Julie’s Haircut + C’Mon Tigre @ Villa Ada [Roma, 01/Agosto/2021]

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Doppio concerto di grandi aspettative quello in programma questa sera a Villa Ada. Di scena due tra le migliori band italiane in circolazione, emiliane di provenienza, ma dalla prospettiva e dall’attitudine assolutamente internazionale. I primi ad esibirsi sono i Julie’s Haircut e il loro è di fatto il recupero della data rimandata a giugno. Forse stavolta ci è andata anche bene. Il quintetto è formato da Nicola Caleffi e Luca Giovanardi alle chitarre elettriche, al synth e alle voci, Andrea Rovacchi al moog, all’organo e agli effetti elettronici, Andrea Scarfone al basso elettrico e Ulisse Tramalloni alla batteria. Caleffi e Giovanardi guidano la band dal 1994, intraprendendo un lungo e lodevole viaggio sonoro che parte dal garage rock degli inizi e si evolve verso lidi sempre più sperimentali e lisergici. Una lunga carriera in cui hanno cambiato formazione, modificato suoni e realizzato diversi dischi per etichette italiane importanti come Gamma Pop, Homesleep, A Silent Place, Woodworm e 42 Records. Un percorso virtuoso che li ha portati a pubblicare gli ultimi due album per la prestigiosa label britannica Rocket Recordings. Una garanzia di qualità nel mondo della psichedelia. Alle 21:30 la band sale sul palco. “Year Of The Ox” mette subito le cose in chiaro. Un mantra avvolgente di oltre dieci minuti dalla ritmica pulsante, delay e reverberi profondi, voci effettate, moog e synth, che fanno da contrappunto alle sferragliate delle chitarre elettriche. Il decollo è istantaneo, grazie anche al gioco di luci e alle proiezioni alle loro spalle. “Gathering Light” parte con l’organo, ha un incedere deciso e offre bordate di fuzz e wah wah, mentre Caleffi canta con una voce che sembra eterea. “Until The Lights Go Out” è cantata da Giovanardi. Il brano è teso e incalzante, abrasivo negli accenti e ossessivo nella ritmica, mentre sullo schermo scorrono immagini fantasy horror. “Pharaoh’s Dream” ha un’apertura di batteria tribale e si apre ad un approccio tra il mistico e il post punk. Le voci si intrecciano, così come gli incisi esplosivi delle chitarre. “Emerald Kiss” è introdotto da un lungo feedback. Caleffi e Scarfone si scambiano lo strumento e Giovanardi riprende la voce solista. Il brano è uno psych rock ruvido e malato, qualcosa tra i primi Black Angels e i BRMC. “The Fire Sermon” è il loro omaggio al krautrock. Caleffi torna alla voce ma resta al basso e Scarfone suona una tastierina. Uniscono il motorik dei Can, all’energia dei Guru Guru e allo space rock dei Neu!, piazzando un’esecuzione di altissimo livello. E pensare che poco prima Giovanardi, salutando il pubblico, aveva detto che non suonavano da un anno e temevano di essersi arrugginiti. Per eseguire “Orpheus Rising”, Caleffi si siede all’organo, Rovacchi si dedica al moog e Scarfone torna al basso. Giovanardi canta con una voce piena e l’effetto doppiato. Sullo schermo due ombre danzanti si muovono sinuose. Sull’apertura psych funk della chitarra col wah wah, c’è chi si alza in piedi e prova a ballare sul posto. “Sorcerer” si apre in un tripudio di synth, moog e batteria, senza basso né chitarra. Sembrano i Suicide che flirtano con il Moon Duo. Quando Giovanardi imbraccia la chitarra innesca un crescendo notevole, che si compie ascensionalmente generando un’orgia elettrica che viene interrotta bruscamente nel finale, ricevendo un bell’applauso spontaneo e convinto del pubblico. Quindi salutano e annunciano l’ultimo brano. “Lord Help Me Find The Way” è un bel blues asciutto e indolente che si insinua tra le pieghe dei pensieri di chi ascolta, prendendoli per mano e portandoli con sé. Un’ora di performance davvero notevole, con la consapevolezza che siamo solo a metà di una grande serata.

