Zita Swoon @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Settembre/2007]

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Sembra passata una vita da quel 16 Marzo a oggi. Una vita profondamente cambiata nelle fondamenta. Una vita che non sembra però aver intaccato lo spirito nomade della band itinerante belga. Gli Zita Swoon sei mesi dopo. Raccolgono il doppio di spettatori rispetto a quella felicissima esibizione. Raccolgono l’ennesimo applauso. Raccolgono ancora i frutti del concept live “Camera Concert-A Band In A Box” che non sembra risentire degli oltre due anni portati elegantemente sulle spalle.

L’aria non sente il bisogno di costringermi a portare in vita un comodo giacchetto. La strada è buia. Il parcheggio come sempre raffazzonato in qualche spigolo stradale. In qualche angolo pedonabile. La strada è popolata da una famiglia di gatti automobilisti. Beatamente immersi nel mondo dei sogni felini sopra comodi cofani in sosta. Un calpestio solitario. Rumore di vecchie foglie cadute col vento. Poi la sagoma amica di un caro ragazzo. Accompagnato da un volto noto come quello di Teresa De Sio. Il nostro tavolo. Tre bicchieri di rum. E l’affascinante presenza della simpaticissima artista napoletana (da tempo divenuta romana d’adozione) con la quale inizio a discorrere di argomenti vari sulla qualità odierna della musica tricolore. Del suo amico di vecchio corso Roy Paci, di live, di sigarette, di promozione, di cofane (intese come pettinature esorbitanti, come quelle delle coriste degli Zita Swoon).

La posizione della band è sempre la stessa. A cerchio in mezzo alla sala. Ottetto formidabile. Con il condottiero Stef Kamil Carlens sempre di rosa vestito ma questa volta a sfoggiare un gessato da urlo. E’ lui che inizia in solitaria prima di essere raggiunto dai suoi compagni – tra cui spiccano le due coriste di cui sopra immerse in deliziosi abitini di raso fiorato a riprendere l’iconografia delle Supremes che furono -, insieme ai quali inizia a scaldare i cuori proponendo il cavallo di battaglia “Hey You, Watshadoing?” (dall’autunnale “A Song About A Girls Chikaree”). Folgorante. In fondo mi accorgo che da quel 16 marzo poco o nulla è cambiato. Gli occhi diventano improvvisamente gonfi. Trovo nel rum la colpa di un effetto collaterale tanto inaspettato quanto giustificato. Trovo che questo brano, così leggiadramente rielaborato rispetto alla versione originale, sia una meraviglia. Anche ascoltato per l’ennesima volta. Trovo che il cuore avrà sempre il suo bel da fare. E penso che quella graziosa ragazza dai capelli rossi raccolti che danza alla mia destra sia profondamente innamorata. Si muove nel suo piccolo spazio con il cellulare a mezz’aria per condividere quelle emozioni con qualcuno di importante. Immagino possa essere il suo ragazzo. L’aria si fa lentamente satura di coinvolgimento. Corpi che ondeggiano sospinti dalla poliritmia di un ensemble tirato a lucido. Chimicamente perfetto. E allora cosa importa se gli Zita Swoon presentano un brano nuovo, cosa importa se ad ogni piccolo grande boato di applausi i volti dei musicisti si dilatano in grandi e sinceri sorrisi, cosa importa se Carlens trafigge e rapisce con quella voce densa e lievemente rasposa, cosa importa se i brani si susseguono come protagonisti di un’unica favola, cosa importa il luogo, e così il tempo, il vento, il rum. Mentre la ragazza dai capelli rossi continua la sua danza ad occhi chiusi penso che dopo tutto da quel 16 marzo a oggi non è cambiato poi molto. Vinti come sempre dall’amore. Che stordisce. Che confonde. Che fa danzare. Soli, come gli unici abitanti del mondo. Il più bello. It’s really hard to let you go. I feel so bad cause I just don’t know. What I’m doing Whatshadoing?

Emanuele Tamagnini

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