Ypsigrock @ Luoghi Vari [Castelbuono, 9-12/Agosto/2018]

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Ci si interroga spesso sulla salute dell’intrattenimento in Italia e sulla qualità della proposta offerta e ricevuta. Là dove gli sponsor più facoltosi non investono più nella creazione dei grandi eventi estivi, l’eccezione è a volte rappresentata da qualche rassegna. Queste però tendono a dimensionarsi riguardo l’interesse delle singole serate rispetto al discorso d’insieme. In altre parole hanno solo due piatti forti e tanti contorni, risultando molto hype per nulla. In alternativa ci sono le realtà più piccole e localizzate, che però, specie quando si limitano alla presenza degli artisti italiani in voga, vengono accomunate da cartelloni fin troppo simili, che non spostano gli equilibri della varietà generale. La proposta di qualità rimane quindi nelle mani di poche realtà, i cosiddetti “boutique festival”, che con sforzi profondi dettati da un misto di talento, coraggio e consapevolezza d’azzardo, ci donano speranza verso una progettualità che potremmo definire culturale. Uno dei migliori e più longevi esempi in questo senso è senza dubbio Ypsigrock. Il festival giunge alla ventiduesima edizione e si svolge come da tradizione in provincia di Palermo, nel paese di Castelbuono (Ypsigro è il nome bizantino di questa comunità), novemila anime nel cuore del parco delle Madonie. L’Associazione Culturale Glenn Gould è l’artefice di questo piccolo miracolo, in cui si fondono l’ampio respiro europeo della line up, al calore e al fascino dell’accoglienza siciliana, creando un’esperienza sensoriale che conquista il fruitore e lo fidelizza senza colpo ferire. Un’alchimia che infonde benessere e buone vibrazioni e che lo rende appetibile anche a un pubblico straniero. La regola è sempre la stessa: nessuno potrà mai esibirsi due volte con lo stesso moniker sui palchi del festival. La ricerca musicale quindi è un pregio e una costante stilistica, mantenendo sempre alti gli stimoli, sia degli organizzatori che del pubblico. Le esibizioni si alternano su quattro palchi come lo scorso anno: L’Ypsi Once Stage è quello principale, nel cuore di Piazza Castello, all’ombra del meraviglioso maniero dei Ventimiglia, simbolo del paese e del festival. Il secondo è l’Ypsi & Love Stage, all’interno del bel Chiostro settecentesco di San Francesco. Il Terzo è il Mr. Y Stage, presso la sconsacrata Chiesa del Crocifisso, mentre Il quarto è il Cuzzocrea Stage, immerso all’interno dell’Ypsicamping, nella pineta dell’area attrezzata di San Focà, a sette chilometri dal centro abitato. La novità di quest’anno è rappresentata da uno spazio talk quotidiano, organizzato dal main sponsor Molinari e realizzato nel cortile del ristorante Giardino di Venere. Operatori del settore qualificati e competenti analizzano argomenti di interesse musicale, come l’editoria specializzata, l’organizzazione dei festival, la promozione musicale e piccoli aspetti sociali e politici specifici. Il tutto risulterà particolarmente godibile, tanto che neppure l’improvvisa assenza dell’ospite più atteso dell’appuntamento domenicale farà desistere nessuno dei presenti. Le certezze ci sono tutte, da quelle paesaggistiche e climatiche a quelle culinarie e ricreative. Il nostro giovedì è caratterizzato da una puntata rinfrescante alla spiaggia di Cefalù a stemperare la calura del viaggio. L’aperitivo al Cycas ci sintonizza al meglio con il mood locale, talmente gradevole da protrarsi fino a tarda sera e farsi preferire al concerto inaugurale e al party di benvenuto in campeggio. Tornando verso casa nei vicoli del borgo, sospesi in un alito d’ebbrezza, pensiamo che da noi non saranno possibili i grandi festival inglesi e spagnoli, ma magari loro non vivranno mai qualcosa del genere.

