Zeus! @ United Club [Torino, 8/Marzo/2013]

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I Fantomas e i lavori più estremi di Patton come ‘Pranzo Oltranzista’, i Locust di ‘Pearson’ (ospite anche nell’ultima fatica), i Naked City di Zorn, i Lightning Bolt, gli Hella, Bologna Violenta.
 Mi perdonerà il lettore se sovverto il normale ordine delle cose, se prima di citare il soggetto della mia recensione, elenco al contrario le influenze o almeno quello che ho avvertito durante l’ascolto, però sembrava un modo originale di introdurre una band dal parvo appeal mediatico ma dall’indiscusso valore intrinseco. Signore e signori: gli Zeus!
 L’olimpica coppia è formata da Luca Cavina e Paolo Mongardi, due virtuosi del basso e della batteria che si sono fatti le ossa nell’underground di successo del panorama musicale, ma che hanno avuto la geniale idea di fondere le proprie capacità musicali per dar vita al più potente e violento duo-core del panorama italico.
 Ma andiamo ai fatti: gli Zeus!, per il lancio della loro seconda fatica discografica ‘Opera’ (recensito qui – leggi), sono in questi giorni in giro per lo stivale ed hanno fatto tappa in quel di Torino, precisamente all’United Club, un bel locale disposto su due piani e che in quella serata li aveva come ospiti principali nella sala più grande al primo piano, mentre al pian terreno si teneva la celebrazione dei 5 anni di attività de I Fasti (?), di cui per decenza non riferirò.

Dopo una fin troppo lunga attesa (concerto dato per le 22:00), attorno alle 11 e mezza salgono sul palco i veronesi Backing Band, gruppo fotocopia (almeno per quel che riguarda la strumentazione) degli stessi Zeus!, che per 40 minuti ci mostrano la vena desert-rock del bassista e l’energia metal del batterista, niente voce solo corde e pelli, una giusta e quanto mai azzeccata introduzione alla violenza che ci aspettava dietro l’angolo. 
Inspiegabilmente, quando mancano dieci minuti all’una, dalla sala giungono soavi le note dello ‘Schiaccianoci’: gli Zeus! lasciano la zona merch, si spogliano dei pochi abiti e salgono ad impugnar bacchette e plettro e, come lo scorso anno all’Init di Roma (leggi), si mostrano l’uno con occhiali da sole e l’altro con una maglietta che presto avrebbe lasciato il posto alla virilità scoperchiata.
 Alla prima canzone subito si staglia il suono di un theremin che da colore alla potenza sprigionata dal duo, ma già dalla seconda, lo strumento registrato lascia il posto al growl violento di Luca Cavina che prova a non far rimpiangere l’ex locusta; queste urla avrebbero poi accompagnato buona parte dei successivi brani, glossolalie prive di significato, ma con una valenza tra il canzonatorio e l’intimidatorio. Oltre a queste, anche altre variazioni sul tema basso-batteria sarebbero state proposte per alleviare la pigra e voluta monotonia dei brani, ora con una ipnotica pianola mormorante ora con un loop di chitarra ossessivo, quasi a cadenzare e a distrarre dai boati prodotti da Cavina e dalle ritmiche tribal-chic di Mongardi.
 E così, dopo un ora di bolgia infernale, inframezzata da brevi presentazioni o siparietti col pubblico che godeva dei vari “diobo’” o di altre amene riflessioni avvolte da un simpatico accento romagnolo, dopo un bis lunghissimo rispetto ai concisi brani, dopo il melodioso rumore, tutto si chiudeva tra gli applausi dei – a dover di cronaca – pochi spettatori che, finito il banchetto sonoro, si allontanavano dalla sala tutti visibilmente scossi dalle violente note assorbite in così poco tempo, ma certamente soddisfatti di aver trascorso il giorno dell’esaltazione degli stereotipi femminili nel modo più rumoroso possibile. Non per niente” l’Opera” è femmina.

Gerri J. Iuvarra

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