A Place To Bury Strangers @ Largo Venue [Roma, 26/Marzo/2022]

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Sono trascorsi quindici anni dalla pubblicazione dell’omonimo album d’esordio degli A Place To Bury Strangers. Ricordo perfettamente quella cover fare bella mostra negli scaffali dei negozi specializzati. Uno scatto sfocato ritraeva parte dei musicisti durante un concerto, il nome della band era scritto in alto in grande evidenza a caratteri bianchi su sfondo nero e uno sticker promozionale posto al centro li definiva generosamente “la band più rumorosa di New York. Quella foto diceva molto della musica proposta dal trio statunitense: una buona mistura di shoegaze, noise, darkwave e psichedelia, con un’ossequiosa riverenza ai The Jesus And Mary Chain. Il disco in questione, sensazionalismo di marketing a parte, era davvero interessante, così come lo è stato “Exploding Head” due anni dopo. Il tour a supporto di quest’ultimo è stata per me l’unica occasione di vederli dal vivo, nonostante siano tornati spesso a suonare a Roma. Ho buona memoria dell’orgia di fuzz e overdrive, reverberi e feedback, batterie cinetiche e bassi metallici di quel fumoso concerto all’INIT di una dozzina d’anni fa. Nel tempo hanno avuto numerosi cambi di formazione, rimanendo sempre un trio e mantenendo un’assoluta coerenza stilistica. L’unica presenza costante è quella del cantante e chitarrista Oliver Ackermann, un vero cultore dell’effettistica a pedale, tanto da creare una propria linea di prodotti e fondare una società con base a Brooklyn, denominata “Death By Audio”. Attualmente è affiancato da John Fedowitz al basso e Sandra Fedowitz alla batteria (ovvero i Ceremony East Coast). Questo l’organico che ha realizzato “Hologram Ep” nel 2021 e poi “See Through You”, all’inizio di febbraio, primi lavori pubblicati dalla Dedstrange, label recentemente fondata dallo stesso Ackermann. Quest’ultimo album, sesto in totale, è intrigante e contiene alcuni tra i loro brani migliori. Restano fedeli alle coordinate distintive del loro suono, ma mostrano una rinnovata vena compositiva.

Stasera ci sono ben due gruppi in apertura. I primi ad esibirsi sono gli italiani Kodaclips, quartetto di classico shoegaze/alternative di recente formazione, ma purtroppo lo fanno troppo presto e riesco ad arrivare solo sulle note finali dell’ultimo brano. Durante il cambio palco, nel giardino all’esterno della sala, Ackermann è seduto a un tavolo a chiacchierare amabilmente. Lo ritroveremo pochi minuti dopo, sotto il palco, ad incitare e fotografare i Pattenbau. Il trio berlinese ha appena pubblicato l’album “Shape/Shifting” proprio per la sua Dedstrange. La loro proposta in studio è una sorta di proto-wave di matrice teutonica, con accentuate tinte dark-noise, l’attitudine punk e qualche strizzata d’occhio al pop obliquo di marca elettro-industrial. In concerto tutto questo si trasforma quasi esclusivamente in un’espressione di pura muscolarità post-punk. Hanno un bel tiro, partono più di maniera e vanno in crescendo. Si esibiscono per una quarantina di minuti e il momento migliore accade durante “Crime/Scene”, uno dei loro singoli. Il frontman Lewis Lloyd poggia il suo basso sul palco, salta giù dalla transenna antipanico e continua a cantare il brano tra il pubblico. Il tutto viene sostenuto da un ipnotico riff di percussioni elettroniche campionate e suonate con il synth pad dal tastierista/chitarrista e dal drumming efficace, ma in realtà mai del tutto esaltante del batterista. Quando poi risale sul palco, rimbraccia il suo strumento e accende la miccia che genera un finale noise esplosivo, che il chitarrista riesce a sublimare al meglio, lasciandosi andare in un solo d’impatto. Da rivedere volentieri.

