Colle der Fomento + Il Muro del Canto @ Auditorium [Roma, 16/Febbraio/2020]

866

Brutti, sporchi e cattivi è il nome dell’evento andato in scena ieri sera nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una serata unica, che ha visto protagoniste due delle realtà più rappresentative e amate della scena capitolina. Da una parte abbiamo il combat folk de Il Muro del Canto, che in dieci anni d’attività e con quattro album all’attivo, ha saputo rivitalizzare e attualizzare la musica popolare romana. Dall’altra il Colle der Fomento, che dal 1994 rappresenta semplicemente una delle colonne dell’intero rap hardcore nazionale. Progetti formalmente diversi, ma con un approccio comune, uniti nel saper raccontare la propria città, con passione, istinto e talento. Il clima è quello delle grandi occasioni. Un atto non solo artistico, ma anche sociale, che vede questi progetti provenienti dal basso e abituati a calcare altri tipi di palcoscenici, conquistare la roccaforte dell’intrattenimento istituzionalizzato con un bel sold out. Lo spettacolo dura quasi tre ore e si divide in tre momenti: un set a testa e uno finale in comune. L’inizio è annunciato alle 20:30, ma viene posticipato una ventina di minuti per permettere di smaltire la lunga fila per ritirare le prenotazioni e dare modo a tutti di prendere posto.

Il Muro del Canto è il primo a salire sul palco. Il sestetto è formato da: Alessandro Pieravanti alla voce narrante, batteria e percussioni, Daniele Coccia alla voce, Alessandro Marinelli fisarmonica e tastiere, Ludovico Lamarra al basso elettrico, Eric Caldironi chitarra acustica e pianoforte e Franco Pietropaoli alla chitarra elettrica. “Roma maledetta” è l’incipit. Pieravanti la recita al centro della scena accompagnato dai due chitarristi a suo fianco e da Marinelli alle tastiere alle sue spalle. Al termine Coccia e Lamarra raggiungono i compagni e la band si dispone in linea orizzontale sul fronte scena. “Luce mia” riempie la sala sostenuta dalla voce profonda di Coccia e accolta dagli applausi del pubblico. La scelta è quella di proporre dei brani che non eseguono da tempo, come nel caso della successiva “Parla co’ me”, che esalta i fan di vecchia data. Per “Madonna delle lame” vengono raggiunti sul palco da Andrea Ruggiero al violino, che rimarrà con loro per il resto dell’esibizione. Quindi è la volta de “L’osteria dei frati” e di “Stoica”. Quest’ultimo e l’unico brano della loro discografia scritto interamente in italiano, senza alcun vocabolo appartenente all’idioma romanesco. La performance prosegue dando spazio alla poetica e all’espressività di Pieravanti, che accompagnato da Caldironi e Pietropaoli esegue il monologo de “Er funerale”. Rientra la band al completo e piazza un filotto notevole, formato da “Lacrime a metà”, “L’ammazzasette”, “L’amore mio nun more” e “L’anima de li mejo”, che coinvolge il pubblico con canti e battiti di mani a tempo. L’acustica è ottima e il suono è pieno e grintoso. La scenografia è essenziale, con il solo logo della band proiettato su un grande schermo a fondo palco. Le luci consistono in sei teste mobili poste alla base di questo schermo che puntano palco e sala, mentre i piazzati blu, rossi e bianchi si stagliano dall’americana in alto. A questo punto un altro ospite sale sul palco. Si tratta di Roberto Angelini e della sua fida slide guitar. Il brano che segue è una cover di Johnny Cash, ovvero il riadattamento in romanesco della celeberrima “Man in black”. Si continua con i propri ripescaggi ed è il turno di “Strade da dimenticà”, seguita da una versione energica di “Come tre”. Pieravanti saluta e ringrazia i tecnici e tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione della serata, prima di lasciarsi andare ad un finale di grande spessore. “Ciao core” trasforma la sala in una bolgia e sul palco i musicisti restituiscono con gli interessi tutta l’energia che ricevono. Da sottolineare anche un pregevole assolo di Angelini nel mezzo. Il tempo di dare a tutti l’appuntamento per il sabato successivo a Piazza Sempione, per unirsi nella commemorazione del ricordo di Valerio Verbano ed è la volta di “Reggime er gioco”. Il brano è il grimaldello che inizia a far saltare i rigidi schemi della venue, con una buona parte di pubblico che si alza in piedi a ballare sul proprio posto. Pieravanti quindi presenta la band, che termina i settanta minuti di set con “La vita è una”, brano che spinge in molti ad andare fin sottopalco, con evidente imbarazzo dei malcapitati steward, che provano senza successo a contenere l’entusiasmo del pubblico.

