Zola Jesus @ Teatro Quirinetta [Roma, 24/Marzo/2015]

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Non avrei potuto passare questo martedì sera a casa per nessun motivo al mondo. Siccome la vita è ingiusta e crudele, non sono a vedere le Sleater-Kinney in Inghilterra. L’unica cosa che chiedevo a Nika Roza Danilova, dunque, era di sottrarmi alla mia disperazione, almeno per lo spazio di un paio d’ore. E, chiariamolo subito, lei è stata decisamente all’altezza del compito. Ma Nika mi aveva già dimostrato di essere una sveglia. Innanzitutto ha avuto il buon senso di scegliersi un nome d’arte, perché come Nika Roza Danilova non so quale credibilità avrebbe avuto. La scelta ha invero prodotto il vagamente pretenzioso Zola Jesus, ma tant’è. In secondo luogo ha avuto la scaltrezza di capire che la sua carriera non stava andando da nessuna parte. Intendiamoci, la venticinquenne americana aveva già pubblicato molta roba, non solo da solista, e aveva dimostrato di avere del potenziale. Ma se anche io fossi, e non lo sono, una fan del pop tetro e lo-fi, in giro c’era di meglio, anche tra le sue coetanee. Come dribblare perciò il rischio del dimenticatoio? Scrollandosi di dosso quella patina di (forzata?) tristezza e scrivendo un disco con l’ambizione di far ballare la gente. Questo disco è ‘Taiga’, uscito l’anno scorso, che ha sancito anche il passaggio da Sacred Bones a Mute. Sul significato dell’opera tutta Nika ha dichiarato: “I’m going to sound like Oprah, but−you can dream”, con la sfacciataggine di citare tra le sue influenze le Bikini Kill (riecco le Riot Grrrl) e Sia. E per quanto possa sembrare assurdo, tali influenze, almeno sul palco, riescono a convivere benissimo. Quando arriviamo al Teatro Quirinetta c’è già parecchia gente, e scendendo le scale apprendo non volontariamente che qualcuno della crew (lei stessa?) ha avuto un non meglio precisato incidente con una bottiglia di vino rosso. Quello che so è che il live inizia alle undici passate. Noi riusciamo a prendere posto tra le prime file, scelta che si rivelerà fatale visto che dalla mia postazione riuscirò a sentire abbastanza bene la sua voce e i colpi della batteria elettronica, quasi per niente le tastiere e gli inserti di fiati. Ma la colpa è mia che mi rifiuto di farmi vedere in pubblico con gli occhiali, e quindi voglio e devo stare vicina per avere una vaga idea di ciò che sta accadendo sul palco. Nika e i suoi tre musicisti, tutti in total black, fanno il loro ingresso sulle note dalla title-track, richiamata anche dalla scenografia essenziale che vede una sorta di albero stilizzato sullo sfondo, e la prima cosa che lei decide di fare è lanciarsi per terra quasi divorandosi il microfono. Si comincia a ballare con ‘Dangerous Days’, un singolo irresistibile che dalle nostre parti cantano un po’ tutti, e si vede che la ragazza ha coraggio perché altri un pezzo del genere l’avrebbero piazzato strategicamente alla fine della scaletta. Ma la cosa che più mi sorprende è proprio la sua capacità di tenere alta l’attenzione dei presenti dall’inizio alla fine. Quando si tratta di pezzi ottimi come ‘Go (Blank Sea)’ o ‘Lawless’ è facile, ma anche gli episodi meno convincenti del disco e i (pochi) recuperi del passato vivono di vita propria stasera, grazie a lei, che non si cura affatto della perfezione dell’esecuzione vocale puntando invece tutto sull’energia. Attraversa a grandi falcate il palco in tutta la sua larghezza, si arrampica un po’ dove capita invitando i presenti a cantare, e molti lo fanno, me compresa, talvolta anche inventandosi le parole delle canzoni. All’inizio c’è qualche problema tecnico, ma ci interessa il giusto. Le prime parole che ci dice sono le solite frasette in italiano, quando passerà all’inglese se ne uscirà con “I want a fucking tiramisù”. Benissimo. Merita di essere citata l’esecuzione di ‘Nail’, quella che ha cantato sulla neve a New York, il giorno in cui Bill de Blasio veniva deriso da tutti, nemmeno fosse un Marino qualsiasi. Come sull’album il pezzo comincia solo con la sua voce, il finale però è coattissimo, con lei che prima scuote dal suo torpore una ragazza seduta sul palco (perché?), impegnata a controllare il telefono, e poi fa scandire al pubblico “Set me free/ set me free!”. Prima dell’encore c’è anche tempo per una passeggiata tra i presenti, sono attimi concitati quelli in cui la vedo traballare sui tacchi inevitabilmente altissimi rischiando di cadere dai gradini. Quando mi passa accanto posso constatare non senza una certa soddisfazione che mi arriva alla spalla. Si congeda, momentaneamente, con ‘Night’ introdotta da: “Rome, I love you! You guys are so ancient, can you believe it?” che rafforza i dubbi sulla fine fatta da quella bottiglia di vino. Il pubblico sembra entusiasta, e alcuni la richiamano sul palco con un “Zo-la Zo-la” che mi fa molto molto ridere. La chiusura, splendida, è affidata ai due episodi migliori di ‘Conatus’: una ‘Skin’ intensissima e ‘Vessel’ che finisce ovviamente in crescendo. Io non ero una fan di Zola Jesus prima di questo concerto, e nemmeno chi è venuto a vederla con me stasera. Ma se quando saliamo in macchina ci tremano ancora le mani, se abbiamo ballato tutto il tempo, noi che di solito non lo facciamo, se non c’è stato un solo momento di noia anche quando hai cantato le canzoni che non ci piacciono, allora io magari non ho voglia di aspettarti per farmi firmare il biglietto, non mi comprerò tutta la tua discografia al banchetto del merchandise, non ho smesso di meditare di porre fine alla mia esistenza per essermi persa le “ragazze”. Però non posso non darti cinque stelline, e quando tornerai da queste parti ci sarò.

Elisa Fiorucci

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