Ypsigrock @ Luoghi Vari [Castelbuono, 8-11/Agosto/2019]

419

Ypsigrock (da Ypsigro, il nome dell’antico casale bizantino, su cui ora sorge Castelbuono) è stato definito il festival più pittoresco d’Europa dalla rivista britannica DIY ed eletto a evento musicale più bello del globo terracqueo dai Mogwai, ospiti otto anni fa. Non abbiamo l’esperienza (né l’autorevolezza) per poter affermare lo stesso con certezza, ma, di sicuro, l’evento di stanza a Castelbuono rappresenta una delle più belle realtà festivaliere nostrane, un po’ per il suo fascino innato, decantato anche dal mag inglese Clash, un po’ perché rappresenta un’alternativa reale alle due strade più battute da chi pensa e organizza eventi musicali in giro per la penisola: quando compaiono nomi stranieri altisonanti, infatti, quasi sempre a essere sacrificata è la visione d’insieme del cartellone, mentre la tendenza è all’omogeneizzazione, da Bolzano a Ragusa, quando le lineup sono completamente tricolori. Ypsigrock, invece, giunto alla sua edizione numero ventitré, continua a sfuggire a queste logiche, mostrandosi sempre coerente e vario al punto da rapire e fidelizzare un pubblico meravigliosamente composito e aperto: è il piccolo grande capolavoro dell’associazione Glenn Gould, che organizza il festival dalla sua quinta edizione, nel 2001, nella piccola cittadina (circa 8600 abitanti) medievale in provincia di Palermo, situata sul colle Milocca, nel parco delle Madonie, in quell’angolo di Sicilia definita “inaspettata”. Un “boutique festival” nel senso più puro dell’espressione. Come nelle passate edizioni, i palchi sono cinque: il primo, in ordine di importanza, è l’Ypsi Once, situato in Piazza Castello, all’ombra del Castello dei Ventimiglia, sulla cui scalinata campeggia imponente la scritta “Ypsigrock”. Deve il suo nome alla regola base del festival: nessun artista può esibirsi più di una volta con lo stesso moniker; il secondo è l’Ypsi & Love, nel chiostro settecentesco della Chiesa di San Francesco, ed è il teatro delle varie esibizioni pomeridiane; il terzo è il Mr. Y, all’interno della ex (perché sconsacrata) chiesa del Crocifisso, in Via Umberto I, che conduce dritta al Castello. Attivi anche il Cuzzocrea Stage, situato nell’Ypsicamping e immerso nel Parco delle Madonie, in località San Focà, a pochi chilometri dal centro di Castelbuono, teatro di opening party, esibizioni notturne e dj set fino all’alba, e il cortiletto interno del Castello, che, come da tradizione, ha ospitato un’esibizione nel pomeriggio della domenica.