Un paio di minuti per ricomporre le file e il grido “Colle! Colle!” si alza spontaneo. DJ Baro e DJ Craim salgono sul palco per introdurre lo show e prendono posto dietro alla due consolle affiancate. L’intro è breve ma incisiva e Craim lascia il posto a Danno e Masito, accolti dal boato della sala. I due mc’s hanno un carisma unico. Si parte con “Notte cattiva”, brano tratto da una compilation del 2002 dedicata alla memoria di Mc Giame uno dei pionieri della scena romana. Si prosegue con “Pioggia sempre” e con Danno nei panni di mattatore e perfettamente a suo agio nell’arringare la folla. Il trittico che segue ci riporta alla contemporaneità e ad “Adversus”, quarta e ultima fatica discografica della band risalente al 2018, mentre la maschera del logo è un monito che incombe proiettato alle loro spalle. Si parte con “Noodles”. Sullo schermo scorrono le immagini in anteprima del video del brano, che fa parte del film “La partita”, opera prima del regista Francesco Carnesecchi. Quindi è la volta di “Eppure sono quì”, con le immagini del video omonimo e “Penso diverso”, in cui la condanna al fascismo e all’intolleranza si compie con scene di manifestazioni, scontri con la polizia, cariche e sommosse, abbracciando anche riferimenti politici e religiosi. Sempre Simone incarna pubblicamente lo spirito critico del combo e sottolinea la strana emozione che li pervade nel suonare in un posto così “alto”, ma comunque pieno di fratelli e sorelle. La successiva “Capo di me stesso” sottolinea la strana aurea che pervade la scena, inusuale e sublime allo stesso tempo. La sala risponde all’unisono al call and response lanciato dal palco. “Vita” ci riporta a vent’anni fa e sembra ieri. Tutto scorre egregiamente, colmando lo spazio enorme che avvolge il palco e la sala. Nel mezzo trova spazio anche una gradita citazione di “Sopra il colle”, sublimando un meraviglioso viaggio a ritroso. Craim risale e con lui è la volta anche di Kaos One, in modo da riformare il quintetto originale dei Good Old Boys. “la Fenice” è la mattanza giusta al momento opportuno. Così come lascia il segno il ricordo del fratello scomparso Primo Brown, con tutta la sala che scandisce il suo nome. Nel fare il punto si torna ad “Odio pieno” ed è la volta di “Ciao ciao”. Quanta strada da quel 1996, dalla Taverna Ottavo Colle all’immagine regale dell’Auditorium. I cinque devastano il palco con un’energia clamorosa. “Miglia e promesse” chiude questa parentesi nella maniera più aulica possibile e si conferma il gran brano che è. La sala è un’esplosione di emotività, tra mani alzate e cori. Qualcuno dal pubblico chiede un freestyle, ma Danno risponde che farlo in questa sala romperebbe davvero tutti quei pochi schemi ancora rimasti intatti. Kaos esce e i quattro rimasti eseguono “Musica e fumo”, con Craim che dimostra tutta la sua bravura ai piatti, incastrando con Baro una sapiente intelaiatura di beats e scratches. A questo punto è Alien Dee a salire sul palco. Si tratta senza dubbio del miglior beat boxer italiano e non tarda molto a dimostrarlo, campionando e mandando in loop in tempo reale la propria abilità e facendo partecipare tutta la sala alla sua improvvisazione in chiave jazz. Quindi sempre con la voce esegue la linea di basso di “Come down” di Anderson .Paak, su cui Danno e Masito eseguono perfettamente la loro “Solo hardcore”, impreziosita da un bell’interplay tra Dee e Baro nel finale. Ci avviciniamo all’epilogo e sull’intro di “Più forte delle bombe”, Danno invita il pubblico ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco. Non dovrà insistere poi molto, sempre per la gioia degli stewards. L’esecuzione del brano si rivelerà assolutamente in linea con il titolo che porta. Si alza la caciara ed è giusto così, facendo svanire definitivamente quel pizzico di soggezione che ancora persisteva. Stavolta a salire sul palco è il turno di Roy Paci con cui i tre eseguono “Polvere”, brano riflessivo e toccante che chiude settanta minuti di grande intensità. Tutti in piedi e giù applausi.

Il palco si svuota per un paio di minuti e ci si prepara ai bis. Così come all’inizio è Il Muro del Canto a risalire per primo e con loro anche Ruggiero e Angelini. Si riparte con “Maleficio” e nel mezzo del brano Danno e Masito salgono per eseguire strofa e ritornello di “Quello che ti do”. Al termine tutti i protagonisti della serata sono in scena per fondersi in un affascinante corpo unico. Una versione riarrangiata e meravigliosa di “Sergio Leone” prende forma. Sullo schermo scorrono le immagini dei film della trilogia con Clint Eastwood è tutto diventa ancora più epico. Quindi è la volta di “Nostargia”, ma prima ancora Danno ci ripensa e decide di concedere un po’ di quel freestyle che gli era stato chiesto precedentemente. Probabilmente il tempo era maturo e visto l’esito della serata, era giusto che non ci fosse nulla d’intentato da lasciarsi alle spalle. Ha fatto bene. Si chiude inevitabilmente con un focus sulla città. Si parte con “RM confidential”, che nel mezzo accoglie la parte narrata di Pieravanti in “7 vizi Capitale”, brano di Piotta, colonna sonora della serie televisiva “Suburra”. Si chiude come da copione con “Il cielo su Roma”, tra tutti forse il brano di maggiore enfasi, assolutamente immune anche ai pericoli derivanti dal cambio d’arrangiamento. Una delle canzoni più belle che siano state scritte in onore della città eterna e che fa breccia nei cuori di ognuno dei presenti in sala, perché è solo amore se amore sai dare.

Cristiano Cervoni

Foto dell'autore