I concerti del venerdì si aprono alle 17:50 sul palco de l’Ypsi & Love. I primi ad esibirsi sono I Random Recipe. Il quartetto canadese è reduce da una disavventura avuta a Cosenza, dove il loro furgone è stato forzato e gli strumenti sono stati rubati. Sul palco non mancano coloriti ringraziamenti ai ladri di turno. I musicisti sprigionano una buona dose di energia, grazie all’ottimo incastro delle due voci femminili, che all’occorrenza fungono anche da chitarrista e percussionista, unendosi ad una sezione ritmica dal groove profondo e marcato. La matrice è quella di un pop venato di black e r’n’b che conquista i presenti nella mezzora di set, generando un trasporto generale. Leggeri ma non frivoli e assolutamente godibili, concludono con un lancio di coriandoli colorati quanto i loro brani. A seguire è la volta dei Girl Names, quartetto indie rock e post punk nord irlandese composto da una potente sezione ritmica femminile e da due chitarristi graffianti e taglienti, che quando si prodigano ai synth lo fanno in maniera ordinaria ma efficace. Il set proposto presenta tutti ì clichè del genere con competenza e disinvoltura senza però eccedere in maniera particolare e coinvolgere del tutto. Bravi ma prevedibili e senza guizzi particolari. I Blue Hawaii smarriscono i loro strumenti in traiettorie aeree e sono costretti ad eseguire un set di fortuna all’interno del Mr. Y Stage, dove a farla da padrone c’è un caldo equatoriale. Ciò nonostante la performance del duo elettronico di Montreal conquista gli avventori e li trascina in un ballo senza sosta, premiando la resistenza alle alte temperature dei più temerari. Ci si trasferisce quindi in piazza castello. Gli Her sono un quintetto francese di belle speranze e dal sound gradevole. Miscelano pop ben confezionato con indie ed elettronica, mostrando una buona presenza scenica ed un appeal considerevole. Il cantante tastierista è un gran frontman e ci sa fare davvero. Il resto della band non è da meno ed è formato da: batteria, basso e doppia chitarra e tutti si prodigano ai cori. Commovente la dedica di un brano ad un loro componente originario scomparso di cancro lo scorso anno. I Confidence Man sono un gruppo australiano dal suono gaio e dall’outfit discutibile. Batterista e tastierista indossano solo un costume attillato nero, con un cappello nero a falda larga da cui parte un velo sempre nero che arriva fino al petto. Una sorta di apicultori in lutto. Voce maschile e femminile di bianco vestiti, con shorts attillati lui e gonnellina a frange lei. Pop grossolano e orecchiabile di facile presa e coreografie dance oriented. Ed è subito festa. I due frontman sanno come aizzare la folla. Si cambiano d’abito, sfoggiando shorts a quadretti, spolverini in tema e spalline fosforescenti lui e coprizinne a punta luminescenti lei. La dancehall è contagiosa e divertente. Terzo cambio d’abito ed è un crescendo. Lui in nero, lei di nuovo in bianco, nel mezzo del brano lui rimane solo con un costume attillato e poi si butta tra il pubblico. Saltano tutti e la faccia esterrefatta della suora a lato del palco la dice lunga. Finiscono in un’ovazione collettiva, con i due musicisti che vengono a ringraziare fronte palco, gigioneggiando fino ad improvvisare flessioni ed altri esercizi ginnici. “Una frociata di spessore!” Aurora è una coloratissima cantante norvegese e si esibisce per la prima volta in Italia. Soffre eccessivamente della sindrome “I wannabe Bjork” ed è accompagnata da basso, batteria e due tastiere. Ha un ottimo impatto sul pubblico fin dall’ingresso sul palco e lo mantiene per tutta la durata della performance, dialogando molto con la folla. Un set di art pop di ottima fattura e di notevole intenzione, interpretato con fisicità e trasporto. Personalmente nulla di esaltante. Al termine si concede alle foto con un gran numero di fans, che l’attendevano fin dall’inizio. Gli Horrors sono migliorati molto rispetto agli esordi garage psych, ma non abbastanza da soddisfare le aspettative riservate alla produzione dell’ultimo album. Il gruppo inglese ha buona presenza scenica, fatta forse eccezione per il cantante che, assente al soundcheck, lamenta spesso al proprio fonico di palco qualche problema tecnico. Il loro synth wave stenta a decollare e si perde nei meandri di soluzioni artificiose, mostrandosi spoglio e poco convincente. Va molto meglio quando spingono sui suoni più acidi. L’impressione è che non siano del tutto adatti al ruolo di headliner. Del loro concerto resta il reggiseno lanciato sul palco da una fan scatenata. L’ora tarda e la stanchezza ci porta a evitare anche per oggi di avventurarci al campeggio, perdendo l’esibizione di Mr Everett.