Ypsigrock 2019 è inaugurato dalla festa in campeggio, dai live di I’m Not A Blonde e Canarie e dai resident dj, ma la stanchezza dopo il lungo viaggio notturno ci dissuade dall’arrampicarci sui colli. Preferiamo trascorrere la serata più tranquillamente, entrando nel mood-Castelbuono. Preso il braccialetto, passe-partout per tutti i palchi, ci fermiamo tra via Umberto I e via Sant’Anna, dove incrociamo anche i Boy Azooga. Il Festival entra nel vivo nel pomeriggio del venerdì sul palco Ypsi & Love, con i live degli australiani Huntly, reduci dal debutto discografico (“Low Grade Buzz”). Il sound è fresco, ascrivibile sinteticamente alla voce pop, ma è in realtà il prodotto di influenze r’n’b, visibili soprattutto nel cantato e nei passaggi più ragionati, di drum & bass e techno, che invece raccontano di un’anima danzereccia mai davvero dormiente. I fraseggi musicali funzionano, la presenza scenica è molto buona, mentre resta da limare l’incastro delle due voci: a svettare è sempre quella femminile, fa leggermente più fatica quella maschile. Il breve set va in archivio con tanto di saluti tradotti in italiano e letti dal cellulare. Una breve pausa precede il live dei gallesi Boy Azooga, per la prima volta a queste latitudini, dopo il bel debutto dello scorso anno (“1, 2, Kung Fu!”). Dal vivo il sound si fa più muscolare e corposo e in più di un’occasione la band di Cardiff lambisce i confini del garage: pur rimanendo riconoscibile, l’afflato (neo)psych risulta ridimensionato. Brillano “Jerry” e “Waitin’”, “Loner boogie” travolge in chiusura. Raggiungiamo quindi l’ex-chiesa del Crocifisso, sede del palco Mr. Y, dov’è di scena la bolognese Emanuela Drei, nota col moniker Giungla. Un limite per la fruizione dei concerti nella chiesa, negli anni passati, era il caldo equatoriale al suo interno. La grande novità del 2019 è la presenza dell’aria condizionata: la temperatura resta alta, ma resistere non è mai stato così facile. Il live corre tra scarni pattern elettronici e schitarrate (anche a terra) e non conosce momenti d’affanno. È la seconda volta che assistiamo a un live di Giungla in pochi mesi e le sensazioni, ancora una volta, sono parecchio positive. Al crepuscolo, invece, prende il via l’Ypsigrock in piazza Castello: ad aprire è Dope Saint Jude da Cape Town, astro nascente dell’hip hop africano, accompagnata da Ocean Jade, molto più che una seconda voce, e da una DJ. Inizialmente, preferiamo un posto sulla scalinata: la vista dall’alto fotografa una piazza che salta, balla, muove le braccia a ritmo di hip hop e si lascia trasportare con estrema facilità da un’artista apparsa sugli scudi. Sul palco, fra “Liddy”, “Who I am”, “Didn’t come to play” e, soprattutto, “Grrrl like”, l’artista denuncia i problemi di evasione scolastica nella sua terra, racconta del rapporto con sua madre e si fa portatrice sana di un’energia straripante e contagiosa. Castelbuono è conquistata e il live finisce di diritto tra le più belle rivelazioni di questa edizione.

