Ypsigrock @ Luoghi Vari [Castelbuono, 5-6-7/Agosto/2016]

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Sei sul bus, noti una ragazza, ti colpisce. La rivedi, continui a incontrarla a cadenze regolari nel tuo tragitto. Passa il tempo e ne osservi l’abbigliamento, il taglio di capelli, la vedi mutare e crescere. Poi anche se tu sei al centro e lei in fondo al bus ti decidi e la raggiungi: è diventata troppo bella per restarne ancora a distanza, con le mani in mano. È questo che ci è successo con Ypsigrock, lo abbiamo visto crescere da lontano, anno dopo anno, fino a che una line up di alto livello e con molte esclusive ci ha convinto a parteciparvi. Volo Roma-Palermo, passaggio in macchina e siamo a Castelbuono, piccola cittadina ben tenuta e vestita a festa per l’Ypsigrock, evento di cui in città tutti, dall’operatore ecologico al pensionato, dal barista al bambino, conoscono date, nome e in qualche caso le band che suoneranno. L’episodio che ci viene raccontato più spesso, da almeno mezza dozzina di indigeni, è quello avvenuto lo scorso anno, col cantante dei Fat White Family che si spoglia completamente nudo sul palco e la polizia che lo va a prelevare durante il concerto. Sulle prime ci stupiamo, sulle ultime chiosiamo con la speranza che quest’anno sia una donna a ripetere il gesto, vista l’abbondanza di esponenti del gentil sesso presenti in line up.

Venerdì

Entrati in possesso del nostro titolo d’ingresso, non senza fatica, giriamo per il paesino scovando le tre location che quest’anno sono state prescelte per ospitare i live: il chiostro di San Francesco e la ex chiesa del Crocifisso, scelte per i live più intimi, e la principale Piazza Castello, dove si può assistere ai concerti oltre che nella tradizionale collocazione di fronte al palco, anche su due cornicioni che vengono presi d’assalto dagli ypsini. Proprio questo desterà stupore negli artisti, tutti alla loro prima volta al festival. Non è un caso, la prima regola degli organizzatori è proprio quella di non inserire mai musicisti in diverse edizioni, a meno che non si presentino con un altro progetto. Esordiamo proprio in Piazza Castello, dove c’è Oscar, artista londinese che nell’anno corrente ha debuttato sulla lunga distanza con ‘Cut and Paste’. Album spassosissimo, estivo, riprodotto quasi in toto con l’ausilio di tre musicisti. Live allegro, divertente, pop. Le basi sono tutte catchy, il cantato è tutto tranne che monocorde, le stonature inesistenti. Oscar Scheller gioca molto col suo pubblico, con fare da scemotto, arrivando a intonare un pezzo de ‘Il Padrino’, tra un brano e l’altro. Il festival comincia con le migliori premesse. Toccherà poi a The Vryll Society, quintetto di Liverpool al suo debutto italiano. Buone idee, esibizione tecnicamente valida, ma nonostante la loro interessante vocazione krautrock ci lasceranno indifferenti. Seguiranno i Mudhoney, e basterà guardarsi intorno per capire che la maggior parte della gente, stasera, è lì per loro. Nell’immensa piazza ci sono spettatori ovunque, segno che il festival anche quest’anno ha avuto un grandissimo seguito. Grunge, Sub Pop, Seattle, ci viene immediato pensare ai Nirvana, ma senza di loro, che hanno preparato il terreno al movimento nella scena indie, con ogni probabilità quella città non sarebbe diventata così famosa a livello musicale e Kurt Cobain, che ha avuto modo in più occasioni di citarli come riferimenti, non sarebbe stato lo stesso artista. Un live d’impatto, carico, rabbioso, con ‘Touch Me I’m Sick’ come pezzo simbolo del loro debutto in terra siciliana. Per la chiusura della prima serata arrivano sul palco The Vaccines. Li avevamo lasciati nell’estate del 2013 a Rock in Roma, in una line up che li prevedeva dopo Miles Kane e prima degli Arctic Monkeys. Fecero la figura peggiore e Justin Young, il cantante reduce da mille problemi e altrettante cure alle corde vocali venne surclassato dal pubblico e dal volume degli strumenti. Lo ritroviamo tre anni dopo sicuro, carico, coinvolgente, con una maglietta che inneggia alle Cougar e una voce che finalmente riesce a valorizzare la bellezza dei pezzi della sua band che tra power pop e vecchio rock, ballate e virate punk, regalerà un ottimo spettacolo, degno di un headliner. ‘Handsome’, il pezzo di apertura, niente di che in studio, assume contorni epici nella sua versione live.

