Young Signorino @ Monk [Roma, 25/Maggio/2018]

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Che la musica in Italia stesse prendendo una brutta piega ce n’eravamo accorti qualche anno fa, quando il cantante che ci imponeva la sua musica in piccoli locali del Pigneto, fuori orario, fuori luogo, e senza che ne volessimo sapere, diventò famoso. Sbuffavamo ascoltandolo, i meno educati gli dicevano di andarsene a casa o almeno smettere di infastidirci con i suoi testi melensi e telefonati. Frasi che sembravano rubate da conversazioni noiose e poco ispirate al bar di fronte l’università che diventeranno post, tatuaggi e porteranno la musica cosiddetta indipendente alle vette del successo, delle classifiche e ora persino negli stadi. La mediocrità al potere. Persino chi sbuffava al nostro fianco mollava le redini e andava a contribuire ai sold out, abbindolato da campagne social per menti deboli. Poi gli emuli, gli emuli degli emuli. Se lo può fare lui lo posso fare anch’io, e allora scelgo un nome facile da ricordare, creo un personaggio neanche troppo caratterizzato e scrivo di cosa mi succede quando faccio la spesa. Tale deriva sembrava non avere una fine, mentre le parole che si sommavano vuote e inutili diventavano sempre di più, con l’importazione dall’America della trap, finché non è apparso colui che ha spinto talmente in là il concetto di non-artisticità nella musica, con le basi del momento sulle quali aggiungere, senza alcuna abilità canora, una sequenza di mugugni e parole in libertà. In un panorama rincoglionito da anni di svastiche in centro a Bologna c’è chi ha gridato al genio, al troll, al capolavoro. Gli hanno detto dadaista e futurista. Gli hanno regalato dieci milioni di views su YouTube, ma mentre scrivo questo pezzo saranno già salite a undici. Un ragazzino di Cesena con una storia tribolata, vera o falsa che sia, ha creato un moniker d’impatto che è passato su quasi tutte le bocche d’Italia, grazie a una spinta verso l’alto data da video di ottima fattura, e pagati di conseguenza, non siate ingenui, ed una serie di trovate di marketing applicate al prodotto. Un prodotto talmente scadente da dover creare una confezione fluorescente per accecare chi si trovava sulla sua strada e che comunque, nel bene o nel male, soprattutto nel male, non poteva dimenticare. Nessun album, nessun pezzo sulle piattaforme di streaming audio, figuriamoci copie fisiche. Una data al Monk, la stessa sera di Bugo. La prova del fuoco. Un clic corrisponde a una presenza al concerto? Non basterebbe il Colosseo. Ci saranno veramente dei fan? La musica si è davvero trasformata in un cabaret in cui si ride di un tizio che interpreta la parte di un picchiatello? C’era solo un motivo per scoprirlo. Coinvolgere i due amici che si prendono meno sul serio e dirigersi al Monk, in un venerdì sera. Orario di inizio dichiarato 21:30, realistico 22. Ci sono scolaresche, qualche ragazzo tra i più giovani sembra tenerci davvero, tutti sembrano condividere un certo disagio. Qualche emo fuori tempo massimo, un metallaro, un mod, un bambino col padre, l’impressione è che siano quasi tutti semplici curiosi. Curiosi di vedere chi altro avrebbe speso dieci euro per Young Signorino che si trovano di fronte altri curiosi di vedere chi avrebbe speso dieci euro per Young Signorino. Curiosi di sapere quanto sarebbe durato il concerto. Curiosi di sapere con quali modalità si sarebbe svolto. Dalle 22 alle 23 continuano a radunarsi persone, sotto al palco più piccolo, il più vicino al bar, per intenderci, e la sala si riempie quasi fino alla metà. Le lancette dell’orologio passano con lentezza, il caldo e la stanchezza avanzano, in molti minacciano l’abbandono. Già era tanto essersi presentati, figuriamoci aspettare come una sposa all’altare qualcuno per il quale non si nutre alcuna stima. C’è chi dice, sopravvalutando il personaggio, che salirà sul palco con grande ritardo deridendo gli imbecilli che gli si sono posti davanti. Sarebbe giusto e meritato, ma non accadrà. Sul palco non arriverà mai. Il Monk, tramite un portavoce, intorno alle 23:15, comunicherà ai presenti che il concerto non si terrà e che per il rimborso ci si potrà rivolgere direttamente in cassa, dove tutti si fionderanno senza far passare un istante. Le voci si rincorreranno: ha fatto tardi per colpa di un’ospitata in TV, non era nelle condizioni di presentarsi sul palco, Bugo si è irritato dell’eccessivo ritardo e ha puntato i piedi prendendo posto sul palco. Con ogni probabilità non scopriremo mai com’è andata realmente. Il Signorino lo vedremo ballare a favor di camera dalla finestra della casetta backstage del Monk, insultato dai fan più giovani che mostrano il dito medio e pure il sedere, mentre un amico di Young risponde per le rime. Lo vedremo infine passare nel giardino del locale antistante la sala concerti, andarsene via a testa bassa, scortato da cinque tizi della security, tra le pernacchie dei presenti che si complimentano per il bel concerto. Siamo arrivati al Monk con tanti interrogativi, ma ne usciamo sollevati nel vedere che non esiste una fan base, che non sarà questo il futuro della musica (10 milioni di views vs 150 presenti, a voler essere generosi) e soprattutto che abbia fatto la scelta migliore, quella che speriamo farà per sempre: non presentarsi di fronte a un pubblico.

Andrea Lucarini