Rimandate, invece, le Let’s Eat Grandma: dopo due belle prove discografiche che hanno conquistato il consenso pressoché unanime della stampa di settore, all’esame live Rosa Walton e Jenny Hollingworth (accompagnate da Fay Milton delle Savages alla batteria) appaiono un po’ sottotono e il live fatica a deflagrare, specialmente durante i brani più riflessivi. Qualche guizzo arriva comunque (“It’s not just me” nel mezzo, il synth acido di “Falling into me”), “Donnie Darko” è un bel colpo di coda in finale, ma altri passaggi scivolano via un po’ troppo piatti e coinvolgono meno di quanto ci si attenderebbe. Paradossalmente, un maggiore ricorso al backing track e una batteria elettronica avrebbero probabilmente aiutato il duo di Norwich a sciogliere un po’ di tensione e a snellire i compiti, in un momento tutt’altro che facile anche nella vita privata. Headliner del primo giorno sono i National, annunciati con larghissimo anticipo rispetto al resto della lineup: è uno dei momenti più attesi dell’intero Festival e a testimoniarlo c’è il tutto esaurito fatto registrare all’ombra del Castello dei Ventimiglia. Sul palco, accanto a Matt Berninger, anche Pauline de Lassus aka Mina Tindle, che di fatto sostituisce tutte le voci femminili presenti nell’ultima fatica discografica della band di Cincinnati, prevedibilmente il più rappresentato in scaletta, specie nella prima metà. Il concerto è anche trasmesso sui canali social dell’Independent e si apre con quattro brani nuovi di zecca, fra cui “You had your soul with you” e “Quiet light”. Il primo tuffo nel passato arriva con “Don’t swallow the cap” e “Bloodbuzz Ohio”, durante le quali si sollevano i primi cori del pubblico. Matt Berninger è in salute: canta con il classico tono di voce grave e profondo, ciondola da una parte all’altra del palco e in un paio di circostanze raggiunge l’altra sponda della piazza trascinato dalla folla, non rinuncia a scherzare col pubblico, poi dedica “Green gloves” a David Berman (Silver Jews, Purple Mountains), morto il 7 Agosto: il momento è toccante al punto da diventare uno degli epicentri emozionali di tutto il concerto. Poco oltre metà scaletta sono stipati tre pezzi estratti da “Sleep well beast”, a giudizio di chi scrive l’apice della discografia dei National. “Day I die”, “The system only dreams in total darkness” precedono “Carin at the liquor store”, come sempre dedicata alla moglie e come sempre un autentico pugno nello stomaco, con un finale distorto e – non esageriamo – da pelle d’oca. Nel finale arrivano i classici “Graceless” e “Fake empire”, oltre a “Rylan”. È quasi l’una, ma il bis non tarda ad arrivare. Prima “Light years”, tra i migliori episodi di “I am easy to find”, quindi una tiratissima “Mr. November”. Berninger e soci si congedano con altri due brani emotivamente impegnativi, come “Terrible Love” e “About today”, ma c’è ancora tempo per una terza apparizione: stavolta i National praticamente non suonano, Matt si limita a introdurre “Vanderlyle crybaby geeks” e il resto lo fanno i presenti, quasi per inerzia, con un unico grande coro che si leva da piazza Castello. È uno dei momenti più simbolici del Festival, di quelli che, semplicemente, non si possono dimenticare. E non lo dimenticherà neanche Matt Berninger: “sarebbe bello restare qui e suonare tutte le sere”, dice nel bel mezzo del live. Potrebbe essere una frase di circostanza in qualsiasi altro luogo, ma non a Castelbuono. Grazie a un passaggio di fortuna riusciamo a raggiungere il camping a notte fonda, ma in tempo per l’esibizione di Lafawndah. Iraniana di nascita, cresciuta tra Parigi, New York e ora di stanza a Londra, dopo due tappe intermedie a Guadalupa e in Messico, ha conquistato l’attenzione della critica con “Tan”, EP del 2016, e poi con “Ancestor boy”, pubblicato invece quest’anno. Il suo sound è – passi la definizione – una sorta di art r’n’b’: cantato raffinato, timbro caldo e avvolgente, fitte trame elettroniche a fare da cornice e un gusto sperimentale che può far pensare a una versione mediorientale di Björk, l’ora di live attraversa varie fasi: prima un duetto senza accompagnamento, poi un’esibizione solista su basi minimali, poi una leggera virata verso lidi più danzerecci, sempre con la stessa grazia.


Il sabato si apre con il tributo a Nick Drake firmato Rodrigo d’Erasmo e Roberto Angelini che interpretano “Way to blue”, ma non riusciamo ad arrampicarci in cima al Parco delle Madonie come accaduto poche ore prima e siamo costretti a rinunciare. Il programma del secondo giorno, già da qualche edizione, vede una più massiccia presenza di musica elettronica e non è un caso che lo spazio maggiore sia riservato a David August sul palco Ypsi Once. Ad aprire, però, è La Rappresentante di Lista sull’Ypsi & Love. La band propone in fila alcuni dei pezzi più ispirati dell’ultimo bel lavoro pubblicato al tramonto del 2018 (“Go go diva”), come “Questo corpo” e “Maledetta tenerezza” e pesca anche dai dischi precedenti (“Guardateci tutti” svetta distintamente), “Siamo ospiti” è introdotta da un messaggio a favore dei porti aperti e dell’accoglienza. La prova è solidissima e non può più essere una notizia: il pubblico gradisce e tributa un lungo applauso a Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi, che a fine concerto appare emozionata. Ma è Ypsigrock: tutto normale. La svolta elettronica arriva con il producer francese Mokado, per la prima volta in Italia: pochi fronzoli, edm tesa e bpm a tre cifre, nel Chiostro ballano tutti e questo può essere il termometro della sua prestazione. Poco più tardi, sul Mr. Y, i fari sono puntati su Alberto Fortis. Classe 1955, è lo specchio della varietà dell’offerta musicale di Ypsigrock. Il cantautore piemontese appare ispirato sul palco, ma anche, in generale, rapito dall’atmosfera del festival. Sono in tanti a sfidare a testa alta il caldo dell’ex-chiesetta e a intonare i classici del repertorio, come “Milano e Vincenzo”.

