il via ai bagordi punk rock con il super classico “Tamara Is A Punk”. Furbacchioni i The Queers, brano migliore non poteva esserci per far battere il cuore a noi tutti. Una buona scelta, lo ammetto, ma adesso vediamo come ve la cavate. Invece se la sono cavata questa volta, finalmente. Pochissime le pause in un’ora tiratissima di concerto dove per mia fortuna hanno abolito quelle inutili ballate con cui farciscono i loro dischi sperando in una “When I Come Around” che mai arriverà. I brani sono stati acciuffati quasi solo dai vecchi dischi degli anni ’90 (se proprio dovete conoscerli date un ascolto ai titolatissimi “Punk Rock Confidential”, “Love Song For The Retarded”, “Don’t Back Down” e “Pleasant Screams”). Ne esce un concerto bulimico dove ti trovi a cantare quello che vergognosamente hai sempre sognato di cantare e poi a volerne sempre di più. Canto anche quelle che non conosco, tanto sono tutte uguali no? Le melodie vocali di Joe sono viscerali e spopolano incontrastate, rimbalzando sui corpi in movimento che cercano di fare stage-diving. Impossibile resistere alle tette di Ursula, al coretto di “Fuck The World” o alla melodia di “Like A Parasite” e a quel gioiello di “Teeneage Lobotomy”. Ma al di là delle canzoni il concerto è stato autosufficiente, si è auto alimentato con dei brani oggettivamente belli per il genere e con un pubblico in calore che ha onorato la band del New Hampshire come degli eroi di un movimento che continua ad emozionarmi (maledizione l’ho detto!). Riescono persino a trovare spazio due cover, “Cindy’s On Methadone” degli Screeching Weasel e “KKK…” prima di arrivare al gran finale con l’esistenziale “(Yummy Yummy) Punk Rock Girls” e poi l’ambivalente “Fuckface” dove persino io mi lascio andare e batto le mani. Dopo 50 minuti in cui abbiamo cantato quasi solo versi tipo “fuck you motherfucher” (noi li abbiamo cantanti a loro e loro a noi amandoci reciprocamente) si chiudono i battenti con “I Wanna Be Happy” all’insegna dell’happy ending, un brano 100% Queers cioè dove i Beach Boys scodinzolano le loro melodie in comitiva assieme a quelle dei Ramones. Mi piacciono i The Queers. Stasera sì. Domani forse.

Dante Natale