Black Lips @ Monk [Roma, 10/Dicembre/2021]

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Con i Black Lips tutto nacque quasi quindici anni fa, sulla pista della serata Fish’n’Chips, dove il DJ set era l’occasione per scoprire nuova musica. Internet era già una cosa, ma non ancora tutto, ed era bello lasciarsi imboccare alle nuove scoperte dai selezionatori Lino e Nicola. Ognuno degli habitué aveva la sua power song e la mia era senza dubbio ‘Bad Kids’, suono sgangherato e testo da adolescenti ribelli fuori tempo massimo, com’eravamo sia io che i componenti della band, composta da miei coetanei. È stato un attimo recuperare la loro discografia, setacciare i miei canali alla ricerca di un loro live, e rimanere deluso quando annullavano la data romana all’ultimo (spesso) o riuscivano a salire sul palco (più raramente), quando però ero puntualmente in altre faccende affaccendato. I racconti che mi arrivavano erano leggendari, si trattava di una delle band più assurde ed epiche da vedere. Non puoi capire André, Cole Alexander vomita, si denuda, si sputa in bocca, lecca la chitarra, addirittura beve la sua urina prima di sputarla sulle prime file poganti e noncuranti. Sembravano racconti inventati ad arte per l’unico scemo che non poteva sapere se era vero, a causa di una non meglio precisata maledizione, anche se il web qua e là confermava.

Sofferente per il destino che mi costringe a perderli ogni qualvolta vengono in città, divento la volpe di Esopo e smetto di seguirli, finché una cara persona con la quale ho condiviso una marea di concerti, nell’anno in cui il mondo cade a pezzi, mi regala il loro disco di gennaio 2020, rilasciato col profetico titolo ‘Sing in a World That is Falling Apart’ – manco avessero avuto la soffiata da un pangolino – e oltre allo splendido packaging ci trovo tante belle tracce che ascolto nei mesi seguenti con molto gusto. Il suono e le atmosfere sono diverse dal garage delle origini, e più vicine alle loro radici nel sud degli States, ma l’album è altamente godibile e fa riaffiorare il ricordo del rimpianto. Di live internazionali però, manco a parlarne, in una Roma che dopo che il mondo è caduto a pezzi propone quasi soltanto spettacoli a chilometro zero. Fino a che arriva l’annuncio del live il 12 novembre al Teatro Centrale, con la somma gioia mitigata dall’amara certezza che “Tanto li cancellano” e a forza di pensarlo succede davvero. Di nuovo. Mi intabarro nel mio pellicciotto rosso da volpino senza l’uva, come da assetto maturato negli anni, finché una mattina, per puro caso, scopro che il giorno dopo la data verrà recuperata al Monk. Mi procuro il mio titolo d’ingresso (con in testa la filastrocca “Ecco ora andrà sold out e me li perderò pure stavolta / Ecco la cancelleranno all’ultimo pure stavolta”) e mi presento a Via Giuseppe Mirri dopo un paio d’anni. Nonostante sia la centesima volta che ci vado, sono così disabituato che riesco persino a sbagliare strada, ma alle 22 sono lì e il concerto, senza opening act, comincia persino puntuale. Quante cose sono cambiate dopo che il mondo è caduto a pezzi.

Il quintetto è esteticamente uno spettacolo, musicalmente uno spettacolo, e i giochi di luci sono uno spettacolo nello spettacolo. Nella setlist il garage delle origini si mescola con il country dell’ultimo disco. Com’è strano sentire suonare musica che potrebbe piacere ai loro genitori a una band che per le performance passate dava l’impressione di essere composta da diseredati. Ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze musicali, visto che i testi sono punk come sempre, solo ti fanno battere il piedino con un ritmo diverso.  ‘Hooker Jon’ ne è l’emblema. Ci sono tre pezzi da ‘Good Bad Not Evil’, che mi rimandano subito alla copertina che 14 anni dopo ho ancora stampata in testa perché quel disco conteneva ‘Bad Kids’ che ho ascoltato sempre sull’iPod, fino a quando ha cessato di esistere, ma non faranno quel pezzo (come d’altronde dal 2016). Ci rifaremo con una stellare ‘O Katrina!’ in chiusura. Versione estesa ed eccitante, del pezzo che li ha fatti sbarcare al cinema, essendo integrato in “Scott Pilgrim vs The World”, film assurdo e ironico che consiglio a tutti gli appassionati di musica.

In una serata che non ha differenze con quelle pre pandemiche (c’è chi si scatena sotto palco e chi resta più appartato) non ci sono pause (solo qualche ‘Grazie Roma’ di vendittiana memoria), eccessi, né sorprese, se non per la durata del set, un’ora e cinque minuti che lascia un po’ così. “Ma vedrai che tornano” dice la voce dell’esperto vicino, proprio mentre Cole Alexander scende dal palco e mi passa a fianco con la birra in mano. Notando nei miei occhi l’espressione da “I Want More” mi fa cenno con le dita che non risalirà su, con una mimica da ragazzino discolo, come il suo outfit. Non lo avrò visto nelle sue performance più estreme (per tornare a casa asciutto mi ero comunque tenuto precauzionalmente a una decina di metri da lui durante il live), ma in un gran bel concerto, come non ne sentivo nella mia città da prima che il mondo cadesse a pezzi. Insieme ai membri fondatori Alexander (chitarra e voce) e Jared Swilley (chitarra e basso), sul palco ci sono state le tre aggiunte più recenti: il biondo capellone Jeff Clarke, sugli scudi in ‘Locust’, il batterista Oakley Munson invisibile sul palco, ma sempre presente nelle nostre orecchie, e soprattutto l’enigmatica sassofonista Zumi Rosow, diventata ben presto volto della band (al centro nella splendida cover dell’ultimo disco), compagna di Cole Alexander e musa di Alessandro Michele di Gucci che l’ha mandata in passerella e ha persino disegnato una linea di borse col suo nome. Al termine dello show si fermano al banchetto del merch, poi si integrano alla folla del Monk, riunita sotto i gazebo esterni a causa della copiosa pioggia, infine sfilano via tutti insieme, mentre si allarga il mio sorriso più compiaciuto e liberato. Quest’uva non era per nulla acerba.

Andrea Lucarini
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