I C’Mon Tigre sono un duo di grande talento e sintomatico mistero. Per loro l’identità personale non deve in alcun modo condizionare quella del progetto. Una formazione che diventa collettivo ampio e mutevole in base alle esigenze espressive. Il loro suono fa largo uso di strumentazioni vintage e spazia dalla world music, all’ethno jazz, dal folk alla psichedelia, utilizzando soluzioni elettroniche e mantenendo un retrogusto ampio e progressivo. In poche parole un fulgido esempio di contaminazione e libertà espressiva. Il loro bacino d’influenze converge nel Mediterraneo, lambisce le coste dell’Africa e si avventura nel deserto. Ha una forte componente cinematografica e un respiro profondo, gioca con il magnetismo della malinconia ed evoca immaginari onirici. Caratteristiche che rendono la loro forma canzone del tutto personale, raffinata e affascinante. Hanno due album all’attivo, l’omonimo esordio del 2014 e quel “Racines” del 2019, che a più di qualcuno ha fatto gridare al miracolo. Dal vivo li avevamo lasciati alla data romana di presentazione del disco, circa due anni e mezzo fa. Alle 22:45 fanno il loro ingresso sul palco i due leader, uno alla chitarra, al moog e alle voci filtrate e l’altro alla voce principale al talk box, al synth e al campionatore. “Rabat” da inizio all’esibizione e funge anche da introduzione ai quattro musicisti che li accompagnano in tour: un batterista, un vibrafonista e due al synth, cori e fiati, uno tromba e flicorno, l’altro al sax baritono e al flauto. “Fan For A 20 Years Human Being” è un afro jazz dall’andamento sincopato con un bel lavoro di cori e fiati. Il fondale sul palco è scuro, le luci sono per lo più d’atmosfera e loro sono disposti a semicerchio. “Raicines” è un ethno tribale dal sapore elettrico, con il cantante che gioca con il campionatore e i fiati che battono le mani a tempo evidenziando i cambi di ritmo. “Commute” gioca con assonanze e dissonanze e continui cambi di struttura e atmosfera. Mischia jazz e psichedelia, il folk lisergico della chitarra, con il campionatore e i synth che filtrano le melodie dei fiati e dilatano lo spazio. Bello il cambio quasi break beat con il drumming digitale raddoppiato e unito a quello acustico, che si apre ulteriormente nel solo di tromba e l’incedere finale del vibrafono. “Underground Lovers” suona molto afrobeat nella ritmica, ha un tappeto di fiati effettati, voce filtrata e un bel solo di chitarra dai timbri arabeggianti. Grande arrangiamento e applausi meritati. “808” mostra un andamento ipnotico e viscerale, fiati all’unisono, ritornello sospeso e melodie afro jazz. Bello il lavoro del vibrafono, gli inserti elettronici e la prepotenza del moog nel finale. “Behold The Man” offre soul e r’n’b moderno e destrutturato e riceve ancora applausi. Dal pubblico qualcuno grida: “Daje Tigre!” “Paloma” rimane in territori di neo soul e futurismo e fa muovere più di qualche testa, che ondeggia compiaciuta dalla propria seduta. “Gran Torino” è un afrobeat filtrato in un mercato mediorientale, alla presenza degli alieni. “A World Of Wonder” è una composizione densa e stratificata tra ethno jazz e chitarra afrobeat, con un crescendo irregolare col baritono e il flicorno, il vibrafono e il basso synth. Sembra finire ma ha una coda electro a base di synth, moog, percussioni, flicorno e flauto, cambi di ritmo e finale quasi pitchato. “Quantum Of The Year” è un soul gradevole che si apre con vibrafono e cori, la voce è effettata e confidenziale e il finale ha un dinamismo sorprendente. “Guide To Poison Tasting” è classe pura e sfoggia un finale electro del tutto inusuale. “Building Society” e un folk blues di matrice araba, con i cori e una coda strumentale di ampio respiro. A questo punto salutano ringraziano e vanno via prima di essere richiamati a gran voce per il bis. Risale il flautista e esegue una lunga introduzione solista che di fatto introduce i suoi sodali e lancia una bella versione di “Mono No Aware”. Il gran finale è per “Federation Tunisienne De Football” che seppur più veloce non perde neanche una briciola del suo fascino ed è accolta come una vera hit. Finisce così la performance tra gli applausi generali e gli inchini dal centro del palco. Cento minuti di grande spessore artistico.

Cristiano Cervoni
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