Yussef Kamaal @ Monk [Roma, 2/Dicembre/2016]

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Peckham e Camberwell, periferia sud est di Londra, questo sembra essere diventato il centro nevralgico su cui ruota la nuova ondata del jazz-funk britannico. Yussef Kamaal ne è il progetto di punta, formato da Yussef Dayes alla batteria e Kamaal Williams alle tastiere (conosciuto anche in campo elettronico con il moniker di Henry Wu). I due ben presto conquistano il gradimento dei frequentatori dei locali di punta di Soho e di Westminster, l’apprezzamento di artisti come 4Hero e Bonobo e i favori di Gilles Petterson, che prima li fa esibire spesso per la Boiler Room (dove di fatto debuttano ufficialmente) e il Worldwide e poi fa uscire il loro esordio per la sua etichetta Brownswood Recordings. ‘Black Focus’ è stato pubblicato lo scorso 4 novembre, forse troppo tardi per essere metabolizzato nelle classifiche di fine anno, ma comunque in tempo per rappresentare una delle maggiori sorprese discografiche di questa ricca stagione. Prodotto da Malcolm Catto (The Heliocentrics), l’album fonde perfettamente le varie sfumature del jazz elettrico degli anni ’70 con la cultura elettronica inglese, la broken-beat con lo spirito afroamericano nell’accezione più pura. La tappa romana al Monk è la prima delle quattro date italiane del tour di presentazione del disco. La curiosità è tanta. Sul palco Dayes e Williams sono disposti ai due lati opposti, verso il pubblico ma di profilo, uno di fronte all’altro, mentre al centro, ma più sul fondo, ci sono un bassista e un chitarrista del loro giro di musicisti che li accompagnano. Già dalle prime note si capisce chiaramente che il livello tecnico è molto alto e che il gioco si compie soprattutto nell’interplay tra il rhodes e la batteria, ovvero mente e braccio dell’esecuzione. Un flusso generato dagli accordi sapienti di Williams in cui Dayes guida il groove con autorità e carisma, tutto scandito da una grande empatia e dall’energia che ben presto contagia i presenti con naturalezza. Difficile restare immobili ed indifferenti in queste occasioni. Nel live l’aspetto elettronico della loro musica passa in secondo piano, lasciando spazio ad una performance strumentale molto muscolare. Il bassista e il chitarrista eseguono molto bene il ruolo dei comprimari, mai sopra le righe, sono ordinati e precisi quando vengono chiamati in causa, sempre puntuali nel rientrare a mettere ordine anche nelle improvvisazioni più lunghe tra i due leader e proponendosi quando opportuno in pregevoli soli. Nonostante la giovane età dei musicisti, stupisce la capacità di amalgamare i vari aspetti della loro musica, in modo da non indurla a mera sapienza citazionistica o a puro sfoggio tecnico (spesso inevitabile in questi contesti), ma infarcendola di grande personalità e padronanza del linguaggio espresso. Ecco quindi che tutte le suggestioni che si presentano all’ascolto: gli Headhunters, La Mahavishnu Orchestra, il Davis Elettrico, l’approccio formale di Thelonious Monk, gli accenti dell’Afrobeat, le varie incarnazioni di George Clinton e il P-Funk, La Blaxploitation e tutto quel recupero della cultura afroamericana nell’esperienza elettronica inglese degli ultimi venticinque anni, diventano semplici tasselli di un loro personalissimo mosaico. Un caleidoscopio ricco di suggestioni cosmiche e buone vibrazioni. Nell’ora di concerto proposta i brani di Black Focus si compiono e si deformano fino ad avvolgere e coinvolgere l’ascoltatore. La fine ne è stata la prova concreta. Non erano previsti bis e la musica post concerto era già partita, ma per il pubblico non poteva finire così, tanto da richiamare a gran voce e a lungo la band, costringendola a vincere sorpresa e titubanza e a concedere una meritatissima ultima appendice ad una performance davvero suntuosa.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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