Il sabato musicale prende vita venti minuti dopo le diciassette sul palco del chiostro. Her Skin è una delle vincitrici, insieme a Makai e LNDFK, del concorso esterno Avanti il Prossimo, che decreta le giovani proposte italiane che suoneranno al festival. L’esibizione degli altri due c’è stata la sera del giovedì in campeggio con nostra colpevole assenza. Invece riusciamo fortunatamente a gustarci la raffinatezza della proposta folk della cantautrice modenese. Una manciata di brani, piccoli affreschi dolci e delicati presentati dalla voce e dalla chitarra di Sara, accompagnata da un abile violoncellista. Niente male davvero. Ama Lou è una diciannovenne di Londra, con un EP all’attivo e si presenta sul palco con una dj e due coristi. Propone soul ed r’n’b di classe, con una voce densa e profonda e delle strutture armoniche molto efficaci. Le basi non sono niente male e l’apporto dei coristi funziona sia dal punto di vista musicale che da quello coreografico, grazie ai balletti a tempo che eseguono insieme alla vocalist. Di grande impatto il brano conclusivo del set, che la performer esegue da sola con chitarra acustica e voce, dimostrando una rilevante versatilità. L’esibizione di Niklas Paschburg viene spostata dalla Chiesa del Crocifisso al Chiostro, a causa di alcuni problemi tecnici ambientali che di fatto toglieranno questa location dal programma del festival. La sfortuna vuole che il talentuoso pianista tedesco abbia problemi con l’aereo, tanto da far slittare l’orario della sua performance e farla sovrapporre a quella di Alfio Antico in programma nella corte interna del castello. Di fronte ad una scelta optiamo per l’artista italiano e la magia che sa regalare con i suoi tamburi e la sua voce. Prima però abbiamo modo di attraversare un paese colmo di gente e festante e di assaporare una brioche col gelato di Fiasconaro. Che posto l’interno dei Ventimiglia! Uno spazio pregevole dove svolgere un concerto a capienza limitata, ma dal forte potere suggestivo. Antico non fa altro che nobilitarlo ulteriormente. Vestito di bianco, come la sua lunga chioma, scalzo ed essenziale. Si accompagna con i suoi tamburi autocostruiti, che chiama per nome e di cui conosceva bene le pecore da cui sono stati realizzati. In quaranta minuti li percuote facendo vibrare le corde più intime del nostro inconscio, in una sorta di suite unica in cui racconta l’amore in dialetto siciliano. Una versione lontana dalle sperimentazioni con l’elettronica del suo ultimo lavoro e del tour che ne è scaturito. Tutto diventa intimo e viscerale, con sfumature ancestrali. Una meraviglia. Al termine è la volta del main stage. Gli Algiers impressionano per potenza e definizione dei suoni. Il loro soul destrutturato e muscolare è una delle espressioni più potenti che possiate incontrare dal vivo. Post punk, industrial, psichedelia, blues e rock sperimentale, tutto guidato da una profonda anima nera che caratterizza il quartetto di Atlanta. Vengono eseguiti estratti di entrambi gli album incisi per Matador, sia dall’esordio omonimo del 2015, che da “The Underside Of Power” del 2017. Un piacere vederli suonare, mentre il cantante Franklin James Fisher dispensa fascino con quell’aurea tra il gospel e il gotico. I Radio Dept. sono gli headliner malcelati della seconda giornata, infatti suonano per secondi nella scaletta del main, ma con minutaggio maggiore rispetto agli altri. Il loro dream pop elettronico risente della corposità dell’esibizione precedente e ci mette qualche brano a decollare. Sarà per la mancanza della batteria, ma la programmazione dei pattern ritmici non impatta, lasciando tutto troppo sospeso. Il combo svedese ce la mette tutta per risultare convincente nei quattordici brani del set e alla fine porta a casa la pagnotta con mestiere, onestà e buone