Zola Jesus @ Monk [Roma, 14/Novembre/2017]

454

Nika Roza Danilova, classe 1989, è di origine russa ma di nazionalità americana, essendo nata a Phoenix e cresciuta nel Wisconsin. Il nome d’arte Zola Jesus deriva dalle due maggiori ispirazioni dichiarate dell’artista, ovvero lo scrittore francese Émile Zola e Gesù Cristo. Artisticamente fonde gli studi di canto lirico fatti da bambina con l’esempio degli artisti amati in adolescenza: Lydia Lunch, Diamanda Galas, Throbbing Gristle e Swans. Ne deriva una musica darkwave, industrial ed elettronica dal lirismo non convenzionale, che inizia a sperimentare da sola con l’utilizzo di tastiere e drum machine. Pubblica un paio di singoli nel 2008 e nel 2009 il disco d’esordio “The Spoils”, prima autoprodotto e poi ristampato l’anno seguente dalla Sacred Bones Records. Il 2010 vede anche la realizzazione del disco “Stridulum II” per Souterrain Transmission, che raccoglie gli EP “Stridulum” e “Valusia”, che riscuote molto successo di settore grazie alla spinta di riviste come NME e Q magazine. L’album “Conatus” del 2011 è prodotto da Brian Foote dei Nudge e nel frattempo collabora con LA Vampires, i Former Ghosts, i Fucked Up, gli M83, gli Orbital e i Prefuse 73. Sempre per Sacred Bones pubblica il successivo “Versions”, album che raccoglie le rielaborazioni in arrangiamenti neoclassici di alcuni brani dei due dischi precedenti e un inedito, preparati per una performance esclusiva al Guggenheim di New York, avvalendosi all’ausilio del Mivos Quartet e della sapiente produzione di J.G.Thiriwell. La paragonano ad artiste come Lisa Gerrard ed Elizabeth Fraser, ma anche a Kate Bush che flirta con i Joy Division, oppure ad un ibrido elettronico tra Florence Welch e Siouxie Sioux. Lei sembra non curarsene e pubblica “Taiga” per la Mute nel 2014. Il titolo è la trasposizione russa di foresta boreale, lei stessa ne cura la produzione insieme a Dean Hurley, conosciuto anche per la supervisione musicale della serie “Twin Peaks”. Nel settembre di quest’anno viene dato alle stampe “Okovi”, che segna il ritorno alla Sacred Bones. Questo disco intenso e maturo la riporta agli esordi, abbraccia tematiche come la depressione e il dolore quotidiano e si candida come il migliore della musicista gotica statunitense.

L’apertura della serata è affidata a Devon Welsh, ex frontman del duo canadese Majical Cloudz. Il musicista ci presenta sei brani del suo recente percorso solista, aiutandosi con delle basi su cui canta con una tecnica ed un’estensione invidiabile. Una bella voce indie, garbata e graffiante allo stesso tempo, a proprio agio sulle ballate che esegue. Le atmosfere sono folk, sia quando è sostenuto dall’arpeggio ciclico di una chitarra, sia quando si poggia languido su bordoni di synth o accordi di piano. Le melodie sono interessanti e i vocalizzi le sottolineano. Visivamente è molto essenziale. Minuto e completamente rasato, è scalzo e indossa jeans classici e una t-shirt nera semplice. In piedi sul limite esterno del palco, canta ad occhi chiusi e muove la mano ondeggiando il corpo a tempo, coinvolgendo i presenti con l’emotività della sua voce. Parla poco, se non per i ringraziamenti di rito e per dedicare un brano alla memoria di suo padre. Mezz’ora d’ottima fattura ed applausi meritati. Alle 23:00 Zola Jesus sale sul palco accompagnata da Alex DeGroot alla chitarra elettrica e Kim Libero al violino. I tre sono allineati in orizzontale e dietro di loro, sul fondo del palco, un tavolo raccoglie tutta la strumentazione elettronica fatta di sequencer, synth, campionatore e drum machine che utilizzano per lo show. “Veka” apre le danze con la sua atmosfera dark e la ritmica in crescendo, seguita dalla vena pop di “Soak”, per cui Zola aziona un proiettore direttamente sul palco, rendendo tutto molto più lisergico. “Dangerous Days” ci riporta al disco precedente, la ritmica elettronica è più dritta e il ritornello particolarmente immediato. Lei canta bene e il suono regge, ma ancora non decolla. “Hikimokori” ci riporta nel 2011. Breakbeat d’atmosfera e quartetto d’archi, grande dinamica nel crescendo e ottima interpretazione vocale. A questo punto si avvicina al microfono, tra il serio e il faceto bestemmia in italiano e presenta “Witness” dicendo che parla di suicidio, per poi eseguirlo in una maniera così struggente da lasciare a bocca aperta. Con “Siphon” riparte il beat, lento e sincopato, prima di accendersi in un gran finale. Lei aggredisce la scena con sicurezza, balla e si dimena con personalità e la sua voce sovrasta il resto, anche quando non sembra staccarsi troppo dagli altri strumenti. DeGroot ha presenza scenica, la Libero meno, entrambi assolvono al meglio il loro compito. “Clay Bodies” è l’unico estratto dall’esordio. Marziale ed alieno, sa essere post-punk e darkwave, con l’elettronica che inchioda. Il pubblico ascolta con grande attenzione, quasi stregato dalla catarsi che si è generata. “Wiseblood” riporta all’attualità e ad un incedere più fruibile. I suoni sono profondi e taglienti, ma le dinamiche più leggere. A questo punto saluta i presenti e ringrazia il team italiano che supporta il tour. “Remains” ha una buona struttura e si mostra decisamente accattivante quando la voce e la ritmica alzano il livello. “Night” è l’unico ripescaggio da “Stridulum”, parte secco e con delle basse assassine, per poi evolversi con molta meno imprevedibilità. Gli fa eco “Vessel” estratto da “Conatus” ed interpretato in maniera molto più morbida del previsto. Gran finale con lei che agita una tastierina in un crescendo noise e un tripudio di luci. “Exhumed” è il pezzo del live: maestoso, imponente, tribale ed ipnotico. Mostra l’essenza del suono di Zola che ancora non avevamo visto stasera. Spettacolo! Escono e rientrano per fare un bis. Le prime note di “Skin” esaltano I vecchi fan. Chitarra effettata e sognante, unita ad un violino dolce e discreto per un finale psichedelico, ingredienti subordinati alla perfezione di una voce che non da resti. Finisce così dopo un’ora di performance, da cui forse era lecito aspettarsi qualcosa in più. Un plauso speciale va alla playlist che ha accompagnato tutti i momenti di non concerto della serata, composta esclusivamente dai canti del coro femminile Le Mystère des Voix Bulgares (proprio quello parafrasato da Elio) e selezionata personalmente da Nika.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here