Damon Albarn @ Shakespeare’s Globe [Londra, 20/Settembre/2021]

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La fortuna aiuta gli audaci. Dimentico troppo spesso questo antico adagio, ma devo dire che è il più calzante per la storia che mi appresto a raccontare. Decidere di andare in Inghilterra appena eliminato l’obbligo di quarantena poteva essere considerato da molti un gesto avventato, ma come al solito non essendomi confrontato con nessuno, comunicando solo il dato a cose fatte, ad alcune delle persone che mi sono più vicine, non c’è stato contraddittorio. Un volo acquistato a Ferragosto per pochi euro, così pochi che non avrebbero causato rimpianti in caso di mancata partenza. Una fase di avvicinamento molto soft, visto che la sicurezza di andare, in questi tempi incerti, non c’è stata fino a pochi giorni prima, forse fino al giorno precedente. Gli spauracchi di mille restrizioni a cui attenersi, e milleuno preoccupazioni di essersene fatta sfuggire qualcuna, sono svaniti sul volo Ryanair. L’unico vero problema era diventato il male alle ginocchia, visto che lo spazio in quel low cost, sembra si sia ulteriormente ridotto. O forse sono cresciuto io, un po’ fuori tempo massimo. Per il primo ingresso nell’Inghilterra post Brexit e post It’s (not) Coming Home, neppure la possibilità di allenare il sarcasmo col doganiere. Un autocontrollo al passaporto elettronico e uno sguardo in camera, dopo aver tolto cappello, occhiali da sole, AirPods e mascherina, e benvenuti a Londra, 6 anni dopo.

Tre splendide giornate, persino a livello climatico, una fase di avvicinamento al concerto con birra e sushi a prendere il posto del tè delle 5, un disco che dopo anni si materializza nelle mie mani (‘Mali Music’ di Damon Albarn & Friends), pubblicato dalla Honest Jon Records (etichetta di Damon Albarn & Friends) e acquistato da Honest Jon a Portobello. Quanto è bello essere vivi. Godendosela si fa tardi, e le 18.40, orario in cui mi era stato intimato per mail di arrivare alla venue, si fanno sempre più vicine. Persino in questo caso riesco ad essere in ritardo. Motta direbbe che in quel caso non devi sbagliare strada, non farti del male, e trovare parcheggio. Damon invece direbbe scendi nella underground, risali, e sei arrivato. Così sarà. Mi sfiora il pensiero che forse non sono ritardatario, vivo solo nella città sbagliata. Il biglietto, 1 di 1500, lo avevo ottenuto in maniera a dir poco fortunosa. Ogni qualvolta ci sono eventi collegati ai Blur vengo informato dai cari amici che mi conoscono, e che si aspettano che vada, visti i miei precedenti. Stavolta avevo già un volo a/r per Londra per altre ragioni, e si trattava solo di cambiare data (persino gratis), per ripartire un giorno dopo. Ma figuriamoci se potevo essere 1 di 1500. La prima fase della vendita era dedicata a chi, circa una settimana prima del concerto, avesse preordinato ‘The Nearer The Fountain Pure The Stream Flows’, disco di Damon in uscita a novembre. Peccato che l’avessi già fatto mesi fa, con Piero, che è stato la mia guida spirituale in quest’impresa. La lampadina si accende in extremis: acquistarne un’altra copia digitale a poco prezzo e ottenere così la prelazione. Peccato che una volta inserito il prodotto nel carrello mi sia accorto che a causa del fuso orario la fase di prelazione era scaduta da quasi un’ora. Figuriamoci se ce l’avrei mai potuta fare con la vendita libera. Ho comunque tentato, ma il sito dava problemi di connessione, pagine che non caricavano, ero sempre più rassegnato. Ma i whatsapp aumentavano, gli amici spingevano, e allora ho insistito. ONE TICKET LEFT, aggiungi al carrello, mail di conferma. Bingo. Mi sono sentito come la signora che ha scoperto di aver vinto al Superenalotto a Napoli, prima di andare dal tabaccaio a chiedere di dare un’occhiata al biglietto. Solo dopo ho scoperto che avrei dovuto sottopormi a 3 tamponi in 4 giorni per soggiornare in Inghilterra, ma ormai il dado era tratto, ero 1 di 1500 e nulla poteva più fermarmi.

