Y&T @ Cross Roads Live Club [Roma, 7/Ottobre/2014]

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Al mio arrivo, il Cross Roads è già affollato da veterani dell’heavy metal capitolino, le solite facce note che calcano i parterre dei locali romani da oltre trent’anni, c’è chi è ancora intento a consumare la cena, ma la maggior parte è impegnata in disquisizioni musicali di varia natura, nel frattempo sul palco i partenopei Hangarvain, si esibiscono in un set di onesto hard rock. Alle 22,30 Dave Meniketti, unico superstite della formazione quadrangolare della Bay Area, entra in scena e attacaca con il classico ‘Open Fire’. È un lampo, un fendente dritto al cuore che ravviva ricordi di un tempo passato ormai dimenticato. Meniketti, con le sue sessanta (60) primavere alle spalle, è in ottima forma, la voce ancora salda è il suo marchio di fabbrica inconfondibile, la Les Paul sverniciata è la testimonianza di una carriera lunga ormai 40 anni, iniziata da quattro ragazzi di San Francisco che senza volerlo hanno contribuito a lanciare quello che verrà definito US Metal. Due album grezzi targati 1976 e 1978 per la London Records, poi il passaggio alla A&M e nel 1981 il miglior lavoro in catalogo, ‘Earthshaker’, un concentrato di chitarre aggressive e power ballads appassionate. Anche questa sera le cose più eccitanti che si ascoltano provengono da qui, ‘Dirty Girl’ è un anthem hard di rara bellezza, Meniketti ci va giù duro, urla nel microfono come ai bei tempi per poi sprigionare dalla sei corde un assolo vecchio stile trascinante e sincero. ‘Rescue Me’ e ‘I believe in You’ (non a caso ultimo brano prima dell’unico bis affidato a ‘Forever’), le altre gemme tratte da ‘Earthshaker’. Due brani che riescono ancora ad emozionare, nonostante la maggior parte del concerto abbia allentato la tensione in modo drastico per colpa di un repertorio commerciale che nel 2014 risulta anacronistico.

È il problema del rock anni ottanta post MTV; la necessità di grandi profitti delle case discografiche abbassarono il livello qualitativo a favore di prodotti orecchiabili e innocui, quando, a parer mio il rock dovrebbe essere feroce ed emozionante. È questa la grande truffa del rock’n’roll, non quella del ’77, ci hanno venduto milioni di dischi che con il senno di poi, a parte gli esordi di Motley Crue su Lethur, i Guns prima maniera e poco altro, vanno dimenticati per sempre. A queste necessità di mercato si adattarono anche i Y&T, che dopo i valorosi ‘Black Tiger’ e ‘Mean Streak’, caddero nell’equivoco commerciale. I brani eseguiti questa sera tratti da questo periodo, con i loro coretti e riff stereotipati sono stati soporiferi a dir poco, anche con l’aiutino di un look con capelli tinti, pantaloni con laccetti laterali e stivali da cowboy che definire fuori luogo è un complimento. Va comunque sottolineato che Meniketti è un performer di prima classe e lo dimostra durante tutte le due (2) ore di concerto, bellissimo lo strumentale ‘I’ll cry for you’, una chitarra blues che “soffre” come il miglior Gary Moore, con un solo interminabile da standing ovation. Da segnalare un balck out temporaneo dopo un paio di brani che in tanti anni non avevo mai sperimentato. A volte ritornano.

Alessandro Bonini

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