Zita Swoon @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Marzo/2007]

442

Più che il fisico potè la curiosità. Sorretto da una media sonno di cinque ore a notte non ho nessuna intenzione di perdermi il concerto dei Zita Swoon. Noti e apprezzati per essere la personalissima creatura di Stef Kamil Carlens – bassista/chittarista/autore/cantante – con alle spalle un passato lungo sei anni (1990-1996) circolettato di rosso dai dEUS. Ma Carlens ha voglia di cambiare. Di trasformare, ampliare, convogliare esperienze e differenti culture all’interno del suo progetto. Una spugna en travesti che ha inizio come A Beatband, per poi fare tappa sotto il moniker Moondog Jr. (abbandonato per l’omonimia con l’artista americano Louis “Moondog” Hardin) fino al più calzante Zita Swoon. La prima delle cinque fermate italiane rimarrà al termine della serata la cosa più emozionante vista fin’ora in questo inizio 2007. Perchè il collettivo a otto ha arredato la sala del Circolo degli Artisti. Perchè suoneranno posizionati in cerchio tra la gente. Semplicemente con la loro amplificazione. Tra tappeti, percussioni, strumenti elettrici ed acustici, proiezioni suggestive ed una professionalità che noi terzomondisti accogliamo sempre con meraviglia e stupore. E’ una band “zingara”. Ma non per il completino rosa shocking fiorato di Carlens che unisce a degli stivaletti di pelle bianca a tacco alto nè tantomeno per il suo orecchino, ma perchè in dieci anni i nostri hanno girovagato alla ricerca del loro personalissimo “tutto torna” musicale. Da New Orleans alla stesura di soundtrack ambiziose, dalle performance itineranti del teatro danzante a “Camera Concert-A Band In A Box”, concept live che racchiude come in uno scrigno prezioso due lustri di esibizioni. Proprio questo lavoro (datato ormai 2005) viene aggiornato e fatto viaggiare attraverso l’Europa. Quattordici brani presentati in un’ora e mezza di vibrazioni malinconiche – fumose, vivide, toccanti – non tralasciando la natura zappiana, l’architettura soul, il pathos elettrico del funky più villoso e il sangue di Antwerp. Kamil Carlens si muove e somiglia al David Bowie di “Let’s Dance” tranne quando colto da raptus si ricorda di avere nell’anima anche il “padre” James Brown. Aiutato in questo da due straordinarie cantanti di colore dotate da madre natura di voce proveniente da altro pianeta ignoto. Il pubblico è stretto tutt’attorno in un unica irripetibile catena, così assorta, attenta, pronta a partecipare attivamente. Rapita. Come quando parte “Hey You, Whatsadoing?” (dall’autunnale “A Song About A Girls Chikaree”) brano superlativo che manca (purtroppo) nel repertorio degli ultimi dEUS. Viene presentata e anticipata “Big City” title track del prossimo futuro nuovo album. Alla fine gli otto interpreti sono sommersi da un’ovazione. Impossibilitati a prendere la via (lontana) del camerino. Il finale è velluto nero. Tradotto in musica dagli scenari desolati evocati da “The Night” dei Morphine. Gli ultimi Morphine. Il colpo di coda. Un soffio di vento. Dalle Fiandre fin dentro il cuore. Applausi.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here