intenzioni, ma risultando tutt’altro che memorabile. Di seguito è la volta del giovane inglese Youngr. Nella migliore tradizione degli youtuber si presenta in solitudine con un set di batteria elettronica, chitarra, basso, tastiere, campionatore, synth e sequencer. Suona qualche nota di tutto e niente in particolare, facendo un gran uso di loop e stratificazioni sintetiche. Si dimena come un ossesso e riesce ad accattivarsi il pubblico che ne gradisce l’energia. Molto di ciò che presenta è fuffa, ma lo fa bene e nell’economia del festival una performance di puro intrattenimento ci sta bene, specie dopo l’esibizione precedente. Alla fine cadrà stremato nel camerino per poi riprendersi e concedersi al bagno di folla esterno per foto ed autografi. La musica è altro, ma va bene così. Diametralmente opposto invece lo spettacolo dei Vessels. Il quartetto di Leeds si è spostato di molto rispetto al post rock iniziale, abbracciando un’elettronica suonata dritta e senza fronzoli, capace di conquistare anche il pubblico rock. Un set che ti prende in faccia e allo stomaco, grazie anche al fantastico uso delle luci. Il materiale proviene soprattutto dagli ultimi due album della band, quelli della svolta techno-logica. Le chitarre lasciano spazio ai sintetizzatori e alle percussioni, con dinamiche dance oriented e aperture più grevi e distorte. Una considerevole prova di stile ed efficacia. Chiusi i riflettori in Piazza Castello, ci si concede giusto il tempo di una granita al Bar Naselli, conosciuto storicamente come Cin Cin Bar e ci si dirige al campeggio per godersi Bob Log III. L’istrionico one-man band statunitense è quanto di meglio potesse capitare per incarnare lo spirito del palco con i grandi baffi sullo sfondo. Il Cuzzocrea Stage lo accoglie al meglio e il musicista ricambia con tutta la bizzarria che lo pervade e le trovate classiche del suo repertorio. Unica eccezione per il gonfiabile, troppo scomodo per il viaggio in aereo. Per il resto, casco e tuta al loro posto, così come cassa e chitarra e tutta la follia performativa che lo hanno reso celebre, compreso l’immancabile invito femminile a raggiungerlo nella performance on stage.

La domenica si apre con il concerto di Seun Kuti al Chiostro di San Francesco. Il performer nigeriano canta e suona il sax indossando un vestito tipico ed è accompagnato dagli Egypt 80: due coriste in costume, tre percussionisti con strumenti tradizionali, batteria, basso, due chitarristi e quattro fiati (due trombe e due sassofoni). L’atmosfera si scalda già dal primo brano eseguito solo dalla band e cantato da uno dei trombettisti, mentre ancora si esaurisce la lunga fila che si è formata all’ingresso. Con le prime note di “Pansa Pansa” Seun sale sul palco e parte la mattanza. Di seguito introduce “CPCD” alle tastiere, per poi spostarsi al sax e quindi alla voce. “BML” è caratterizzato da fughe e controfughe ritmiche, assoli e tanto mestiere. La repubblica di Kalakuta, la giustizia sociale e tutti I temi cari al padre. “Struggle Sounds” si compie in un’esplosione d’energia collettiva che il chiostro fatica a contenere. “Black Times” rilassa appena l’atmosfera insinuandosi tra le corde più profonde della psiche dei presenti. Seun si abbandona in un solo   degno di nota, con gli altri fiati a fargli da contraltare ed è tutto un ondulare di teste e di sensi. Un estenuante bordone dai tratti quasi psichedelici, su cui si confondono timbri, accenti e digressioni dinamiche. Verso la fine del brano toglie la camicia coloratissima e mostra il tatuaggio sulla schiena dedicato al padre. “Theory” rialza la posta in gioco e chiude alla grande un set di pura trance collettiva, di cui conserveremo a lungo un meraviglioso ricordo. Finisce tra l’entusiasmo generale, accennando un buon compleanno al batterista. A seguire è la