Zen Circus @ Locanda Atlantide [Roma, 4/Aprile/2012]

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Qualcuno disse di loro che ormai sono l’unica vera punk band italiana. Lungo la linea che li congiunge a Clash e Violent Femmes, li si immagina saltare su qualche furgone scassato per cominciare a girare Pisa e dintorni, poi la Toscana, poi l’Italia e poi chissà quanti altri posti. Andrea, Ufo e Karim quando salgono sul palco hanno in mente solo una cosa: divertirsi. E ci riescono bene, con quel misto di disincanto, ironia e immediatezza che li contraddistingue. Il Busking Tour altro non è che l’ufficializzazione di un’attività che i tre ragazzi pisani ormai svolgono da anni: andare in giro a suonare dove capita, con il minimo indispensabile e con lo spirito giusto; con quell’irruenza che ormai è il loro marchio di fabbrica. In altri tempi, qualcuno avrebbe detto “Fottiti tecnica, vaffanculo impianto!”. La band ha preso alla lettera l’invito: niente effetti né dissimulazioni, solo tanta voglia, foga e grinta. E una salvifica autoironia. Questa sera suonano alla Locanda Atlantide. Questo vuol dire una cosa ben precisa: l’atmosfera già irrespirabile del sito potrebbe diventare presto asfissiante. E così è, effettivamente: in poco tempo, la vista inizia a farsi sfocata e il classico tubo comincia a non vedersi più, mentre una fitta coltre di umori corporali fluttuanti si forma al di sopra delle nostre teste. Gli atti di isteria e delirio insensati e gratuiti di alcuni fiaccano ancora di più la resistenza. Ma ora basta: in apnea e concentrati, che salgono gli Zen.

Sullo sfondo di una musica da circo, i tre non perdono tempo e attaccano subito con ‘Atto Secondo’. Karim si distingue subito per la consueta foga, nonostante la nebbia, e c’è da notare che l’audio suona già benone e i tre si sentono chiari e forte. Dal precedente disco ‘Andate Tutti Affanculo’ viene ripresa la cantilena ‘We Just Wanna Live’, mentre con la misantropica ‘Gente di Merda’, che suona parecchio Dead Weather ante litteram, nonostante l’assenza di distorsioni, iniziano i primi tentativi di pogo. Dopo l’andamento quasi gucciniano di ‘Il Paese Che Sembra Una Scarpa’, cominciano a farsi sentire i primi pezzi da novanta. Prima l’arguta ‘Andate Tutti Affanculo’, quindi il nuovo singolo ‘L’Amorale’ e l’atmosfera si surriscalda. La prima apoteosi della serata arriva puntuale con l’esecuzione di ‘Figlio Di Puttana’, forse il loro secondo brano più noto. La partecipazione al canto è collettiva, tanto che la prima strofa viene cantata dal solo pubblico. Tant’è che Appino dice qualcosa come “siamo proprio diventati nazionalpopolari”, per contrappasso. L’allegro stornello di ‘Ragazzo Eroe’ mette di buon umore e incita al canto, quindi dal passato viene recuperata, credo, ‘En la estacion’. I suoni e il piglio tradiscono l’influenza dei Violent Femmes e anche, seppur non esplicitamente, di un gruppo come i Minutemen, omaggiati a più riprese dagli Zen. Ma la band pisana cresce sempre più in popolarità e personalità e non teme confronti. Dopo la lezione di vita de ‘I Qualunquisti’, arriva il loro brano più popolare. ‘Canzone di Natale’ deride la tradizione tipicamente americana delle canzoni per la festività e ne ribalta la prospettiva, calandola in un contesto familiare e drammaticamente verosimile ma irresistibilmente ironico. Una tragicommedia scalcinata eppure coinvolgente nella sua vicinanza, una perla del cantautorato nostrano. Inutile dire che è l’atto, apparente, di chiusura dell’esibizione. Andrea Appino, ai primi atti di insofferenza del pubblico, appena prima di uscire dal palco si avvicina al microfono e dice: “Tanto lo sapete che ritorniamo: non ci prendiamo per il culo”. Una frase che aspettavo di sentire da tempo e che, per dirla alla Funari-Guzzanti, è tanto liberatoria. Tra le encores, il surf di ‘Milanesi Al Mare’ e, per finire, quello che non ti aspetti. Più che una performance unplugged, toccherebbe chiamarla unheard. I tre staccano tutto e, sul ciglio del palco, suonano ‘Ragazza Eroina’ senza alcuna amplificazione. Il basso è assolutamente muto, il batterista percuote con la bacchetta una cassa spia e l’unico che riesce un minimo a farsi sentire è il cantante, sebbene a stento. Memorabile, o, per dirla in un altro modo, “che bel momento dei miei coglioni…”. Bravi ragazzi!

Eugenio Zazzara

Produzione: Ausgang