Zombie Zombie @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Febbraio/2013]

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Il 2012 è stata una splendida annata concertistica, una sbornia tale che ho proprio bisogno di calmarmi un po’, operazione più semplice se mi riesce facile sommare a una scarsa voglia di presenziare a concerti anche una programmazione romana che mi interessa poco al momento. Ma faccio una piacevole eccezione per gli Zombie Zombie: tuttavia, dopo il live di due anni fa sempre qui al Circolo per cui ancora mi spello le mani, allora proposizione dal vivo di un album omaggio a John Carpenter che non mi aveva entusiasmato, il ritorno in scena al seguito del bel ‘Rituels d’un noveau monde’ è stato deludente. Non un brutto concerto ma l’evoluzione dell’approccio al live dei due francesi Jaumet e Neman pare abbia perso un po’ la direzione. La differenza che balza subito agli occhi è la presenza di un altro membro nella band, un altro batterista che rende il palco un triangolo con Jaumet al centro in mezzo ai suoi synth e i due batteristi ai lati, uno di fronte all’altro. Ecco, gli intrecci di drumming alla lunga sono risultati parecchio pesanti, soprattutto nell’ottica di brani già lunghi su disco e dilatati fin troppo, ne consegue una prima mezz’ora di concerto francamente noiosa laddove due anni fa c’era da muovere il culo ascoltando un bel mix di beat algidi, moog impazziti, un flusso elettronico lisergico, disturbante, quasi soffocante ma anche attraente e perfino ballabile. Invece, stavolta abbiamo dovuto aspettare il pezzone ‘Rocket #9’ per vedere un po’ di teste dondolare e godere di un crogiuolo che punta dritto verso la Germania degli anni ’70, aspirando ai robotismi dei Kraftwerk infarciti del kraut dei Neu! (segnali in codice: l’adesivo con la D sulla batteria di Neman e la maglia degli Amon Düül di Jaumet) flirtando però pericolosamente con derive pseudoprog. E così anche il brano in questione viene allungato, diluendo la parte più “danzereccia” fino a inserire più parti di sax, il risultato è tanta carne al fuoco. Troppa. Qualcuno leva le tende prima del tempo e tanta pesantezza probabilmente la avvertono in qualche modo pure sul palco: per rispondere a parte del pubblico che chiedeva più brani, Neman introduce l’ultimo pezzo, ‘Black Paradise’, dicendo che si tratta di un brano talmente lungo che probabilmente l’indomani saremmo stati ancora là ad ascoltare. Peccato che questa affermazione possa essere letta anche con una connotazione negativa: il pezzo in questione ha spaccato fino a un certo punto, alternando coreografie in cui i due batteristi ripetevano in piedi gli stessi movimenti fino ad incrociare le bacchette e sfogarsi sui tamburi per brevi squarci in un marasma più psych, con solite poche note di moog a fare da base/beat per una suite che in alcuni passaggi mi ha ricordato la live band di Caribou, poi Jaumet è arrivato a innestare pure intarsi di theremin e il tutto si è protratto, ancora una volta, fin troppo e chissà per andare a parare dove. Insomma, decisamente più sperimentali, algidi, meno divertenti, forse troppo confusionari. In queste lande, lo saprete, viva siempre Michael Rother ma questo show è stato stucchevole e neanche troppo alla lunga. Andatevi a leggere anche solo l’ultima riga del mio report (leggi) della serata di due anni fa e il paragone tra i concerti lo avrete bello che servito.

Piero Apruzzese

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