You Say Party! We Say Die! @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Novembre/2006]

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Sarà che la condizione socio-sentimentale più frequente nell’universo degli aspiranti indie-rocker nostrani è quello degli inguaribili cuccioloni-tristi dal cuore d’oro e un po’ sfigatelli, ma chi è passato per la valle delle lacrime della procedura standard della formazione di una band a Roma (annunci da Disfunzioni, appuntamenti al buio e telefonate tragicomiche), sa che uno dei sogni inconfessabili della maggior parte dei musicisti maschi capitolini è quello di avere una ragazza alla voce nella propria formazione. Purtroppo i danni irreparabili che hanno inflitto gente come Tori Amos e Alanis Morissette nel tessuto già compromesso del background nazional popolare tarantellesco italiano, ci fanno rifuggire questo tipo di predisposizione e a parte pochissimi casi, preferiamo andare a concerti di band autoctone dove, di solito, non ci sia una vocalist dietro il microfono.

I Cat Claws in questo senso sono una vera eccezione, e da quando è cominciata l’avventura di Nerds Attack! abbiamo sempre seguito con molta attenzione la crescita esponenziale del combo della bravissima Lavinia, fino a constatare come ora, i nostri, siano arrivati a proporre uno dei set più convincenti tra tutti quelli a cui si può assistere attualmente nel tradizionale circuito dei club della nostra città. Magari, va detto, che se le prime volte i siparietti naif della front-woman risultavano irresistibili, dopo la nona volta che li si vede, possono anche finire per indisporre leggermente chi è in grado di prevederli tutti, parola per parola. Questi comunque sono dettagli, anzi ci auguriamo che l’imminente mini-tour con i You Say Party! We Say Die!, possa permettergli una meritata accoglienza anche fuori dalla capitale. Se le cose andranno sempre come stasera, dubito che uno dei prossimi 1° Maggio mancheranno dal palco di S. Giovanni. In merito alle doti della loro vocalist comunque, nemmeno il quintetto canadese di ‘Hit The Floor’ potrà mai rimproverarsi qualcosa.

Partiti in sordina per i presunti problemi di salute che affliggevano proprio la graziosa Becky Ninkovic i nostri hanno presto stretto un’intensissima intesa con il pubblico, galvanizzandosi a vicenda con un’esibizione molto fisica, che ha fomentato soprattutto il bassista, spesso coinvolto in pose aeree tipicamente HC, neanche fosse stato in tour con gli Zao. Sebbene la proposta musicale dei nostri sia pesantemente influenzata da quella di altre band che già da tempo hanno battuto la strada di un indie-synth pop vagamente ballabile come i Milemarker e soprattutto le Pretty Girls Make Graves, non ci ha infastidito affatto buttarci nella mischia con le orecchie piene del loro sound. Quando si ha una voglia matta di alzare il gomito può non fare differenza il fatto di bere birra da due soldi o il mitico Drappier Carte d’Or brut. In merito di agitamento di chiappe, stasera forse, la stragrande maggioranza del pubblico, noi compresi, mirava più all’effetto che non all’origine di denominazione controllata del tramite e quasi nessuno quindi ha badato più del dovuto al fatto che le coordinate di ‘The Gap’ o ‘Stockholm Syndrome’ siano perlopiù una versione giusto più casinista e da festa delle autentiche gemme dei due gruppi in grassetto di cui sopra. You Say Party? We drink!

Federico Vignali

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