Zu & Mats Gustafsson @ Monk [Roma, 25/Giugno/2018]

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“How To Raise An Ox” è stata una magnifica collaborazione tra questi due illustri esponenti del jazzcore europeo, uscita nel 2005 e solo in CD per Atavistic. Il 23 marzo scorso viene ristampata per la prima volta in vinile dalla viennese Trost Records, rimasterizzata da Lorenzo Stecconi e con un artwork leggermente differente sempre ad opera di Scarful. Questo il pretesto per un mini tour italiano di cinque date, che vede tornare gli Zu in formazione originale con Jacopo Battaglia alla batteria, accompagnati dal baritono di Mats Gustafsson. Il sassofonista scandinavo è uno dei più abili nel suo strumento ed ha all’attivo diversi progetti personali, tra cui spiccano i Fire! sia in trio che Orchestra e The Thing, oltre a molteplici e proficue collaborazioni. Il ritorno di Battaglia è stato a lungo sperato dai sostenitori della band di Ostia, per quanto il drumming di Tomas Järmir si sia assolutamente ben integrato negli incastri con il basso di Massimo Pupillo ed il baritono di Luca T. Mai. Sono passati quasi otto anni dalla fine dell’ultimo tour fatto insieme e negli ultimi sei, Battaglia ha messo da parte la batteria per dedicarsi ad altri strumenti. Ma per lui è come andare in bicicletta e in questo caso, ha modo di poterlo fare ripercorrendo le strade di casa.

La sala del Monk è gremita e il caldo è sostenibile, mentre le note di Igor Stravinsky precedono lo spettacolo. Alle 22:45 una intro elettronica composta da loop e glitch accompagna l’ingresso degli Zu sul palco. Sono disposti tutti e tre sulla stessa linea con la batteria al centro. Le prime note di “Mimosa Hostilis” vengono accolte da un boato. L’effetto déjà-vu è servito. Un ingranaggio meraviglioso. Asciutto e potente, ma con uno sguardo ampio, che abbraccia anche dinamiche differenti, più progressive e psichedeliche. “Carbon” aumenta l’intensità e il ripescaggio della meravigliosa e meno conosciuta “Maledetto Sedicesimo”, sta a sublimare un percorso stratificato di invii e rimandi, sia ritmici che armonici. Prima di eseguire “Obsidian”, Mats Gustafsson li raggiunge sul palco. Che classe lo svedese! Intavola subito un fitto dialogo con Mai, tanto che gradualmente prima Battaglia e poi Pupillo, li lasceranno soli. Sapranno bene cosa fare, lasciando il pubblico tra l’attonito e l’entusiasta, sotto lo sguardo complice e sornione dei due sodali. Gli stessi che qualche brano dopo si prenderanno un loro momento simile, con Battaglia all’organo ed effetti e Pupillo alle prese con pulsanti, manopole e frequenze. Gustafsson ha tempo e modo di concedersi un solo in cui mostra tutta la sua classe, tecnica ed inventiva. In pochi minuti riproduce una miriade di suoni atipici e particolari senza fare uso di effetti, ma solo con fiato, lingua e tasti. Sembra di ascoltare delle percussioni africane, animate da gorgheggi e strepitii, fino al barrire di elefanti in lontananza. Meraviglioso. La band riparte a schiaffo ed il movimento diventa tellurico. Tornando alla scaletta, non verrà eseguito nulla da “How To raise An Ox”. Tutto il materiale, escluso “Maledetto Sedicesimo” estratto dalla compilation “Il Paese è Reale”, proviene esclusivamente da “Carboniferous”. L’album è l’ultimo con Battaglia in formazione ed è uscito nel 2008 per Ipecac. La setlist prosegue con: “Orc”, “Erinys”, “Chtotian” e “Axion”. I due baritoni hanno un registro differente e quindi riescono a non sommarsi od annullarsi, creando ottime soluzioni. Mai gestisce la grana grossa sul fondo e Gustafsson si staglia in superficie e ricama a piacimento. Battaglia ha una dinamica di grande funzionalità, forse non al massimo della sua brillantezza, ma con una gestione degli spazi di rara efficacia. Pupillo è energia e compattezza, guarda spesso i suoi compagni e sembra guidarli al meglio. Giocano con le parti e le timbriche, suonando perfettamente solo quello che sono, con un linguaggio originale e riconoscibile. La chiameremo personalità. Escono tra gli applausi e richiamati a gran voce, risalgono sulle note di una intro elettronica, simile a quella iniziale ma differente. Riprendono posto e si lanciano in una versione infuocata di “Ostia”, per concludere tutto proprio là dove è iniziato, con Gustafsson che impreziosisce il brano a modo suo. Si chiudono così sessantacinque minuti di adrenalina pura. Chissà se va considerato davvero un evento a sé stante o magari avremo ancora la possibilità di rivederli insieme?

Cristiano Cervoni

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