Sabato

Tra i vari aneddoti della gente del posto uno dei più gettonati è quello che riguarda il tremendo temporale che si abbatté sul festival alcuni anni fa. Chi dice tre, chi quattro, chi due, ma su una cosa sono d’accordo: fu apocalittico. La solita teatralità di quelli del sud, pensiamo noi che siamo del centro Italia solo se teniamo alto il ciuffo dei capelli. È il day 2 e il meteo minaccia pioggia, come vediamo dal nostro smartphone nei pressi del Cin Cin Bar, che oltre per i caffè e le bevande rinfrescanti diventa il nostro punto di riferimento per il segnale wifi, in una città che il nostro operatore telefonico ha dimenticato di coprire, rendendo complesso il nostro ruolo di reporter quanto le relazioni sociali. Il cielo si fa plumbeo e ci muniamo di un grande ombrello, trovato nella stanza che abbiamo preso in affitto, per andare alla ricerca di un kway fuori stagione. L’ombrello, extra large, non basterà per tenerci al riparo da quella che, senza esagerazioni, possiamo definire come La Tempesta Perfetta. Troviamo un impermeabile dal colore indefinito quanto imbarazzante e ci mettiamo al riparo, scoprendo che il programma del festival ha subito una rimodulazione a causa delle condizioni climatiche. Si parte dalla ex chiesa del Crocifisso, dove si esibirà il pianista Federico Albanese. Il silenzio partecipato e rispettoso durante il suo concerto ci stupirà in positivo, così come la bravura del musicista. La pioggia sembrerà darci tregua, mentre arriveremo al palco principale per assistere al live della star dell’hip hop londinese Loyle Carner: pur non apprezzando il genere, la sua mezz’ora sul palco non ci annoierà. Sfrutteremo lo spazio concesso ai Niagara, duo torinese (trio con l’aggiunta di un batterista, quando suonano dal vivo) a noi indigesto, per fermarci lo stomaco quanto basta per gli show successivi. È la serata dell’elettronica, e non vedremo una chitarra per tutta la durata della stessa. Al posto dei Kiasmos, che hanno dato forfait a causa di un infortunio occorso a Olafur Arnalds, vengono inseriti in scaletta i Grandbrothers, duo di Düsseldorf che spazia dal piano classico alla techno, stupendo piacevolmente un po’ tutti. I Luh, saliti di grado con la modifica al programma, sono freschi di debutto. Il loro esordio, ‘Spiritual Songs for Lovers to Sing’, è stato infatti rilasciato lo scorso maggio. L’inglese Ellery James Roberts è voce accattivante e mente del progetto, diviso con la sua compagna di vita Ebony Hoorn, e risulterà essere uno dei frontman più convincenti dell’intero festival, mentre lo stesso non si potrà dire della musica proposta, un mix di generi che porta a una pastetta pop senza mordente. Ci vorrà un’ora prima che i Crystal Castles, headliner di serata, si presentino davanti al pubblico, oggi meno numeroso del giorno precedente, per motivi climatici ma anche per via del minor richiamo degli artisti. La pioggia cade copiosa, mentre il soundcheck si prolunga oltre ogni umana immaginazione. Sul palco campeggia il telo bianco e nero con un’immagine di Madonna, col trucco sfatto e un occhio tumefatto, ma solo dopo esserci bagnati per bene gli artisti decideranno di presentarsi sul palco. Sono in tre: Ethan Kath, che ha deciso di continuare il progetto senza la ex frontman Alice Glass, sostituita al microfono dalla clone Edith Frances, e il batterista Christopher Robin. Il live ci dà quella porzione di electro-noise che desideravamo e Frances non farà rimpiangere Glass, richiamata nel look (gli occhiali da sole, la testa coperta, dalla quale fuoriescono capelli dal colore improbabile) e nell’estremo dinamismo sul palco. La voce, a dire il vero, sembrerà essere migliore anche se priva di quel barlume di follia che echeggiava in quella di chi l’ha preceduta e che ha scritto i testi della maggior parte delle canzoni dei CC. Il sound, come al solito, va da quello dei videogiochi Atari a 8 bit, proprio dal titolo di uno di quelli venne preso il nome della band, alla nu-rave. Non mancheranno le celebri ‘Crimewave’ e ‘Not in Love’ e le parti musicali, aiutate dall’eccellente impianto di Piazza Castello (da noi lodato almeno dieci volte in tre giorni) e la cura di esperti tecnici del suono, risulteranno emozionanti. Un gran finale per la serata più fiacca delle tre.

