Zenerswoon + Cat Claws @ Traffic [Roma, 27/Gennaio/2006]

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Antefatto Storico
L’indie rock nasce il 24 febbraio 1921, quando un entusiasta Trotzky spalancò la porta dell’ufficio di Lenin, al Cremlino, con un demo di Robert Johnson. “Senti un po’ questo, Julianov!” Il piccolo padre, disteso sul divano di pelle, intento a non perdersi neanche una nota dell’EP de “Le Valvole Siberiane” suonato sul suo grammofono d’avanguardia, lo fulminò con uno sguardo misto di superiorità, odio, disprezzo e scherno. L’attitude indie appunto.

Red Cherry: indie-snob
L’attitude indie dei Red Cherry incomincia al piano superiore del Traffic, quando un “altolà” impostoci da cinque giovanotti dall’aria annoiata, impedisce a me e al Direttore di sederci ad un tavolino. “è occupato” bofonchia il più loquace della cricca “sono fuori a fumare”. Da lì a poco infatti entrano Harvey, il coniglio invisibile e Rudolf Hesse, rigorosamente in alta uniforme. Mandiamo giù un bicchiere di porto e bile, e scendiamo al piano inferiore per assistere all’esibizione del primo combo in scaletta. Che, sorpresa!, si rivela essere proprio il team degli indisponenti di cui prima. Siccome Lester Bangs ci ha spiegato che lo iato tra il lato umano del musicista e il suo talento può essere immenso, ci mettiamo ad ascoltare di buon grado. Il suono del quintetto è un impasto dei Radiohead più “cerebrali” e Mogwai. La stoffa c’è, peccato che i nostri appaiono troppo contriti, attenti a svolgere alla perfezione il proprio compitino. Sensazione rafforzata quando i Red Cherry si lanciano in interessanti intrecci chitarisstici, ben tre le sei-corde sfoggiate, che potrebbero trasformarsi in un muro di suono della madonna, se non fossero così trattenuti. Ampi margini di miglioramento, quindi, che ci auguriamo che Luigi Buccarello e soci sappiano sfruttare appieno, magari lavorando sulla voce, (volutamente?) stonata nel primo brano e non in grado di imporsi sull’amalgama sonoro generato nella parte restante della performance. Didascalici, invece, gli inserti elettronici. Harvey comunque apprezza.

CAT CLAWS: l’indie al tempo delle mele
Veloce cambio di set e guidati dalla graziosa Lavinia, salgono sul palco i Cat Claws. Incominciano dalle cose negative: ci infastidisce il mood da festa del liceo dell’esibizione, vabbè che il Traffic non è proprio la Wembley Arena, ma un minimo di professionalità in più non avrebbe guastato. I primi pezzi sono un puro r’n’r grezzo e divertante, e l’impaccio degli artigli va pian piano scemando. Facciamo notare al Direttore il nostro disappunto per gli imbarazzanti siparietti tra una canzone e l’altra e la cantante – con un udito degno di Daredevil- tenta di bacchettarci affermando che “questi due sono propri antipatici”. Affinati da decine di figure di merda e ispirati dal quel sesto senso che è la nostra faccia da culo, ci giriamo di scatto e accusiamo l’incauto vicino. Crom ci è amico, Thrangh fa finta di non vedere e l’innocente ascoltatore, esposto al pubblico ludibrio, è costretto a fare autocritica. I Cat Claws concludono il tempo a loro disposizione con brani dalla struttura più complessa e tirata, con interessanti code strumentali tutto feedback e riverberi. Speriamo di vederli in un contesto più serio, e facciamo i complimenti alla parte ritmica del gruppo: Valentina, l’altra –serissima – signorina in formazione (batteria), e Guido (basso), che, tra l’altro, sfoggia una bellissima t-shirt del MOZ, sono potenti, pestoni e precisi e da soli aggiungono mezzo voto in più al concerto dei gattini.

ZENERSWOON: la serie A dell’indie
Sono le due meno un quarto, quando i toscani imbracciano gli strumenti, e pian piano il pubblico sciama. Colpa della tarda ora, e non certo degli Zenerswoon, che, diciamolo da subito, spaccano e di brutto. Un pop sbilenco e rumoroso il loro, con Stefano Tamborrino che da una batteria minimale, tira fuori una vastissima gamma di suoni, sorreggendo le intricate trame strumentali che Andrea Angelucci, voce e chitarra, intreccia con quel clone di Gramsci che è Lorenzo Bettazzi (basso e voce). Menzione d’onore per il funambolico bassista che usa il proprio strumento quasi fosse una seconda chitarra. Bellissimo il pezzo finale, avvolgente orgia sonora, con i nostri ci danno dentro come dannati. Bravi e pure tanto.

Carlo Fontecedro

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