La venue dell’evento è lo Shakespeare’s Globe, un teatro in stile elisabettiano, costruito nel 1997 sulle stile del Globe Theatre, che ospitò la compagnia di William Shakespeare, prima di essere demolito nel 1644. Si trova sotto al ponte di Southwark ed è leggermente spostato rispetto alla sede originaria, dove ora giace niente meno che un condominio. Mentre il parterre sotto si gonfia sempre di più, capisco che in Inghilterra la questione Covid è stata archiviata, visto che sono tutti in piedi senza distanziamento sociale, ma neppure spazio vitale, e che le mascherine sembrano non aver mai passato la dogana. Visto che rimane ancora una mezz’ora prima dell’inizio dello show e che la mia vicina di posto non smette un attimo di parlare, decido di scendere al bar per fare il carico di beveraggi (birre e sidri, bevuti in un gradevole ping pong) e mi trovo davanti Phil Daniels. Resto immobile, non voglio dirgli niente, solo guardarlo, mentre armeggia col cellulare, dopo averlo visto una mezza dozzina di volte sullo schermo in ‘Quadrophenia’, e una volta a Hyde Park, sul palco con i Blur a interpretare ‘Parklife’. È uscito dallo schermo, è sceso dal palco sul quale l’ho visto esibirsi nel 2012, è letteralmente a due passi da me. Invecchiato, ha mantenuto un certo stile, e quando si alza per entrare nella sala, noto che l’andatura è la stessa del giovane ragazzo ribelle del film. Più tardi pubblicherà su Twitter un suo selfie con Graham Coxon, presente come gli altri due membri dei BlurQuindi tra i 1500, oltre a me, ci sono i Blur e Phil Daniels. Ci sono decisamente modi peggiori per passare l’ultima notte d’estate. Ma posizioni peggiori da cui assistere allo spettacolo no. Quando Damon e la band salgono sul palco possiamo vedergli solo le spalle, e per quanto sia suggestivo vedere dall’alto chi nel parterre si dimena, e che io sia il miracolato del ONE TICKET LEFT, non riesco ad accontentarmi. Così alla prima canzone sottotono scendo sotto a vedere che aria tira. Noto persone che escono dal bagno ed entrano nel parterre senza che gli inservienti controllino alcunché, così mi fiondo. Il gentile addetto alla sicurezza mi tiene persino aperta la porta e in tre secondi sono a due centimetri dal palco, notando subito che tutti quelli che ho intorno indossano un vistoso braccialetto rosso che evidentemente era corollario del loro biglietto da 75 pound. Mi sento come Chiellini che blocca Saka tirandolo per il bavero, però Saka in questo caso mi ha messo il bavero in mano e mi ha persino tenuto la porta. Penso allo slogan della Nastro Azzurro. La setlist sale di tono col passare dei minuti e mi rendo conto soltanto ora che coriste e violiniste sono sopra il palco, in una piccola galleria  poco distante da quella in cui mi trovavo io fino a poco prima. Albarn comincia a insistere sull’angolo del palco in cui mi trovo e a dare la mano a tutti. Nel mentre è montato in me un certo senso di colpa per essere lì sotto, così lascio il privilegio agli altri, e poi non ho nemmeno l’Amuchina. Nelle due ore di concerto ci sarà spazio per 25 brani, con i primi tre che seguiranno lo stesso ordine della scaletta di ‘The Nearer The Fountain…’, e saranno seguiti da altri 5 in ordine sparso, lasciando fuori solo 3 degli undici che compongono la tracklist dell’atteso disco dedicato all’Islanda e ispirato dalla poesia ‘Love and Memory’ di John Clare. Ci saranno anche pezzi di Gorillaz (‘Hong Kong’, ‘El Manana’, ‘On Melancholy Hill’, quest’ultima in una versione piano e voce che apre l’encore), dei The Good The Bad & The Queen (ben 6, con 4 dal recente ‘Merrie Land’), ‘Go Back’, frutto dell’ultima collaborazione col compianto Tony Allen, una cover dei suoi amici Massive Attack, ‘Saturday Come Slow’, e negli encore anche dei Blur con ‘Out of Time’, in una versione da brividi e con coda finale volutamente fuori tempo (vedi titolo) che ha molto divertito Damon, e il bollettino del meteo più poetico che ci sia, la conclusiva ‘This is A Low’. Subito prima era stata eseguita ‘Polaris’, pezzo forte e singolo anticipatore del nuovo disco, accolta dai presenti per quello che è: un instant classic. Per ‘Three Changes’ c’è stato bisogno di due partenze, a causa dell’assente sintonia tra i musicisti e Albarn che sbagliava tutte le parole. Ma senza farne drammi col pubblico, una risata e una frase che ricordava da vicino la pubblicità del Maxibon, seppure in inglese corretto. Una scaletta che ha mandato in visibilio i fan più accaniti, che hanno avuto la possibilità di ascoltare brani ancora inediti e altre novità assolute, tra cui la cover dei Massive Attack. Il clima tra i musicisti era quello di una serata tra amici, e il concerto come quelli pre Covid, anzi meglio, perché la voglia era tanta e l’occasione davvero speciale. Si accendono le luci sul parterre e guardo la bellezza del teatro, rendendomi conto che in parte è scoperto, nonostante sia collocato nella città della pioggia per antonomasia. Una follia architettonica, ma siamo tutti asciutti. È proprio vero che la fortuna aiuta gli audaci.

Andrea Lucarini
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