Zu + Lento + Juggernaut @ Monk [Roma, 25/Aprile/2017]

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Festa della Liberazione all’insegna della violenza sonora, con i massicci Juggernaut che ci danno giù pesante già da qualche minuto quando arrivo al club di via Mirri ed è davvero una forza travolgente a base di sludge e digressioni post hardcore accattivanti e non banali. Non riesco a riservare lo stesso entusiasmo per i Lento, seconda band del lotto: visti già alcune volte negli anni ma il loro carico di riff heavy e reiterati continua invece a non convincermi. Poco importa, arriva la portata principale: ho perso il conto dei concerti Zu visti, alcuni narrati in queste stessa pagine virtuali. Stasera si festeggia la pubblicazione di ‘Jhator’,  terza release negli ultimi quattro anni, per l’occasione in sala si vede pure Jacopo Battaglia, storico ex batterista della band. ‘Jhator’ è un altro lato degli Zu, un album concepito e realizzato in realtà per una sorta di “Zu big band” assieme a musicisti come Stefano Pilia e David Chalmin, già compari d’avventure di svariati progetti paralleli. Si tratta di un monolite ambient drone, tra synth granulari e suoni “spirituali”, un’opera tuttavia difficilmente trasportabile nel contesto live del trio: infatti, la scaletta attinge e piene mani dall’ormai classico ‘Carboniferous’ e dal recente ‘Cortar Todo’.

L’amalgama con Tomas Järmyr è ormai cementata e, pur restando dei treni impazziti, gli Zu stasera sembrano meno feroci eppure ancora più efficaci: l’universo sonoro di Massimo Pupillo e Luca Mai non può più definirsi “semplice” jazzcore, è un soundscape avvolgente cesellato con cura con l’ausilio di basso, sax e una sapiente manipolazione dei suoni, in più il drumming multiforme di Järmyr e un controllo impressionante degli strumenti al servizio di atmosfere apocalittiche. “Chtonian”, “Carbon” sono sempre bordate al fulmicotone ma più delineate, con ancora più sfumature. E alla fine, il bis con “Jhator: A Sky Burial”, prima delle due facciate del nuovo album ben rielaborata per l’esecuzione in tre, chiude perfettamente il concerto -addirittura sacrificando la monumentale “Ostia”, chiusura consueta ormai da quasi un decennio- con una rumorosa coltre di polvere sonora, tra echi che sanno di foreste oscure, stridii avvolgenti e fragori ambient. Pesante come un macigno, stordente come un rituale salvifico.

Pierdomenico Apruzzese

Foto di Emanuele Pantano

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