La serata sull’Ypsi Once inizia puntuale alle 20:30, con Baloji e la sua band sul palco. Belga di madre congolese, rappa in francese e in swahili mentre flirta con funk, jazz e soprattutto afrobeat. La sua è una proposta che sembra trovare in live una dimensione naturale: la piazza si riempie col passare dei minuti e così cresce anche il livello dell’esibizione. Si balla dalle prime alle ultime file e lo stesso fa l’artista quarantenne, ma c’è tempo e spazio anche per un monologo in cui sottolinea l’urgenza di accogliere, di aiutare chi è in difficoltà, scherzando anche sull’alta percentuale di italiani residenti in Belgio. Con “Bipolaire – Les noirs” e “L’hiver indien” non sembra possibile restare immobili: anche lui è fra le più belle rivelazioni di questa edizione di Ypsigrock. Pochi minuti dopo, a calcare lo stage principale è WWWater, moniker di Charlotte Adigéry. Ha pubblicato EP con entrambi i nomi, ma arriva a Castelbuono per presentare i pezzi di “La falaise”, lavoro breve di difficilissima lettura e classificazione. In sede live si ha la stessa sensazione: cantato educato, atmosfere cangianti, tra psichedelia, ambient e rave (“Screen”), traiettorie mai realmente prevedibili e un climax che sfocia in un inatteso pogo nei pressi della transenna. Prima del main act ci sono i Giant Rooks da Hamm, Germania. Preferiamo un posto più defilato perché – saremo onesti – l’ascolto sulle piattaforme digitali non ci ha scaldato il cuore. Il quintetto galleggia tra indie folk e indie rock e dimostra di saper stare sul palco, al netto di soluzioni musicali che non brillano quasi mai per autenticità. Frederik Rabe (voce, chitarra, synth) tiene anche bene e i chiudere la serata è David August, produttore e DJ nato ad Amburgo e di stanza a Berlino, ma con origini italiane. Il suo set segue un andamento piuttosto lineare, con suoni puliti e rarefatti: le coordinate principali, effettivamente, sono quelle dell’ambient e del post rock, ma emergono anche venature noir jazz. Più braindance, quindi, che house e techno, ma le accelerazioni non tardano ad arrivare e quando i bpm aumentano si può anche ballare: i presenti non fanno fatica ad apprezzare, ancora una volta. Dopo circa cento minuti di set, David August si congeda e omaggia Lucio Battisti, abbandonando il palco sulle note di “Amarsi un po’”. In campeggio, nella notte di San Lorenzo, la festa prosegue con Shirt vs T-Shirt dj set e Pick A Piper.


