Ron Gallo @ Villa Ada [Roma, 26/Luglio/2021]

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Il concerto che non ti aspetti. Quello in cui ti imbatti quasi per caso e poi andando via ti rendi conto che invece ti ha svoltato la serata. Questo è stato il live di Ron Gallo di ieri a Villa Ada. Conoscevo il ventinovenne di Philadelphia soprattutto grazie a “Heavy Meta”, l’ottimo album del 2017 tra art rock e garage punk, che lanciava brillantemente la sua carriera solista dopo la fine dell’esperienza con i Toy Soldiers. Il seguente “Stardust Birthday Party” del 2018 spostava i suoni più in territori new wave e post punk, con alcuni brani ottimi, ma dai risultati meno folgoranti. Lo stesso discorso vale per “Peacemeal”, pubblicato nel marzo di quest’anno dalla New West Records come i precedenti e dove trovano spazio alcuni brani più pop, con derive anche neo-soul e R’n’B. Un personaggio musicalmente eclettico e amabile guascone, che trova nella dimensione live il suo ambiente più congeniale. Inoltre possiede anche una buona padronanza tecnica alla chitarra e una voce assolutamente versatile, capace di muoversi con facilità dal rock dall’atteggiamento più cockney, a brani con soluzioni decisamente più raffinate. Il tutto unito a una sana dose di ironia e a quella leggerezza classica di matrice statunitense. Sul palco di Villa Ada oltre a Ron Gallo alla chitarra e alla voce ci sono Josh Freeman alla batteria, Daniele Rossi alla chitarra e Chiara D’Anzieri al basso e ai cori. L’indisponibilità annunciata nei giorni scorsi degli Underground Youth (recupereranno il 13 agosto) fa slittare l’orario d’inizio consueto, lasciando maggiore spazio alle ottime selezioni musicali di Elvis Delmar. L’area concerti si apre alle 22:00 con Chickpee, ovvero il progetto solista della D’Anzieri, che si avvale infatti degli stessi musicisti della band, con la sola differenza di scambiarsi con Gallo ruolo e strumenti, lui al basso e lei chitarra e voce. Una mezzora con cui la giovane songwriter ci presenta alcune composizioni fresche di lockdown, che oscillano tra folk, pop e rock d’autore, risultando assolutamente gradevoli e ben eseguite, soprattutto a livello vocale. Oltre questo va notata un’ottima presenza scenica e una simpatia davvero contagiosa nell’aneddotica che accompagna i brani. Il cambio palco è una formalità, se non corrispondesse anche ad un cambio d’abito collettivo. Gallo risulta spassoso soltanto a vedersi: alto e dinoccolato, jeans lunghi ma non oltre la caviglia, sneakers e calzini bianchi, t-shirt arancione, berretto e smanicato da pescatore. Si sarà fatto ispirare dalla presenza del lago.

L’assalto punk rock di “Please Yourself” rompe gli indugi è cattura subito il favore dei presenti. Un pubblico non particolarmente numeroso, ma assolutamente partecipe e curioso. La setlist scorre piacevolmente, muovendosi tra il sapore tardo seventies di “Put The Kids To Bed”, per poi sfociare nel pop raffinato di “Wunday (Crazy After Dark)”. Una nota di merito anche per l’hip hop leggero e gonfio di soul di “Easter Island”, oppure per il rock elettrico da college a stelle e strisce di “Don’t Mind The Lion”. Il pensiero allora corre a quanto ci sia voglia oggi di ascoltare un buon concerto rock e di quanto ci sia ancora bisogno di chitarre. Prima di abbandonarsi al pop contagioso e all’andamento scanzonato di “Hide (Myself Beyond You)”, ringrazia i presenti di essere venuti e sottolinea la difficoltà di esibirsi in questo periodo di pandemia e restrizioni. Quindi è la volta del soul sincopato e confidenziale di “Please Don’t Die”, seguito da “Young Lady, You’re Scaring Me” che sembra un buon ibrido tra i Modern Lovers e i Dream Syndicate. Il brano è accolto da un boato fin dalle prime note e la gente si alza in piedi, cominciando a ballare sul posto e lasciandosi conquistare da un ottimo assolo finale di chitarra. C’è spazio anche per qualche breve e spassoso siparietto con un avventore del pubblico, intenzionato a manifestare a gran voce la propria soddisfazione. “It’s Gonna Be OK” ha come coda un’improvvisazione strumentali che va dal caraibeggiante al jazz. Quindi è la volta di “Can We Still Be Friends” con il ritornello cantato a due voci all’unisono, seguita da “Always Elsewhere”, energico post punk introdotto dalle note di basso e ispirato agli Wire e ai Gang Of Four. Ormai sono tutti in piedi. A questo punto tenta un saluto in italiano uscito anche discretamente bene e annuncia gli ultimi due brani. Il primo è “Temporary Slave”, una ballad psichedelica e delicata. Il secondo è il gran finale con “All The Punks Are Domesticated”, forse il brano migliore del lotto, articolato e ben suonato, con un crescendo conclusivo entusiasmante. Quindi lancia una reprise improvvisa e bella tirata, che prende quasi di sorpresa persino i suoi compagni sul palco. Chiudono, ringraziano e vanno via, richiamati a gran voce dal pubblico. Indugiano ma risalgono, spiegando di non avere altri brani pronti (Rossi sostituisce il secondo chitarrista ufficiale della band che non è potuto venire in tour all’ultimo momento e quindi hanno solo i sedici pezzi della scaletta pronti), ma la richiesta è tale da provare a fare qualcosa all’impronta. Così la scelta cade su l’energica “Poor Traits Of The Artist”, che godrà di un’esecuzione più che dignitosa, con la D’Anzieri che segue Rossi durante gli stacchi e nella successione degli accordi. Ora si chiudono davvero i 75 minuti del live, con lui che accenna per scherzo il ritornello di una nota hit internazionale del momento. Salutano e vanno via, con il pubblico che indomito continua a richiamarli senza sosta, ma questa volta senza avere successo.

Cristiano Cervoni
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