volta di Gaika, anch’egli spostatosi dalla Chiesa del Crocifisso al Chiostro. Accompagnato da un dj, il rapper di Brixton ci presenta un set di hip hop moderno tra trap, ragga e suggestioni afro, con basi elettro scure e coraggiose e flow tutt’altro che banale. Asciutto e potente, non eccede con l’autotune e non ammorba con tecnicismi di sorta risultando piuttosto gradevole e stimolante. Piazza Castello stasera sfiora il sold out ma non lo raggiunge. Gli Shame sono giovanissimi, tanto da far pensare di aver bisogno delle autorizzazioni dei genitori per esibirsi. Sul palco spazzano via qualsiasi dubbio. Suonano post punk compatto, preciso e potente, con perfetta strafottenza britannica. Eseguono otto brani tratti dall’ottimo esordio “Songs Of Praise” e un inedito, interpretando tutto con una freschezza disarmante. Aggrediscono la scena con veemenza e goliardia. Il cantante si lancia in due stage diving cantando sorretto dal pubblico, mentre il bassista si prodiga in capriole continuando a suonare il proprio strumento. Non sbagliano nulla ed escono acclamati a gran voce. Uno dei picchi di questa edizione e che dona fiducia all’attitudine del rock in un mondo sintetico. I Trail Of Dead invece ci riportano indietro di quasi vent’anni. Il tour verte sulla riproposizione di “Source Tags & Codes”, terzo album in studio della band statunitense, che nel 2002 sancì il passaggio alla Interscope e li mostrò all’attenzione generale. All’epoca il loro indie rock con venature noise e shoegaze era perfetto, così come il moniker completo di …And You Will Know Us By The Trail Of Dead. Eseguono il disco intero seguendo l’ordine della tracklist e i suoni sono rimasti esattamente quelli del tempo. Nei bis riprendono tre brani di “Madonna” del 2001 e uno tratto da “Wolds Apart” del 2005, quella “Will You Smile Again?” eseguita a gentile richiesta dell’organizzazione. La notizia è che i The Jesus And Mary Chain non sono affatto bolliti come li ricordavamo anni fa, anzi hanno fatto un gran bel concerto con suoni e luci spettacolari. La pubblicazione nel 2007 di “Damage and Joy” dopo diciotto anni d’assenza discografica, deve aver rivitalizzato i fratelli Reid, che sembrano aver beneficiato di nuova linfa. Soprattutto Jim il cantante, non solo non risulta svociato, ma pur non brillando per simpatia, sfoggia una carisma notevole. Gli scozzesi offrono novanta minuti di gran consistenza, puntando su una setlist equilibrata, che su ventuno brani ne concede cinque al disco recente e distribuisce equamente gli altri nel resto della carriera. Non si tratta di revisionismo puro e non si ha mai la sensazione di ossequiare il santino. I classici ci sono tutti: “In A Hole”, Just Like Honey”, “Some Candy Talking” “April Skies”, “Darklands”, “Head On”, “Teenage Lust”. Potrei citarne ancora altri ma non è quello il punto. Chiuderanno con “I Hate Rock’n’Roll” dopo averne celebrato la devozione, dopo aver portato le chitarre a sublimazione ed aver delineato una profonda immagine di personalità e autorevolezza. Magari sarà proprio chi tra il pubblico pensava che non sarebbero stati degni, che alla fine avrà avuto modo di sentirsi inadeguato a loro. Raggiungiamo il campeggio per la festa finale, dove troviamo anche parte degli Shame in pista e il batterista dei Trail of Dead in grande spolvero. Il dj set resident di Shirt vs T-Shirt accompagna giovani festanti fino alla luce del mattino, che accoglierà il rito conclusivo della grande scala di legno alzata al centro della pista. Questa volta però non avremo voglia di attenderla. Rientriamo pensando a tutte le cose preziose che portiamo a casa con noi, con un plauso speciale a tutti quelli che hanno contribuito, anche solo per il piacere di vederle accadere.

Cristiano Cervoni

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