Yo La Tengo @ Postbahnhof [Berlino, 19/Novembre/2006]

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Chi vi scrive è un vero fan degli Yo La Tengo. Ma non per questo non dovete credergli quando afferma che gli Yo La Tengo sono la perfezione fatta musica. Già, perché non bisogna essere un fan per affermarlo, basterebbe avere la fortuna di assistere ad un loro concerto per convincersene. Restare per quasi tre ore a bocca aperta, sbalorditi, stupefatti, spaventati dall’incredibile alchimia che lega i tre membri del gruppo, James McNew al basso e i coniugi Ira Kaplan (chitarra) e Georgia Hubley (batteria), sul palco.

La serata al Postbahnhof di Berlino si apre, puntualissima, con l’esibizione di Masha Qrella. La giovane bassista dei locali Contriva presenta le canzoni del suo progetto solista, accompagnata, da altri tre musicisti. L’esibizione viene accolta calorosamente dal pubblico di casa, in maniera un po’ più fredda da me. Sembra di assistere alla versione indie di Lene Marlin. Per carità, qualcosa di buono c’è. Non di rado la ragazza si avventura in spazi sonori che sanno di elettronica minimalista e dilatazioni post rock. Ma non è molto, e la ricetta sa di già sentito.

Appena venti minuti di pausa, giusto il tempo per sistemare le cose sul palco, e gli Yo La Tengo fanno il loro ingresso accolti dal boato del pubblico. S’inizia subito. “Pass The Hatchet, I Think I’m Goddkind” apre il concerto. Il brano d’apertura del loro ultimo (capo)lavoro “I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass” si risolve in un muro di distorsioni che introducono alla serata. Vengono presentati molti dei brani del nuovo disco, ma il gruppo regala anche numerose digressioni nel passato. Ancora in apertura da notare la desertica e bellissima “Everyday”. Immediatamente si rimane rapiti da quello che avviene sul palco. Rapiti dal modo di suonare la chitarra di Ira, che passa da strazianti torture a gentili carezze. Rapiti dalla capacità del gruppo di passare da un genere all’altro, e dalla loro precisione nell’esecuzione. Non una sbavatura, non un errore. Non una nota di troppo né una di meno. In loro c’è tutto ciò che di buono la musica ha partorito negli ultimi cinquant’anni di storia. Aiutati come al solito dal pubblico pescano anche dal repertorio del passato, proponendo alcuni dei loro pezzi migliori tra cui “From A Motel 6”, “Sugarcube”, “Nuclear War”, le cover “Speeding Motorcycle” di Daniel Johnston e “Lucy Baines” del grandissimo, recentemente scomparso, Arthur Lee dei leggendari Love. In conclusione arriva anche quella “Nowhere Near” che me li fece scoprire e amare. Una delle canzoni più belle degli anni ’90. La serata si conclude. Cala il sipario. Anche stavolta quasi tre ore di musica, anche stavolta si è assistito all’incredibile. Rischieremo di ripeterci qui su queste pagine, ma che ci posso fare? Confermo quanto già scritto dal capo pochi mesi fa: “Nessuno come loro. L’assoluto in musica.”

Emanuele Avvisati

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