Domenica

È l’ultimo giorno e c’è il sole. C’è tempo per i live, il cui inizio è previsto nel tardo pomeriggio, quindi decidiamo di andarcene in giro per la cittadina. Non c’è molto da vedere, né da fare, infatti molti decidono di sfruttare la bella giornata per andare al mare nella vicina Cefalù. Noi ci ritempreremo in vista dell’ultima serata a Castelbuono che prevede una parata di artisti tra i quali ci sono molti di quelli che ci hanno ingolositi al punto di convincerci a passare in questo piccolo paese siciliano una porzione delle nostre vacanze estive. Scopriremo il Chiostro di San Francesco, dove si esibiscono i Giant Sand. Chiederemo lumi sulla location a un ragazzo che ci dirà di seguirlo, dimostrando ottime doti di arrampicata, visto che si inerpicherà con leggiadria su una delle salite più ripide che abbiamo mai affrontato, senza il minimo affanno, cosa che non si può dire di noi, che abbiamo l’aggravante della sigaretta in bocca. Eccoci finalmente in una location gioiello, di fronte a coloro che sono tra i padri del desert rock. La band di Tucson, Arizona, guidata da Howe Gelb, ha pubblicato trenta album in altrettanti anni di carriera e sa stare sul palco come poche altre. Catalizzeranno un inaspettato entusiasmo che li farà applaudire così tanto da farli tornare per l’encore, cosa molto rara nei festival. La giornata proseguirà con la banda locale che si esibirà per le strade del centro cittadino mentre noi andremo all’appuntamento con l’androgina milanese L i m, già membro degli Iori’s Eyes, e fresca di pubblicazione del suo primo EP ‘Comet’. Lo eseguirà in toto nella ex chiesa del Crocifisso, dove farà innamorare tutti del suo approccio all’elettronica. Dopo queste due belle sorprese, ci dirigeremo al main stage dove troveremo Willis Earl Beal, che, solo sul palco e accompagnato da basi preregistrate, dirà al pubblico di stare seduti e non applaudire. Vita tormentata la sua, fino a che la XL Recordings non ha deciso di puntare su di lui. La sua voce drammatica sembra raccontare la sua storia, ma la sua esibizione non ci convince neanche un po’. Al termine dei live chiederà alla sua audience di comprargli i dischi, perché è uno sporco capitalista, ma non accetteremo il consiglio. Non hanno bisogno di chiederci nulla i Minor Victories, una delle suggestioni di quest’annata: Rachel Goswell, eterea voce degli Slowdive + Stuart Braithwaite, chitarrista dei Mogwai + Justin Lockey, batterista degli Editors, e suo fratello James al basso. Amiamo gli Slowdive in maniera quasi religiosa, apprezziamo i Mogwai e sopportiamo gli Editors, ma il progetto messo insieme dalle anime di queste band riescono a trarre il meglio dalle caratteristiche di ognuno e sommando le quattro unità il risultato non è 4, ma almeno il doppio. Ascoltiamo la loro musica e ci sentiamo bene. Unica pecca qualche esuberante fan che decide di urlare a squarciagola la propria passione a una band molto concentrata sulle armonie vocali e strumentali. Poi arriva il live che spazza via tutto: avevamo già assistito a uno show delle Savages, nel defunto e ormai decomposto Circolo degli Artisti, e le ricordavamo speciali, ma stavolta saranno addirittura qualcosa in più. La band post punk revival, guidata da Jehnny Beth, artista francese in precedenza apparsa nell’indecente duo John & Jehn, è la chiave di volta per regalare agli spettatori un’esperienza indimenticabile. Look mascolino e total black&white per tutte e quattro le componenti della band, la batterista Fay Milton che mette in riga tutte le batteriste ascoltate finora, Jehnny che grida la sua rabbia, cammina sul pubblico, cerca il contatto fisico, lo fa cercare a chi ha di fronte, congratulandosi per il pogo, tutto ciò cantando senza sbagliare una cazzo di nota. Gemma Thompson chitarrista eccezionale, la bassista Ayse Hassan che sorride durante tutto il live, forse rendendosi conto del livello stellare ormai raggiunto. Due soli album, ‘Silence Yourself’ e ‘Adore Life’, entrambi per Matador Records, e davanti abbiamo già delle star. Se l’Ypsigrock fosse stato il Festivalbar, avrebbero vinto loro, all’unanimità. Quando lasceranno il palco ai più compassati Daughter, trio guidato da Elena Tonra, lo stacco sarà tremendo. Anche loro hanno pubblicato due album, con la stessa tempistica delle Savages, ma il minore impatto sul pubblico si sentirà eccome. I Daughter saranno impacciati, tra stonature e false partenze, almeno nella prima mezz’ora, mentre noi resteremo in attesa che il live cresca, e lo farà, anche se tra alti e bassi. L’affetto dei presenti li convincerà comunque a rientrare per un ultimo pezzo, ‘Made of Stone’, con la quale si chiuderà l’intero festival.

Lunedì

Mentre siamo sul pullman che ci porta dalla stazione centrale di Palermo all’aeroporto nelle nostre cuffie c’è solo una canzone: ‘Adore’ delle Savages. La amavamo già molto, ma l’esibizione di ieri sera ci ha dato nuove sensazioni. Mettiamo l’iPhone in repeat e guardiamo scorrere dal finestrino la città del sud che è in cima alle nostre preferenze. Il pullman arriva, prendiamo il bagaglio, facciamo cinque metri e di fronte a noi vediamo due ragazze intente a raccogliere i propri bagagli da un furgoncino Mercedes. Il tempo di una risata e, senza dire una parola, mostriamo il nostro telefono a Jehnny Beth e Ayse Hassan, cantante e bassista delle Savages, lasciandole realizzare che a un metro da loro c’è un ragazzo che per puro caso stava ascoltando la loro musica. Nei ringraziamenti di rito e le due parole scambiate sul live della sera prima (scopriremo poi che erano in notevole ritardo per salire sul volo per Londra) non noteremo alcuno stupore per la coincidenza. Sono grandi e sanno di esserlo, proprio come l’Ypsigrock, che siamo sicuri continuerà a essere, almeno come offerta, il miglior festival dell’intero panorama musicale italiano.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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