Qualche minuto dopo le 22:30 gli A Place To Bury Strangers salgono sul palco, nel frattempo la sala del Largo inizia a riempirsi e ad assumere un bel colpo d’occhio, oltre a raggiungere una temperatura interna notevole. In recenti interviste, non ultima quella rilasciata nel pomeriggio in una nota emittente radiofonica romana, Ackermann ha sottolineato la deriva quasi terminale a cui era arrivato il progetto e il punto di svolta e di rinascita avuto con l’incontro e la collaborazione con i Fedowitz. Partiamo da questo. L’errore sarebbe quello di considerare la band attuale come un progetto quasi solista del leader. Lui ne è l’istrione, il genio e la sregolatezza, mentre il resto ne rappresenta la solidità su cui è possibile che il tutto si compia. Sandra è una buona percussionista, anche bella a vedersi, continua e diligente, con la cassa sempre in prima battuta. Di fatto non sbaglierà un colpo in tutta la serata, ma c’è da dire anche che non lo varierà quasi mai. John è l’alter ego perfetto per Oliver, percuote il suo Precision a testa bassa e lo carica di fuzz e compressore fino a coprire ogni frequenza libera. Ackermann sul palco è uno spirito libero e inquieto, a tratti incomprensibile. Maltratta spesso la sua povera Jaguar, la lancia in aria e la brandisce come una spada, fino a spaccarla letteralmente a terra prima del brano finale, per poi riprenderla e suonarne ciò che resta prima di sostituirla. Alto e dinoccolato, espressione sorniona e spiritata, agita la lunga capigliatura oramai non troppo folta e sembra giocare con la propria figura nella penombra artificiale dei chiaroscuri, spesso cercati negli effetti visivi e scenici creati per lo show. improvvisamente prende una lampada led con un cavo molto lungo e inizia a rotearla nel buio per poi intrecciarla alla chitarra, come per cercare un’interazione performativa tra suono e luce. Musicalmente possiamo dividere la performance in tre parti ben distinte. Una prima mezz’ora più misurata rispetto alle aspettative. Nessun eccesso timbrico particolare rompe l’equilibrio che filtra dal palco. Brani come “Hold on Tight”, “In Your Heart” o “You’re the One” portano il pubblico ad un headbanging frequente e liberatorio, una danza composta e in qualche occasione persino ad un pogo educato. Durante la fine di “I Disappear” si concretizza quella parte centrale che sarà la svolta di tutto l’insieme. Il bassista rimane sul palco a generare dei loop di riempimento, che permettono a Ackermann e alla batterista di scendere tra il pubblico. Lui prende una consolle allestita in un case con le rotelle e la trascina al centro della sala. Questa contiene un mixer che gestisce gli effetti e un microfono, il tutto è collegato ad una cassa che fa parte sempre dello stesso rack. Un sound system d’asporto che regala grandi soddisfazioni. La batterista percuote un timpano. Iniziano ad improvvisare dando modo al bassista di raggiungerli e di collegarsi in linea direttamente alla consolle. Eseguono così almeno quattro brani, circondati dal pubblico che si accalca in cerca della foto giusta, generando il fomento generale in un punk rave improvvisato e non importa se l’audio non esce correttamente come dovrebbe dall’impianto. Tornati sul palco dopo l’allegra scampagnata, inizia la terza ed ultima fase, quella in cui lo strano controllo tenuto precedentemente lascia il posto al loro classico caos organizzato, a quell’assalto sonoro a volumi spesso insensati a cui ci hanno abituati. “Let’s See Each Other” rappresenta il brano più pop del lotto, prima di abbandonarsi a briglia sciolta, a enfatizzare un finale aggressivo e intenso. “Deeper” ne è l’ideale conclusione, con la batterista di nuovo al timpano che raggiunge il fronte palco ponendosi al centro, per formare con gli altri due una linea ideale appena visibile nel bagliore accecante delle luci. Nel mezzo nessuna parola, un semplice “Hello” iniziale e un “Good Night and Thank You” finale a delineare i contorni. Alla fine nessun bis, ma non ce n’è stato bisogno.

Cristiano Cervoni

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