Zippo + Stereochrist + Juggernaut @ Sinister Noise Club [Roma, 16/Novembre/2007]

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Gelida serata ad alto tasso voltaico. A passi da gigante. Con movenze slow. Rallentate. Urlate. Dilaniate. In un Sinister Noise Club ricolmo. Caldo. Compatto. Sarà la notte della sambuca. Della schiena contro il muro. Di odore di pelle e inchiostro nero. Di Aguirre.

Aprono i romani Juggernaut che propongono brani dalla loro recente autoproduzione “Ballads By The Fireplace”. La band corrotta dalle lancinanti growl di Sasà piace fin da subito. In una tirata miscela tra post hardcore e rigurgiti metal di stampo gotico (non so perchè la prima immagine saltata alla testa è stata quella dei Paradise Lost). Una mezz’ora buona di dilaniante potenza controllata che viene accolta alla grande dal numeroso parterre che apprezza e si dirige curioso verso i ricchi stand di merchandising che coinvolgono i tre gruppi protagonisti.

Un piccolo tour che sta portando a zonzo gli ungheresi Stereochrist a cui tocca la posizione d’esecuzione mezzana. Nati dalle ceneri di importanti act locali (vedi Mood) e dunque con elevata esperienza a rimorchio, i quattro magiari vantano due album alle spalle (l’ultimo dei quali edito nel 2006) e una vita quotidiana fatta di lavoro e studio che riprenderanno appena tornati in patria. Il livello è alto. Un approccio totemico ma saettante. Sludge nell’idea ma melodico nelle fondamenta. Come se i Pantera fossero stati assunti da casa Metallica. Come se i Corrosion Of Conformity avessero trovato per strada quel che resta dei Black Sabbath. Come se i Crowbar risiedessero a Budapest. Poco più di trenta minuti per deragliare e rimanere sulla strada maestra.

A chiudere il corposo trittico ci pensano i pescaresi Zippo, attivi da quasi un lustro, attualmente al lavoro su quello che sarà il seguito dell’autoproduzione “Ode To Maximum”. I cinque ragazzi hanno il passo felpato di un elefante. La pesantezza genetica di una perfetta stoner doom band. I numeri psych per poter districarsi in uno scenario continentale inflazionato. Stacchi e ripartenze nei momenti più tirati. Suoni dalla “cattedrale” quando la stasi è solo apparente. Il cantato e le movenze mosh riportano agli albori degli anni ’90. Teatralmente coinvolgente in alcuni frangenti. Nella seconda parte del set presentano una manciata di pezzi nuovi per testare l’audience. Che rimane fedele al filo rosso che ha unito un interessante trittico “core” in una serata tellurica. Vibrante. Oscura. Ma fresca e vitale dopotutto.

Quando la risalita è ormai d’obbligo rimango ipnotizzato dal filmato murale dell’allocco di lapponia. Un predatore di una bellezza mai vista. Silenzioso. Micidiale. Chirurgico. Ma questa è un’altra storia… o no?

Emanuele Tamagnini

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