Go Go Bo Festival @ Parco Ponte Lungo [Bologna, 4/Luglio/2021]

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Quasi due anni senza musica dal vivo per me; non c’è bisogno di esprimere la mancanza di questa sensazione, la conoscete tutti. Meglio dimenticarla. Ma anche due anni senza scriverne. E allora giù a scartabellare tra gli eventi il primo concerto da seguire. Riesco a trovarne uno che mi interessi nell’estate bolognese con l’evento del Go Go BO “Mi ritorni in mente” che si svolge lungo due giornate in un parco alla periferia della città. Una birra in un bicchiere di plastica trasparente e mi sento già rinato. Lo spazio è davvero bellino, con due palchi, uno coperto e uno scoperto. Nello spazio al coperto è possibile seguire addirittura i concerti sui divani. Assisto al Day-2. Inizio con i bolognesi LaPara autori al momento di un EP dal titolo ‘Tutti Gli Animali Del Mondo’. Prestazione più che onesta, pop lascivo e fluido. Si fa apprezzare la cantante per come sta sul palco ma la band tutta si esprime compatta e pur essendo nati da poco sono riusciti a convincermi con le loro melodie un po’ dolci un po’ amare. A seguire intermezzo gustoso, la presentazione del libro su I Camillas. Mirco “Zagor” Bertolucci, uno dei membri fondatori, come penso tutti sappiate, nell’aprile di un anno fa è stato portato via dal Covid, ma stasera l’altro membro originario Ruben è qui per raccontare un po’ di storie sul gruppo tratte dal libro, evitando toccanti malinconie. Con chitarra acustica e una viola da gamba suonano anche quattro brani dal repertorio tra cui “Sbranato” e “La Canzone Del Pane” a cui lego il mio ricordo più dolce quando ascoltai quel primo disco così originale tanti anni fa. Solo cuori per loro.

È il tempo di Ginevra, autrice anch’essa di un recente EP (‘Metropoli’, dopo un disco in inglese ‘Ruins’); con il suo beat trip hop non ha molto da dire rispetto alla pletora di cantanti sullo stesso genere. Trame elettriche, canzoni che non restano, fluttuano ma spariscono. Non lascia il segno se non in un paio di brani finali (l’inedito). Cambio location e dal divano passo a sedermi sulla balle di paglia per i Soviet Soviet band di cui ho sempre sentito parlare bene ma che non avevo mai incrociato. Finalmente poche parole sul palco e una sciarada di musica new wave/post punk suonata in maniera siderurgica. Crescendo musicali debordanti e ritmiche serrate rifulgono nel loro set. Fuoriescono melodie avvolte da frustate ’80. Taglienti e tesi concedono un’ora in cui sembrano svuotare anche loro le frustrazioni di quest’anno balordo. Le urla di giubilo a ogni fine brano da parte del pubblico sentenziano una prestazione monstre. Bomba. Marco Castello è il penultimo artista della serata. L’inizio non mi ha minimamente convinto. Un acid jazz funk che mi ha detto davvero poco. Tra cantato in siciliano e ritmi sincopati mi sorprendo a sbadigliare più di una volta nei primi brani. Ma dura poco. Le canzoni successive sono di tutt’altra pasta. È un sottofondo davvero perfetto per una serata del genere: Al chiaro di lu… (ok è nuvoloso) e seduti sulla balle di fieno con le lucine sui fili, le sue canzoni sbilenche e scapigliate mi piacciono. Sono irriverenti e trovano la giusta scia con melodie azzeccate. Un Dente un po’ più adolescenziale e alleggerito. Non tutto funziona bene e il troppo cabaret spacca le palle ma nulla da dire musicalmente. Acclamatissimo dal pubblico, che conosce, canta e balla, è piaciuto molto anche a me. Direttamente dal successo di X Factor (erano sotto la cappella di Manuel Agnelli) i Little Pieces Of Marmelade chiudono la serata. Son rimasti negli anni ’90. E ci stanno benissimo. Jawbox, Dinosaur Jr., Jesus Lizard, Kyuss sono le pietre filosofali di riferimento. Una chitarra e una batteria, niente altro, eppure sembra che siano in sei sul palco tanta è la miscela sonica prodotta. Hanno prodotto un set indemoniato sfinendosi e proponendo le loro articolate composizioni tirate fino allo spasimo con stop and go e mid tempo spacca denti. Una cosa che ho apprezzato moltissimo e che mi è entrata nel cuore è la voce del batterista. Rare volte ho avuto i brividi nel sentire dal vivo cantare così bene un genere comunque rumoroso. Complimenti davvero alla voce cristallina durante la splendida ‘Akane’. A conferma che gli anni ’90 non sono un caso nelle mie impressioni chiudono la serata prima con ‘School’ dei Nirvana, suonata pesantissima e poi con ‘One Cup Of Happiness’ piccola hit cementata con math rock e grunge (non avevo mai fatto caso al fatto che scrivere questa parola mi mette in soggezione). Un plauso enorme ai ragazzi che hanno messo su questo mini festival di due giorni in un posto cosi bello.

Dante Natale