L’ultimo giorno di Ypsigrock 2019 è invece inaugurato dai Whitney sul palco del Chiostro di San Francesco. Il settetto di Chicago è atteso dalla seconda prova discografica a fine agosto, dopo il bell’esordio del 2016. Il live restituisce tutte le sfumature già riconoscibili su disco: impostazione indie folk, note soul, fiati jazz e ambientazioni country per sonorità complesse e stratificate. Un po’ piatti durante i passaggi più scarni, i Whitney danno il meglio quando il sound tende a farsi più corposo e in scaletta incastonano qualche inedito estratto dall’album che verrà. Il programma della domenica è fitto e prosegue con gli /handlogic sul Mr. Y, nella ex-chiesa. I fiorentini, reduci dal debutto sulla lunga distanza con “Nobodypanic”, sciolgono note black e orpelli jazz in un pop elettronico morbido, tra Notwist e Radiohead, superando agilmente anche l’esame live: sono una delle più belle realtà di quest’anno solare di musica italiana. Sacrifichiamo qualche minuto dei toscani per ascoltare anche le carezze folk dell’islandese Ólöf Arnalds, protagonista di una bella e ultra-intimista esibizione nel cortile interno del castello, con il pubblico assiepato sugli scalini. In piazza Castello, invece, l’attesa è (quasi) tutta per Jason Pierce e la sua straordinaria creatura, ma la serata comincia alle otto e mezza con i Pip Blom da Amsterdam. Il quartetto olandese, band a tutti gli effetti nonostante porti il nome della cantante e chitarrista, ha debuttato a fine maggio con “Boat”, raccogliendo il favore della stampa specializzata con un indie pop discretamente ruvido di matrice anni novanta e ritornelli freschi e adesivi (“Daddy issues”, “Don’t make it difficult”, “Tired”). Pip riesce a esercitare un’attrazione magnetica con movenze da rockstar provetta, al contrario dei compagni d’avventura un po’ più statici e imballati, ma non è un problema perché l’esibizione è gradevole e il salto di qualità sembra essere alla portata per i giovani olandesi. Durante la pausa, invece, incontriamo un signore sulla sessantina che celebra i Whispering Sons come miglior band di questo Ypsigrock, ci racconta di averli già visti e incorona Fenne Kuppens tra le migliori performer in circolazione. Ci fidiamo: “Image”, opera prima pubblicata al tramonto dello scorso anno, ci aveva colpito. L’impatto dal vivo, se possibile, è ancora più violento: post punk tesissimo, asciutto e potente ed elettricità new wave, citazionismo mai smaccato e una Fenne Kuppens che tradisce il suo aspetto angelico con una voce androgina e un fare da indemoniata. La grande acustica esalta una prestazione davvero notevole, che meriterebbe il podio dei tre giorni, se solo non fosse impresa ardua stilare una classifica delle cose più belle di Ypsigrock 2019. Glaciali e derivativi ma con grande personalità, Castelbuono saluta i Whispering Sons con applausi scroscianti e la stessa cantante accenna un inchino, quasi a voler ringraziare a sua volta, mentre il Castello trema ancora. I dubliners Fontaines D.C. sono i penultimi a calcare l’Ypsi Once di piazza Castello, circondati da un’ondata di affetto e fra le band più attese di questa edizione, dopo l’acclamato debutto di quest’anno.

