Zu @ Monk [Roma, 21/Novembre/2017]

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Il mio primo impatto con gli Zu risale a vent’anni fa. Un amico molto attivo nell’ambiente musicale di nicchia mi propone l’ascolto di una formazione interessante, nata dallo scioglimento dell’ultima incarnazione del collettivo Gronge. Una demo che contiene una manciata di brani rock sperimentali. Quel trio è composto da Massimo Pupillo al basso elettrico, Jacopo Battaglia alla batteria e Luca T. Mai al sassofono baritono e prende il nome da “Die Tür ist zu” degli Swans. Si formano allo Spaziokamino, centro sociale autogestito di Ostia, tra i punti di riferimento nella scena alternativa dell’epoca, specialmente nell’ambito rave e techno. Dopo l’ingresso di Roy Paci alla tromba, prende vita “Bromio”, l’esordio discografico del 1999. Questo è solo l’embrione espressivo della loro personale visione musicale: una continua evoluzione di impro-jazz e grind-core strumentale. Seguono le due collaborazioni con il chitarrista sperimentale americano Eugene Chadbourne (una di queste senza Mai, a causa d’un infortunio subito prima delle registrazioni) e la successiva dipartita di Paci dalla band. Il loro approccio alla musica s’ispira all’attitudine degli Uzeda in Italia e all’esempio di Fugazi e The Ex all’estero. Tornati in trio intraprendono il loro primo tour mondiale e registrano “Igneo” negli studi di Steve Albini. L’album nel 2002 raccoglie un buon riscontro da parte di critica e pubblico a livello internazionale, oltre alla stima sincera d’illustri colleghi di settore. Sarà questo l’elemento distintivo che caratterizzerà il loro percorso musicale, trasformandoli in uno dei gruppi italiani più conosciuti ed apprezzati all’estero. Una credibilità basata sui rapporti umani, non circostanziata solo nelle realtà sociali antagoniste o in quelle musicali di confine ed alimentata dai migliaia di chilometri macinati nei continui tour. Un suono tutt’altro che facile, infarcito da hardcore punk, metal, math rock, jazz e improvvisazione. Frastornante e vitale, è qualcosa che ai meno avvezzi sembrerà confusionale, ma che in realtà, nelle variazioni ritmiche ed armoniche, ha una logicità scritta e ben strutturata. Nei dieci anni seguenti realizzano dodici pubblicazioni tra album, EP e split, collaborando con: Spaceways Inc, Mats Gustaffson, Fred Longberg Holm, Nobukazu Takemura, Jeb Bishop, Iceburn, Xavier Irondo, Teatro degli Orrori, Damo Suzuki, Mike Patton, Dalek, Buzz Osburne e Ken Vandermark. Tra le varie label incidono anche per Ipecac, Atavistic ed Headz. Nel febbraio 2011 Battaglia annuncia la sua uscita dal gruppo, a termine del lunghissimo tour mondiale di promozione per il meraviglioso “Carboniferous” del 2009. La botta è forte e la band ci mette tempo ad assimilarla, prendendosi un dovuto periodo di riflessione. Il ritorno sulle scene è nel 2014 con l’entrata ufficiale di Gabe Serbian dei Locust alla batteria e la pubblicazione di due EP, di cui uno in collaborazione con Eugene Robinson. Esce “Cortar Todo” nel 2015 e Serbian abbandona durante il tour, sostituito dal talentuoso fan norvegese Tomas Järmyr, in forza ora anche nei Motorpsycho. “Jhator” spiazza tutti, pubblicato all’inizio del 2017, segna una profonda novità per la band. Contiene due tracce da venti minuti tra doom ed ambient, stratificate e narrative, usando strumenti differenti rispetto ai loro consueti canoni compositivi.

Alle 22:00 Filippo Paolini in arte Økapi, si appresta ad eseguire il suo sentito omaggio al compositore francese Olivier Messiaen, edito nel disco “Pardonne-moi, Oliver!” (16 oiseaux pour Olivier Messiaen) del 2016. Si tratta di un’esibizione tematica in cui la musica si fonde perfettamente a tempo con i sapienti visuals e le creazioni grafiche personali realizzate da Simone Memè. L’originale ricostruzione dell’opera di Messiaen viene divisa in tre movimenti: amore umano, amore divino e amore per la natura. Il compositore classico basava la sua scrittura sulla trascrizione dei versi degli uccelli e nello studio dei suoni della natura e la loro spiritualità. Il compositore contemporaneo, esponente della Plunderfonia, gestisce la materia con profondo rispetto e la fa rivivere grazie all’ausilio dei vari campionamenti, che formano la fantomatica Aldo Kapi’s Orchestra. Li destruttura e poi ricostruisce, infarcendo tutto con inserti di glitches, beats e drones elettronici creati con gusto. Avevo già avuto modo di incensare questo spettacolo nel report della data estiva a Villa Ada, in apertura ai Matmos. La dimensione da club lo nobilita ancor di più, perché permette di apprezzarne meglio i particolari e godere delle ricche sfumature proposte, sia visive che sonore. Quarantacinque minuti di gran classe. Eccellente!

Alle 23:00 gli Zu salgono sul palco e l’attacco di “Obsidian” chiarisce subito la performance a cui assisteremo. Un concentrato d’incastri tra la maniacale cura dei suoni e degli effetti di sax e basso, uniti ai pattern vigorosi e multiformi della batteria. Nella data romana della presentazione di “Jhator”, sempre al Monk il 25 aprile scorso, avevamo avuto la netta sensazione che Järmir fosse l’elemento adatto per riportare il trio ai fasti della formazione storica. Il drumming agile e potente del norvegese, pur con alcune differenze, ricorda molto quello di Battaglia e l’alchimia che si crea sul palco conferma a pieno l’impressione avuta. L’amalgama piace e il divertimento con cui suonano è di buon auspicio per il futuro. La scaletta esclude totalmente il disco nuovo, difficile da riprodurre in trio. Prosegue quindi con “Cortar Todo”, “Rudra Dances Over Burning Rome” e “Vantablack Vomitorium”, creando un muro di suono sferzante e caustico, che scuote la struttura e testa l’impianto. “Carbon” appare come una gemma di rara bellezza. “The Unseen War” ha l’effetto di una scossa tellurica che si protrae nelle successive “Erynnis” e “Beata Viscera”. “Chtonian” ha una potenza devastante, densa e spasmodica. “Ostia” è l’atteso gran finale e rappresenta metaforicamente l’unica violenza plausibile contro un’attualità ingombrante. La furia jazzcore del gruppo sembra intatta, semmai s’è rigenerata, scagliandosi come un cingolato alla conquista dei territori impervi della nostra psiche. Una fisicità impressionante e contagiosa si genera dal palco e si espande in tutta la sala. Questa però non è l’unica cifra stilistica vista stasera, sottolineando una notevole deriva dinamica e progressiva come una lieta prospettiva narrativa. Sono passati vent’anni, Tom Araya è ancora il loro Elvis e dal vivo sono sempre una certezza. Sessantacinque minuti d’energia vitale, senza fronzoli e senza appelli, tale da confermarsi nient’altro che un grande atto d’amore.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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