Zun Zun Egui @ Init [Roma, 14/Novembre/2012]

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Dici Bristol e pensi alle freddi brezze dell’ovest, all’orgoglio di una città fiera e proletaria e, soprattutto, ai fremiti e fermenti culturali e musicali che l’hanno scossa prima (Pop Group) e dopo, fino ad arrivare a quel genere, quel biglietto da visita che ha finalmente permesso alla città di identificarsi e di diventare famosa nel mondo. E quindi, venire a sapere che gli Zun Zun Egui vengono dalla stessa città di Portishead e Massive Attack lascia almeno un po’ perplessi e sorpresi. D’altronde, il trip-hop non ha mai fatto mistero delle proprie tendenze internazionaliste e cosmopolite, realizzandosi come la colonna sonora dell’animale urbano per eccellenza. E allora di che stupirsi nel vedere un cantante e una tastierista dalle fattezze non esattamente britanniche e, soprattutto, nell’ascoltare uno stile tumultuoso, sregolato e orgogliosamente apolide? Una serata a tratti uggiosa e protrattasi un po’ oltre il dovuto, questa all’Init. Ad accorrere al concerto è infatti solo uno sparuto gruppo di persone: nel complesso, la band non avrà visto davanti a sé, per tutta la serata, più di trenta, quaranta spettatori. Peccato, perché i quattro bristoliani meriterebbero tutt’altra accoglienza. Nonostante il silenzio, neutralizzato dall’intervento salvifico della musica proposta dal fonico, i ZZE non si perdono d’animo e, dopo quei cinque-dieci minuti utopici nella speranza che qualcun altro arrivi, salgono sul palco senza troppi complimenti e si parte.

Il primo brano non è nel bel disco d’esordio ‘Katang’ (da me indicato, forse con un eccesso di fiducia ed entusiasmo, miglior disco dell’anno passato, ma comunque assolutamente da ascoltare), ma suona bene come incipit del concerto e mette già in mostra tutte le loro qualità. Subito dopo, è la volta della titletrack, una specie di marcia impetuosa ed esotica, con testo cantato in parte in inglese e in parte in un’altra lingua non meglio identificata (l’impossibilità di trovare testi del gruppo sul Web la dice lunga sulla loro fama). Devo dire che avevo una certa titubanza riguardo l’esito di questo concerto: l’aspettativa era alta, vista la quantità di carne al fuoco messa dalla band su disco e data la prominenza della bella voce di Kushal Gaya nell’economia del loro stile. Il timore dell’epic fail dal vivo c’era tutto. E invece mi sono dovuto felicemente ricredere. Gaya riproduce e canta sopra i riff tutt’altro che facili ascoltati su disco senza problemi: insieme a Yoshino Shigihara è indubbiamente il motore della band. Ma batterista e bassista (diversi rispetto ai musicisti in studio) non sono assolutamente da meno. Anche nelle parti più improvvisate, come nella successiva ‘Transport’, la band mostra un invidiabile controllo e, evidentemente, una gran voglia di far casino e divertirsi, malgrado la scarsa affluenza di pubblico. Gaya e Adam Newton, il bassista, non smettono di saltare, scontrarsi, incastrarsi senza che non venga fuori un solo suono fuori posto. A seguire, la bella ‘Mr. Brown’, forse uno dei brani migliori del disco d’esordio, con un riff prog mediato da un canto quasi da muezzin. Anche qui, come già detto per gli Zechs Marquise, la band dà molto più dal vivo di quanto non faccia in studio, dove l’animo fancazzista e spensierato della band rimane imbrigliato in una produzione forse non del tutto all’altezza. Non manca di certo il momento del singolo ‘Fandango Fresh’, cantato e suonato con maggiore irruenza (e forse qualche stonatura vocale) e in barba alla filologia. Nella seconda metà la continuità scema leggermente e il concerto si fa meno coinvolgente, ma i quattro si riprendono alla grande con l’encore finale, ancora all’insegna di un prog-funky (e con un pizzico di dinamiche kraut) sregolato e terzomondista. Insomma, questo guazzabuglio dove finisce dentro un po’ di tutto, dal prog al funk, al pop e al reggae, si conferma ancor più convincente dal vivo, benché possano migliorare sul piano della struttura melodica, dove i vari riff finiscono per assomigliarsi un po’ tutti alla fine. Un concerto gradito soprattutto dallo scarso pubblico che, nonostante l’esiguità, non ha smesso di ballare e cazzeggiare allegramente. Molto validi tecnicamente, devono ancora passare il varco del secondo disco, ma è comunque bello ascoltare qualcosa fuori dal coro. Fulminati.

Eugenio Zazzara