ON: Adriano Viterbini – Ice One – Riccardo Sinigallia@ Villa Ada [Roma, 3/Agosto/2021]

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Evento gratuito a prenotazione questa sera a Villa Ada. Il protagonista è un progetto apparentemente sui generis, di quelli intellettuali e concettuali che spesso sono a forte rischio di tenuta del fruitore, ma che desta curiosità per il carisma e la credibilità dei musicisti che ne fanno parte. Stiamo parlando del talentuoso cantautore e produttore Riccardo Sinigallia, del DJ, beat maker, produttore e legenda hip hop Ice One e del virtuoso chitarrista rock blues Adriano Viterbini. La performance consiste nel mettere i musicisti al centro di uno spazio, con una strumentazione composta da synth modulari, giradischi, chitarre e microfoni. Dietro di loro viene posta un’istallazione di schermi su cui proiettare in alternanza le immagini delle mani che suonano in tempo reale gli strumenti e diverse rappresentazioni grafiche del suono, generate da oscilloscopi e analizzatori di spettro posti sul palco, anch’esse riprese e montate all’impronta con una regia video. Un’improvvisazione pura e trasversale che all’occorrenza (dove è possibile e quindi non nel caso di questa sera), prevede anche l’interazione con le persone in sala. Lo scopo e una ricerca collettiva di una vibrazione assoluta, che esuli dai virtuosismi in sé, ma che si compia come atto emotivo unico e irripetibile, in quanto basato sulla situazione fisica, contestuale e umorale di quel preciso momento. L’apertura è affidata alla giovane artista pop italiana di origine capoverdiana Sherol Dos Santos. La giovane musicista ha un’ottima voce e una buona estensione timbrica. Viene accompagnata solo da un pianista (di cui non sapremo il nome) e ospita Diego, un suo amico cantante, in due dei sei brani presentati. Gioca in casa e si vede, anche per l’emozione che traspare dalle sue parole in sede di presentazione dei brani. Chiude un set molto generoso, seppure apparentemente avulso dal resto della serata, con una buona interpretazione dell’immarcescibile “Imagine”.

Alle 22:35 i tre musicisti salgono sul palco. Sono disposti uno a fianco all’altro sul fronte della scena e hanno due schermi immediatamente alle loro spalle, uno più grande dritto, con a fianco l’altro più piccolo disposto leggermente inclinato. Nel loro spazio d’azione vengono disposte sette telecamere. Tre inquadrano fisse gli oscillatori grafici personali dei musicisti, altre tre la loro strumentazione comprese le mani che eseguono i suoni e una mobile d’insieme. Ice One si trova alla nostra destra. Ha una grande consolle midi e un PC. Il suo compito sarà quello di aggiungere la componente hip hop della performance, tra scratch e loop campionati di basi e voci, remixandoli all’occorrenza in tempo reale. Riccardo Sinigallia è al centro, chino su una tastiera e un trionfo di synth e sequencers modulari, oltre a un microfono su cui saltuariamente filtrerà qualche voce. Adriano Viterbini è alla nostra sinistra. Adopererà due chitarre, una elettrica e l’altra acustica tradizionale africana dal nome “ngoni”. Ne filtrerà il suono attraverso un synth analogico vintage (il precursore del sistema midi) e ne arricchirà i suoni attraverso diversi effetti, che convoglierà in un piccolo amplificatore per chitarra posto al suo fianco. Non hanno casse spie, ma solo due side posti lateralmente per un ascolto d’insieme. La performance consiste in un’unica suite dalla durata variabile, che nel nostro caso consisterà di quasi novanta minuti. All’interno troveremo buona parte dello scibile elettronico di nostra conoscenza e concezione. Si parte dall’esperienza riconducibile al krautrock e allo space rock degli anni settanta, passando per la sperimentazione elettro acustica degli anni Zero, fino ad accennare alla trance degli anni Novanta. Dall’elettronica colta, alle influenze etniche medio orientali, fino alla break beat e anche un pizzico di cassa dritta. Tre scuole a confronto con le proprie influenze e il proprio gusto, che convogliano in un viaggio personale e collettivo. La musica si compie in un flusso di coscienza continuo e mutevole, crescente e stratificato in piccole e significative variazioni, sia nell’aggiungere che nel togliere elementi sonori. Il risultato a volte è ipnotico e ossessivo, ma mai eccessivamente scuro, in altre invece l’atmosfera si fa più rarefatta e cerebrale. Il tutto è ben amalgamato e anche quando dà l’impressione di smarrirsi, ritrova subito la retta via, grazie anche all’uso dei visuals che alleggeriscono l’impatto dei drones. Una performance tra rumore e melodia, avvolgente e immersiva, che al termine raccoglierà i meritati applausi del pubblico.

Cristiano Cervoni
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