Zanne Festival 2015: parla Compagnini

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Chiudete gli occhi. Immaginate un festival musicale, qui in Italia, con importanti ospiti internazionali, giovani promesse e realtà ormai affermate che si alternano su un palco. Immaginate che tutto questo esista davvero, ed è ai piedi dell’Etna. Si chiama Zanne Festival ed è ormai una bellissima realtà catanese da già tre anni. Uscita allo scoperto quasi all’improvviso con una line up al vetriolo (Black Lips, Swans e Jon Spencer Blues Explosion per la prima edizione) ha visto nei due anni seguenti riconfermare l’altissima qualità della proposta musicale con una risposta di pubblico sempre crescente, sempre più coinvolta e partecipe. Il deus ex machina di questa avventura musicale è Nicola Compagnini, classe 1973 e presidente dell’associazione culturale Kizmiaz, affiancato da Elisa Pulvirenti e Antonio Vinciguerra. Anche quest’anno il festival torna sul consueto palco di Parco Gioeni, con nomi capaci di destare ben più che un sussulto: FFS, inedito progetto dei Franz Ferdinand e degli Sparks, God Speed You! Black Emperor, Spiritualized, Timber Timbre, A Place To Bury Strangers tra i più conosciuti di questa edizione, senza dimenticare che c’è ancora un headliner da annunciare. Abbiamo intervistato Nicola per sapere cosa succede dietro le quinte organizzative dello Zanne Festival di Catania, su cui si accenderanno i riflettori dal 16 luglio al 19 luglio, portando il festival a quattro giorni anziché i tre delle due edizioni precedenti.

Quanto tempo occorre per organizzare un festival di questo calibro? Quando iniziate a lavorare all’edizione dell’anno successivo?

Il tempo è una dimensione davvero relativa, sempre, ma ancor di più quando si ha a che fare con un evento complesso come un Festival. Un anno non basterebbe, ma cerchiamo di piegare calendario e orologio ai nostri voleri. Quando si dice “fare di necessità virtù”.

Avete studiato il quadro della città prima di partire con questa avventura?

In realtà non c’era molto da studiare. Si pensa che la nascita di Zanne sia frutto di un calcolo generato da complessi studi di marketing socio-musicale, ma in realtà è stata la pancia, per non dire il cuore, a produrre Zanne. Il quadro di Catania era ed è sovrapponibile al nostro vissuto, in quanto noi tutti qui siamo parte del tessuto cittadino da sempre. Qualcosa ci ha spinti a rimboccarci le maniche e a mettere in atto tutti i propositi lanciati tra una birra e l’altra, tra una conversazione e l’ascolto di un disco degli Oh Sees, tra un’imprecazione e un ricordo.

Zanne Festival ha un respiro molto internazionale. Riuscite a tracciare la provenienza del pubblico? Quanti persone fuori dalla Sicilia vengono a Catania per assistere al festival?

Ancora non tantissime, ma in rapida crescita. Posso dare un dato aggiornato a oggi: le prevendite segnano un buon 10% di presenze non siciliane. Questo non è un traguardo, bensì un segnale che fa ben sperare per le sorti  del territorio etneo su cui insiste il Festival. Il bacino di utenza principale resta quello della Sicilia occidentale, con una grossa apertura verso l’esterno. Utilizzando un doppio piano di lettura, potremmo dire che Zanne beneficia dello sviluppo di Catania quale meta turistica sempre più ambita così come la città beneficia della risonanza internazionale di eventi come Zanne.

Quante persone lavorano a Zanne Festival?

Il nucleo organizzativo è composto da 15 persone, che fanno per 100 in realtà. Poi allargando ai collaboratori esterni, il numero sale.

Nelle tre edizioni si sono alternati sul palco nomi incredibilmente conosciuti come Swans, JSX, Black Rebel Motorcycle Club, Calexico. Quest’anno i Franz Ferdinand sono sicuramente il nome che ha destato più clamore, ma Timber Timbre, GY!BE e Spiritualized ci consacrano definitivamente come il festival che mancava a Catania. La scelta del cartellone è stata dettata dalla passione o da ragioni di mercato?

La scelta della line-up richiede una serie di valutazioni che vanno dall’opportunità economica alla qualità tout court, passando dalla fama del nome proposto. Sarebbe stupido non ammettere che pure il marketing gioca un ruolo fondamentale in questa delicata fase, ma non per questo si rinuncia a un’integrità oramai segno distintivo di Zanne sin dal primo anno.

Un festival di questo tipo dietro ha dei costi importanti: da chi viene finanziato? Ricevete contributi pubblici?

La raccolta fondi avviene tramite sponsorizzazioni, libere donazioni e scambi di servizi con tutti i partner con cui collaboriamo. Non riceviamo contributi pubblici, anche se non nascondiamo il desiderio che le Istituzioni Pubbliche un giorno investano di più sulla cultura e l’arte. Consideriamo questo il giusto viatico per un crescita vera di tutta la comunità. In fondo è questo il motivo per cui ci spendiamo così tanto nella realizzazione del Festival.

Fino a poco tempo fa l’unico festival siciliano con respiro internazionale era Ypsigrock, oggi voi non solo completate l’offerta, ma addirittura l’ampliate. Puntate alla stessa longevità del festival della west coast sicula?

Due Festival internazionali in terra di Sicilia rappresentano un orgoglio per tutti noi. I ragazzi dell’Ypsigrock hanno fatto un lavoro eccezionale in questi anni, quindi per noi è un onore essere qui a condividere gli stessi sforzi, suppongo per gli stessi fini. Lunga vita all’Ypsig! Se resisteremo anche noi, vorrà dire che abbiamo intrapreso la strada giusta.

Parco Gioeni è vissuto con un nuovo spirito da quando è il teatro di Zanne. Avete valutato l’idea di cambiare location?

La location è parte di Zanne. La manifestazione è nata al Parco Gioeni e lì rimarrà, almeno fino a quanto la capienza resterà adeguata alla domanda.

Qual è l’artista che avete ospitato di cui siete più orgogliosi?

Come si fa a rispondere a una domanda simile? Sono tutti sullo stesso piano. Potrei dire qual è la band per avere la quale abbiamo lottato di più: CALEXICO. Sembrava una data irrealizzabile. Tutto era contro di noi, i voli, gli orari, le location, le cavallette, le tempeste elettromagnetiche… ma ce l’abbiamo fatta!

Circolano un sacco di leggende sulle pretese degli artisti nei camerini. Avete mai ricevuto richieste bizzarre?

A dire il vero nulla che ci abbia fatto gridare allo scandalo. Bevono tutti birra, vino e whiskey. Preferiscono il cibo locale e in alcuni casi pretendono la certificazione bio e lo spremiagrumi a luglio. Qualcuno richiede piatti e posate in materiale ecologico, ma nulla a che vedere con le battaglie vegane anti-cannibalismo di Morrissey. Poi si sa, l’ospitalità sicula non ha eguali e vince qualunque resistenza.

Intervista raccolta da Giovanni Cantamessa