Zechs Marquise @ Init [Roma, 8/Novembre/2012]

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El Paso. Lungo quella linea infinita e polverosa che separa il Messico dagli Stati Uniti, in un convulso abbraccio con la speculare Juárez e a pochi passi da un deserto atroce e impenetrabile, inizia quel Texas strappato pezzo pezzo ai suoi antichi occupanti i quali, ben lungi dal sentirsi sconfitti e in ritirata, si sono presi nel tempo una rivincita etnica e culturale, diffondendo la Hispanidad per tutto quell’immenso territorio, nel New Mexico e ben oltre. Luogo di scambi e traffici, legali e illegali, di merci e di umani e, quindi, di fervori culturali. Non è un caso se proprio lungo quella linea (a Tucson, Arizona, precisamente), una band come i Calexico iniziava a fertilizzare proficuamente la tradizione americana con le suggestioni e gli incanti provenienti da quella vicina terra latina mitica e superstiziosa. E, contemporaneamente, avveniva qualcosa di più inusuale, di più duro, impetuoso e non meno emozionante. Quel qualcosa da cui tutto ha avuto inizio: quella band clamorosa che furono gli At The Drive-In. Intorno a loro e, principalmente, intorno alla figura del funambolico chitarrista Omar Rodríguez López si andava plasmando una scena viva, potente, eclettica. I Mars Volta ne furono il principale frutto, furenti ed eccessivi. Ma qualsiasi cosa questo Re Mida di El Paso toccasse faceva fortuna. I fratelli si attaccarono al carro del vincitore che, detta così, sa molto di clientelismo. Chi può dirlo come stiano le cose, ma sta di fatto che, di fronte alla bravura, alla passione e all’abnegazione di questi ragazzi, alziamo le mani. Ultimi ma non ultimi, gli Zechs Marquise di Marcel e Marfred potrebbero passare per i raccomandati di turno, se non fosse che sono stramaledettamente bravi e anche piacevolmente umili. Sì, insomma, spaccano.

Alle 22 inoltrate, ci pensano i Black Rainbows ad aprire le danze. Vecchie conoscenze del panorama “emergente” e ormai in giro da anni, sono il classico power trio, con il chitarrista a farla da padrone. Basta poco per capire che il loro sound è parecchio classico. Diciamo che sono un po’ l’enciclopedia Encarta del rock, vista la quantità e qualità di influenze troppo immediatamente riconoscibili. Intendiamoci, i loro pezzi non sono male, ma lo sono in virtù del fatto che utilizzano riff e sequenze d’accordi strasentiti e abusati, con volumi a palla e ritmi ossessivi ad amalgamare il tutto (e anche qui ho sentito ben di peggio, in termini di decibel). Su tutti, i Black Sabbath sono i numi tutelari del trio, senza trascurare i Deep Purple nella loro versione più celebre. Ovviamente, il chitarrista ha su di sé tutte le luci della ribalta e non fa niente per evitarlo: anzi, non perde occasione per esibirsi in assoli al fulmicotone e movenze esasperate e convulse. A volte mi sembrano il gruppo cover di sé stessi. Piacevoli, ma nulla in confronto alla band che sarebbe salita sul palco di lì a poco.

Alle 22.30 inoltrate, i cinque Zechs Marquise (bizzarro nome preso dal principale “cattivo” della serie manga Gundam Wing) salgono sul palco. Alla batteria posta al centro del palco, il factotum del gruppo Marcel Rodríguez López, fratello minore del più celebre Omar. Ai suoi fianchi, gli altri due fratelli Marfred al basso e Rikardo alle tastiere; alle due estremità, i chitarristi Marcos Smith e Matthew Wilkinson. Bastano poche note per comprendere che il fulcro della musica della band ruota intorno al triangolo centrale. Inutile dirlo, Marcel è un fenomeno alla batteria, che rappresenta il motore, il polmone, lo stantuffo inarrestabile in moto perpetuo e frenetico. Le linee di basso di Marfred sono preziose e indispensabili, nel marcare il tempo e nell’offrire i fondamentali punti di appoggio; le tastiere creano un effetto riempimento senza essere invasive, plasmando un magma che funge da ottimo collante. Per una volta, i chitarristi sono in posizione defilata: a loro il compito di scolpire assoli o raddoppiare la linea di basso, in un ruolo subalterno rispetto alla sezione ritmica. I brani più gettonati sono quelli del recente ‘Getting Paid’ e l’esordio è affidato alla bella ‘Crushin It’. Passi obbligati si alternano a riff e melodie latineggianti del Santana degli anni d’oro, in un miscuglio che è il biglietto da visita del gruppo texano. ‘Guajira’ è un’altra dimostrazione del loro eclettismo: un intro tribale a base di percussioni ipercinetiche (realizzato tramite sample dal vivo) seguito da una serie di riff hard-funk. Oltre a una perizia tecnica indiscutibile, i cinque riescono a essere originali traendo spunto da svariate influenze e mescolandole tra di loro. I suoni caldi e valvolari uniti alla freddezza e alla precisione di sequenze math rock danno vita a un ibrido stimolante, dove trovano posto tanto i sapori latineggianti di ‘Lock Jaw Night Vision” come le divagazioni zappiane di ‘Static Lovers’ o il meccanicismo di ‘Getting Paid’, o ancora il funky smodato di ‘Mega Slap’. Insomma, i ragazzi sanno il fatto loro, tanto è vero che ci regalano un concerto di circa un’ora e mezza senza un attimo di noia. Certo, la formula su disco può alla lunga mostrare la corda, ma dal vivo i cinque sopperiscono sfoggiando una classe da vendere e aumentando il tempo di praticamente tutti i pezzi. L’acquisto del CD, unito a foto e autografi, scatta automatico, incoraggiato dal fare cordiale e amichevole di Marfred, improvvisatosi addetto marketing, che ci fa la gentilezza di far firmare il CD da tutti i membri. Thumbs up!

Eugenio Zazzara