“Dogrel” (deriva da “doggerel”, termine antico che designava versi poetici un po’ grezzi e triviali), registrato in presa diretta, è un’altra grande espressione di (post) punk britannico anni dieci e dal vivo non perde un colpo. Bastano pochi accordi per infiammare il pogo in piazza: Grian Chatten osserva dall’alto con la tipica strafottenza britannica, mentre la band ingrana “Chequeless reckless” e l’appiccicosa “Sha sha sha”. L’asticella si alza con “Too real” e da “Television screens” in poi i Fontaines D.C. cominciano a pestare quasi quanto avevano fatto i colleghi Shame un anno fa. L’oretta di concerto è intensa: in scaletta c’è tutto “Dogrel” tranne “Dublin city sky”. I giri del motore si abbassano con la poesia proletaria di “Roy’s tune”, ma Chatten continua a calpestare ogni centimetro di palco colpendosi al volto con degli schiaffetti, prima di tornare a correre con “Big” e “Boys in the better land”. I Fontaines D.C. chiudono con la sporca e vorticosa “Hurricane laughter”, conservando l’aura di (punk) rockers duri e puri e, soprattutto, non tradendo le alte aspettative motivate da un esordio così altisonante. La mezz’ora successiva è attesa spasmodica e preparazione psicologica a qualcosa che chi scrive attendeva come poche cose al mondo. Da anni. A onor del vero, tutta Castelbuono e la crew di Ypsigrock aspettavano di poter abbracciare Jason Pierce e i suoi Spiritualized: nessuno ha mai fatto mistero di desiderarli ardentemente su quel palco, specialmente dopo aver annusato una possibilità che si è infranta, nel 2011, sui problemi di salute dello Spaceman. Questa volta, però, fra Castelbuono e Jason Pierce non c’è nulla. Tutto, semplicemente, va come deve andare. È mezzanotte, le luci si spengono: appare la band, appaiono le coriste e appare Jason Pierce. Occhiali da sole, maglietta bianca strappata e fascino negletto, raggiunge la sua sedia di fronte al leggio, imbraccia la chitarra ed è subito “Hold on”, che durante il climax finale svolta in “Come together” senza soluzione di continuità. Jason è già a suo agio nelle parti più gravi come in quelle più alte, le coriste comunque gli proteggono le spalle e il concerto si schiude su livelli vertiginosi. Saremo di parte – e il nostro giudizio più che probabilmente adombrato dall’amore viscerale e incondizionato per gli Spiritualized – ma non c’è letteralmente nulla che non funzioni al meglio. Squarci chitarristici si aprono sullo sfondo sfumato e shoegaze di “Shine a light”, unico superstite in scaletta del debutto come Spiritualized di ventisette anni fa (“Lazer guided melodies”). “Stay with me” rapisce e porta via in atmosfere spaziali. Altra dimensione. Pelle d’oca. Maestosa anche “Soul on fire”, prima della corsa di “She kissed me (it felt like a hit)”: distorsioni e assoli, quando possibile, impreziosiscono brani che in cima a una collina e all’ombra di un castello si caricano di una forza emotiva ed espressiva che fatichiamo a descrivere. La fase successiva è dedicata a “And nothing hurt”, proposto integralmente e nell’ordine esatto del disco, che ha compiuto da poco un anno e si vocifera possa essere anche l’ultimo dello Spaceman. Anche dal vivo, sull’incedere del classico space rock ultraterreno si stagliano lievi sentori folk e country: il suono resta perfettamente limpido, gli strumenti riconoscibili, l’armonica di un solidissimo Tony “Doggen” Foster si distingue anche in mezzo a un profluvio di nobilissimo rock. “A perfect miracle”, “I’m your man”, “Here it comes (the road) let’s go” in fila, ma è folgorante la doppietta “Let’s dance” – “Damaged”: memorabile la prima, con una coda infinita che trasuda epicità e che esalta le coriste, irreale la seconda, con suoni sospesi che levitano nell’aria e, per l’ennesima volta, ci regalano qualche brivido. Ma non è ancora tutto, perché la chiosa (“Sail on through”), dopo “The morning after” e “The prize”, va addirittura oltre. Ypsigrock è vicino alla sua conclusione, forse una delle migliori possibili: Jason e la band tornano sul palco per una ventina di minuti, sforando quota due ore, e non importa (o quasi…) se non arriva “Ladies and gentleman, we are floating in space”: ci sono “So long you pretty thing” e “Out of sight”, che per l’ennesima volta accarezzano le corde del cuore e che corteggiano ancora shoegaze, psichedelia e noise. Le luci si accendono solo dopo l’ormai immancabile cover di “Oh! Happy day” degli Edwin Hawkins Singers, con sing along dei presenti, coro gospel e finale semplicemente monumentale, una delizia per le orecchie.


Il nostro Ypsigrock si chiude così, con la scaletta degli Spiritualized fra le mani e tanta, tantissima emozione. Il viaggio comincia all’alba e gli orari ci impediscono di raggiungere il campeggio per Free Love e dj set di chiusura, ma tant’è. La forza di Ypsigrock risiede – indubbiamente – in un’offerta artistica sempre di spessore, ricercata e trasversale, ma anche e soprattutto in un ambiente che, dopo aver partecipato a tre edizioni, sentiamo di poter definire “unico” senza timore di apparire eccessivi. “Ambiente” va inteso in senso lato: a partire da Castelbuono in sé, dal fascino intrinseco dei suoi vicoli e delle sue piazze, dal potere irrazionale di esaltare chiunque salga sui palchi dislocati qua e là per il paese e dall’impiantistica di qualità, per arrivare a un pubblico aperto e caloroso com’è raro vedere e a raccontarlo c’è l’atteggiamento degli artisti al momento dei saluti, quando non le parole degli stessi. È la somma degli elementi a fare grande Ypsigrock. E la sola idea di potervi rinunciare si dirada ogni anno di più.

Piergiuseppe Lippolis

Foto dell'autore >