Zen Circus @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Settembre/2010]

552

Ci sono poche cose più salubri, per un ragazzo di vent’anni che li segue e incensa, di una serata in compagnia degli Zen Circus. E quelle poche cose hanno tutte più o meno a che fare con bisogni fisiologici e strutturali del’essere umano – sì, si parla di libri e riproduzione. Qui si sta scrivendo di un evento che trascende l’allegria, e che coinvolge tutte le parti in causa in un unico delirante spettacolo. E quindi un Circolo quasi al completo, benchè se non ci fossimo attardati fuori a girare una sigaretta un paio di posti in prima fila li avremmo di certo trovati. E invece, come molte altre volte, un muro di carne e culi ci anticipa. Che sembra dire: tremate gente, tremate. Un’orda è scesa in città, stasera, un battaglione anomalo e trascinante composto da tre immarcescibili soldati, che rispondono ai nomi di Appino, Karim e Ufo. Il live che propongono, come in altre occasioni, è proporzionato alle aspettative e anche un pelo di più. Dalle alpi alle piramidi della sala è tutto un battito di mani, un rincorrere le strofe e cantarle al posto del legittimo incaricato (“Che stronzi! Non me la fanno cantare mai!”), e dal palco viene su un vociare continuo, un talkin’ about gente di merda, qualunquismo dedito al culto dell’io, ninnananne punk e pacchetti di MS che mandano in fumo un’infanzia. Tutta roba che, opportunamente mescolata e dispiegata, compone un affresco dell’Italia di oggi, perlomeno quella più massmediatica e, all’altro capo, quella dai cui provengono i tre, vernacolare e al tempo stesso animata da un’esterofilia critica, da folk punk rockers appunto. Il pane quindi, ma anche le rose e il pepe: arriva questo dai pisani, e in gran quantità. Perché se è vero che della ripetitività e scarnificazione della canzone (tre accordi, percussioni essenziali e via) hanno fatto la loro cifra stilistica, è anche giusto riconoscere che il lirismo, oltre a un’attitudine magnetica di fondo, non viene mai a mancare. C’è lirismo negli insulti ai preti e in quelli al padreterno, nel cantare una canzone in serbo e un’altra in un italiano duro e evocativo (“tutte le scuse e gli sterili lamenti, che stringi forte fino a spaccarti due o tre denti”). C’è un’autoironia benedetta, piena di rimbeccate amichevoli e battutacce di qualità. E un’autenticità, sul palco, fatta di esperienza e familiarità col proprio pubblico, cioè con qualsiasi pubblico. Una chiacchiera istantanea nel camerino, a cose fatte, mi dà modo di sapere che i tre entreranno in studio a metà gennaio, a registrare un nuovo lavoro. Già stasera hanno presentato un nuovo brano (‘La Morale’), e un altro pare uscirà come singolo (‘Nati Per Soffrire’). Noi aspettiamo i comunicati stampa. E se non volete accodarvi nell’attesa, se fate i preziosi, beh, è proprio il caso di dirlo: andate tutti affanculo.

Filippo Bizzaglia