Zu & Mike Patton @ Ossigeno [Torino, 4/Marzo/2008]

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Gli archi a mo’ di pugnale che un giorno quel genio del male di Bernard Hermann congegnò per “Psycho” anticipano l’entrata in scena del quartetto e, per una volta, non suonano minacciosi ma anzi carichi di promesse: promettono infatti un sound fatto di ritmiche terroristiche, di rumorismi in libertà e acuti che tendono all’ultrasuono. Chi tra voialtri borgatari ha già avuto occasione d’incontro con i suoi tre conterranei avrà riconosciuto in quest’elenco tutti i sintomi della tipica “assunzione da Zu”: ma anche quel borgataro che le magnificenze della band le conosce a memoria potrebbe non aver ancora visto in azione sullo stesso palco il generale Mike Patton, eccezionalmente per questa e qualche altra sera membro addizionale dell’organico.

La presenza del superospite in effetti non sconvolge nessuno degli equilibri (o squilibri) che reggono la pratica dal vivo del gruppo, più semplicemente fa da valore/rumore aggiunto su altro rumore: un’ottava e più di estensione vocale – che farebbero la gioia di molti melodici aspiranti virtuosi – ridotta a mero impiego strumentistico e fatta passare in men che non si dica dalla tonalità del growl più cavernoso fin su al nitrito di un cavallo scuoiato. Il misterioso kit da alchimista smanopolatore che l’ex Faith No More tiene davanti a sé gli concede perfino il lusso perverso di autocampionarsi, e giocare con la propria voce anche dopo averla emessa. Man mano che il set avanza l’americano a Roma sembra sempre più a proprio agio nelle dinamiche da improvvisazione di chi lo ospita: gareggia in altezze con il sax di Luca Mai, partecipa al gioco di sguardi che da sempre detta legge nell’improvvisazione del gruppo. Anche con questo assetto tetrangolare, il farsi di ogni brano è determinato dai rimandi di occhiate e contro-occhiate fra la sezione ritmica e quella (oddio…) “melodica”, costituita proprio dalla coppia fissa Patton – Mai. Qualcuno fra gli ultimi pezzi prende forma su una base elettronica o su un ostinato del basso di Pupillo, e quasi quasi sembra che la faccenda assuma una piega ballabile: ma presto l’attitudine all’entropia che questi quattro si portano nel sangue si rimangia tutto e la confusione torna in primo piano. La voce riprende a “scattare” al seguito dei tamburi, il sax viene nuovamente esorcizzato, il basso torna a suonare come un’orchestra di cornamuse e ancora una volta si rimane con gli occhi incollati al palco e la netta impressione di non averci capito nulla… ma c’era, qualcosa da capire?

Simone Dotto

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