Your star will shine forever. A tribute to David Bowie

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Questa mattina ho sentito l’odore dell’erba tagliata mentre camminavo sulla solita strada trafficata. Lo stesso odore che sentivo da bambino alla casa di campagna, quando mio padre si armava di falce per rendere tutto un po’ meno selvaggio. L’odore degli alberi da frutto, il fico appiccicoso, le travi di legno sul soffitto, il ciclamino vicino al cancello. Era la metà degli anni ’70. Più precisamente il 1976. Solo a distanza di 40 anni associo quella data all’uscita di uno degli album di David Bowie che più ho amato in assoluto, e che ovviamente avrei scoperto solo nel decennio successivo: ‘Station To Station’. Il disco numero dieci. Una meraviglia assoluta che contiene i sei minuti di ‘Word on a Wing’, canzone che mi avrebbe tormentato, sconvolto, inseguito per tanto tempo. Un brano “religioso”, drammatico, aperto e ricamato dal piano di Roy Bittan, un’invocazione d’aiuto, una delle più belle canzoni mai scritte dall’artista inglese. E poi c’è quel finale. Che mette i brividi e mi commuove sempre, ancora adesso, mentre scrivo queste poche righe. La più grande cover mai realizzata da Bowie, ‘Wild Is The Wind‘, brano del 1956 di Johnny Mathis (ricordate il film western?) registrato in seguito dall’immensa Nina Simone, un’artista che David amava alla follia, che incontrò a metà anni ’70 e che volle omaggiare con una rivisitazione sontuosa, mostruosa. Pensate che nel video di David Mallet, i musicisti che fingono di suonare sono Tony Visconti al contrabbasso, Andy Hamilton al sax, Mel Gaynor alla batteria (si quello dei Simple Minds) e alla chitarra Coco Schwab (l’assistente di Bowie, che magari avrete visto in molte foto assieme a Iggy Pop nel periodo berlinese). Uno dei tanti ricordi che da qualche giorno assorbono la mente, paralizzano funzioni motorie, collezionano memorie altrui. Eppure avrei dovuto scrivere un capitolo speciale della rubrica “Up & Down”, ma francamente non ne ho avuto la voglia, la forza, credo che non avrei avuto neanche il tempo da dedicare alle solite brutture di un giornalismo musicale fatto (quasi tutto) da superficialità, arroganza e sconvolgente ignoranza, a cui tecnicamente appartengo da diciotto anni ma dentro al quale ormai fatico a ritrovarmi.

Quella mattina stavo andando a scuola percorrendo il solito tratto di strada, un giorno qualsiasi del 1984, i giorni della terza media e dei grandi cambiamenti personali. Qualche libro in una tracolla, un diario pieno zeppo di invadenti scritte mezze farneticanti, due penne consumate durante le ore più pesanti. La vetrina della tabaccheria che mi scorre accanto, la coda dell’occhio che cattura quel piccolo quadretto a specchio con l’immagine di David Bowie. Il Bowie di ‘Let’s Dance’ che avevo già avuto modo di conoscere qualche tempo prima scegliendo dalla lista del negozio di fiducia. Un mucchietto di fogli spillati che elencavano i primi artisti convertiti al supporto CD. Una scoperta. L’addio prematuro al vinile non sconvolse nessuno dei miei piani. Ero felice di accogliere quell’innovazione che infilavo con gusto in quel piccolo lettore Sony regalatomi da mia madre. Entrai nella rivendita di tabacchi, pregna di quell’aroma che conoscevo benissimo, e con qualche lira acquistai la piccola cornice di colore marrone chiaro. Fu il primo “cimelio” vero da venerare in bella mostra in cameretta, completamente satura di poster e posterini che trovavo nelle pagine centrali delle riviste musicali che amavo consumare con avidità. David Bowie mi avrebbe guardato e consigliato per anni. Elegante, raffinato, austero, forse anche timido. Mentre tutt’attorno i coinquilini alle pareti sarebbero cambiati in un moto perpetuo senza precedenti. Lui no, lui rimaneva anche dopo tinteggiature e nuove carte da parati. ‘Scary Monsters’ il passo successivo della lenta scoperta dell’opera. ‘Teenage Wildlife’ mi appare ancora oggi come brano straordinariamente seminale. Titolo che scrissi sullo zaino, proprio sopra la tasca piccola che aveva la zip rotta, perchè sembrava così tutto trasgressivo, così audace. Ora sorrido. Quanta luce. Quanti anni. Quante gioie. E quell’unico dolore, tutto concentrato alle 8 di mattina di un lunedì surreale. Dopo l’ultimo colpo da maestro. Non credo ci sia più nulla da scrivere. Splenderai per sempre. Anche quando tutto sarà passato e consumato. E continuerai a guardarmi, così elegante, così raffinato, così austero, forse anche un po’ timido. Fine.

Emanuele Tamagnini

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