Zola Jesus + Bachelorette @ Circolo degli Artisti [Roma, 8/Dicembre/2011]

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La celebrazione musicale della immacolata madonnina incomincia con la un po’ zozzetta Annabel Alpers, qui nei panni del suo alter ego Bachelorette, che prende (forse) il nome da un celebre pezzo di Bjork. La minuta neozelandese con una graziosa frangetta e una ricchissima strumentazione adagiata sul tavolo di mastro Ciliegia, compone bozzetti electro, dove delicate melodie si adagiano su soffci pattern di drum machine. Musica buona per ordinare la prima birra al bancone: non brutta, ma di quella che al 90° secondo mette a dura prova le palpebre e al 120° gli zebedei. Verso il finale, i suoni si fanno più acidi e minimali e sembrano fuoriscire da un coin-up a 8 bit, colorato come un pulmino freak e alimentato con i funghetti psicotropi di Super Mario. La Alpers ha il buon gusto di lasciare la scena dopo una trentina di minuti scarsi e quando, timidissima, invita i presenti a raggiungerla al bancone del merchandising, vedo più di un gesto dell’ombrello alzarsi dal pubblico. Rapido turn overr, con la madonna ancora protagonista nei commenti dei roadie che si trovano a smontare tutta la roba della Bachelotte-che fa la gnorri e non da una mano- e l’unico metallaro presente al circololo (nuova scuola, quella di “o Death o morte”) si siede imbronaciato dietro la batteria, subito seguito da 3 professionisti di Warcraft on line, che prendono posto ai synth e laptops.

Sul clangore metallico e no wave di ‘Swords’, fa la sua entrata in scena in tutto il suo metro e venti Zola Jesus, che hai voglia ha metterti una busta di plastica trasparente in testa e a giocare a fare la Laura Palmer sulle copertine dei dischi, sempre Pastorotta stile “Ukraina è Ukraina” rimani. Tosto attacca con Avalanche dall’ultimo lavoro ‘Conatus’. Il recente LP è molto costruito sul cantato neo-classico della nosta, con una strumentazione essenziale tenuta in secondo piano, come se fosse registrata in un’altra stanza. Temevo la delusione da Pro-tools, invece prima impressione positiva della serata: la voce non solo c’e’, ma tiene testa, senza farsi soprastare, sia al picchiare marziale delle pelli sia alle insidie acustiche del circolo, ergendosi sui tetri e malinconici archi sintetici. La Danilova tiene bene l’attenzione su di sé con mossa a metà tra Salomé e il Waka Waka. Si incomincia a pompare con i bassi nella successiva hikikomori, ritmo da dance floor da qualche parte nella città delle nuvole, mentre Han Solo cade prigioniero dell’impero. E quindi la volta di ‘Stridulum’, netto ritorno ad un’atmosfera da apocalisse secondo santa Siouxsie, con la distruzione del mondo fissata distrattamente in riva ad una spiaggia, seduti, le gambe appoggiate al petto, e di ‘Collapse’, epicità per spettri di colletti blu, che si erge sulle macerie di una fabbrica abbandonata. Ma quando il copione sembra firmato, con il gongolante pubblico gotico contento di aver trovato la sua nuova Musa sintetica, accade l’inimmaginabile. I bpm aumentano e Adrien Brody con la parruca bionda infila una tripletta da cardiopalma: una ‘Sea Talk’, iniziata con la Jesus distesa a pancia in su, che si alza tarantolando, man mano che avanza il crescendo, fino all’evocativo ritornello da MTV captata su un televisore rotto, una ‘In Your Nature’, che celebra, saltellando a destra e manca, il matrimonio tra Janet Ballion e Martin Gore, e sopratutto una ‘Shivers’, velocizzata ed anfetaminica, sulle note della quale la nostra abbandona il palco e si mette a ballare in mezzo al pubblico: un ovetto al cioccolato bianco, di grigio fasciato, che semina terrore e raccapriccio tra i darkettonI convenuti, improvvisando pure un mezzo trenino. Noi che apparteniamo alla parte dell’audience che non fa della depressione la sua bandiera, non possiamo che essere contenti e compiaciuti, come da piccoli di fronte alla pubblicità del cioccorì. Quando la ventiduenne del Wisconsin, al termine del brano chiede senza vergogna che qualcuno le dia una mano per risalire le transenne, perché lei non ci arriva, applaudiamo di cuore. Perché di questo canta Zola Jesus: che va bene che il destino è baro, cinico e sadico, ma in fondo divertirsi raccontandolo non è il più grande smacco che vi si possa oppore?

Si prosegue su arie ballabili con gli occhi (un po’) tristi di ‘Seekir’, l’educata urgenza di matrice eighites di ‘Lxode’ e il maestoso pop al silicio di ‘Lick the Palm of the Burning Handshake’. Chiude la prima parte del set la nervosa cupezza di ‘Vessel’, sul cui finale il “i Deicide tutta la vita” si mette a colpire le pelli come un ossesso, concedendosi-birichino-qualche rullata, subito accompagnata dal violento headbanging di Nika Roza. Due bis veloci, perché anche se Roma è deserta, sia mai che qualche fuorisede non possa ondeggiare con ‘Boys Don’t Cry’ o ‘Boys & Girls’: la sontuosa musica da film sui Dead Can Dance di ‘Ran Me Out’ e un ultimo giro di danza prima del campanello. Rimane fuori ‘Sink’, la mia preferita, ma i suoi toni intimistici mal si sposano con la ossianica festività dell’esibizione. Uscendo un amico commenta: “prendila con le pinze, ma a me è ha ricordato una Lady Gaga raffinata, cresciuta a pane e 4AD”. Non posso che concordare, meditando su come il mondo sarebbe un posto migliore se invece della mongoloide che va in giro con le bistecche sulla testa, gli stadi fossero riempiti da questo folletto biondo, inventatosi Zola Jesus perché fallita la carriera come cantante lirica…

Carlo “Aguirre” Fontecedro

3 COMMENTS

  1. Grande Aguirre!!! “ce piaceno” sempre le tue recensioni…anche se rare… Però me sembra de capi’ che ho fatto bene a optare per tim hecker a pisa…..a parte i chilometri fatti…
    Nonostante tutto però, non mi sarebbe dispiaciuto vederla dal vivo…
    Sempre lunga vita a Radiocarlonia……che prima o poi tornerà vero?!?! ciao

  2. No, No, il concerto mi è piaciuto proprio per la piega ‘danz-danz’ e non troppo seriosa, con lei simpatica come la pimpa quando fa i casini che armando poi se la incoola (copyright ‘antro del dottor manhattan’). Però se uno si aspettava Benedetta Valentini (do you remember boys from terza c?) e la sua “angoscia” ci rimaneva male. Io me la sono spassata alla grande.
    RadioCarlonia sta per tornare devo solo raccogliere le forze, ma c’ho idee per almeno due numeri…

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