Yo La Tengo @ Limelight [Milano, 10/Marzo/2013]

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“Questa non è una recensione. È una dichiarazione d’amore. È un autentico tributo a una band che ti segna, che ti seduce, che ti conquista e scardina dopo uno sfiancante assedio qualsiasi scetticismo e diffidenza. Folgorato sulla via di Hoboken dall’ascolto di due dischi imprescindibili come ‘I Can Hear The Heart Beating As One’ e ‘I’m Not Afraid Of You And I Will Kick Your Ass’, da lì è partito un viaggio a ritroso alla scoperta dell’epopea di Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew, artefici, ormai da più di venticinque anni, di una piccola rivoluzione e via personale al rock che ha fatto tanta scuola. Ecumenici ed eterogenei come pochi, gli Yo La Tengo hanno saputo interpretare ogni aspetto, vezzo, cliché e piega del genere secondo una loro personale visione, tale da renderli inconfondibili e unici in qualsiasi declinazione: dalle avventure nel low-fi degli esordi, passando per le suite strumentali di ‘The Sounds Of The Sounds Of The Science’ fino al recente affresco orchestrale di ‘Fade’. Insomma, i padri fondatori dell’alternative rock così come lo conosciamo. Serve aggiungere altro?”

Ecco, questa è la recensione che avevo immaginato di iniziare a scrivere. Che avrei voluto scrivere. Eppure, fermo restando quanto appena detto sull’importanza di questa band, esco dal Limelight non così soddisfatto quanto vorrei. Anzi, esco con un netto sapore di amaro in bocca. Le aspettative erano alte, molto alte, sicuramente. La posizione da cui ho seguito lo spettacolo di certo non era la migliore per goderne appieno (ma di certo buona per l’acustica). Eppure, con tutte le attenuanti di questo mondo, mentirei se non scrivessi di un’esperienza che lascia la sensazione di un’occasione perduta. A colpirmi positivamente è l’affluenza. Tra amici e conoscenti, la mia risposta alla domanda “Chi vai a vedere?” provocava l’eloquente controdomanda “Chi???”; vedere quindi il Limelight strapieno non può che rallegrarmi, benché questo mi costringa a ripiegare su una posizione d’ascolto centrale ma arretrata. La band arriva puntuale poco dopo le nove: McNew è l’unico in piedi del trio, con Hubley e Kaplan seduti rispettivamente al centro e sulla destra del palco per chi guarda. Dietro di loro, un semplice e minimale sfondo di alberi di cartapesta verdi, richiamo alla bella copertina di ‘Fade’. Ed è infatti con la traccia d’apertura del nuovo album che si comincia: una ‘Ohm’ in versione per chitarre acustiche e voce, con la batteria ad aggiungersi solo nel finale. Una riproposizione quasi a cappella, con le voci dei tre che si fondono e confondono meravigliosamente (quando altrove, nel corso del concerto, sono apparse incerte, soprattutto quella della Hubley). Bell’incipit acustico. Tuttavia, il canovaccio rimane lo stesso anche con i successivi due, tre, quattro brani. I pezzi del nuovo disco vengono presentati in versione intimista, ma molti di essi si basano su composizioni monocordi, che traggono al propria forza dalla dinamica e dall’arrangiamento. Una riproposizione di questo tipo appiattisce qualsiasi velleità dinamica, rendendo di fatto impossibile qualsiasi crescendo. Sembra quasi di assistere a una versione kraut dei Mojave 3 (con tutto il rispetto per i Mojave 3, beninteso). Insomma, alla lunga e inevitabilmente ci scappa più di qualche sbadiglio. Tra un brano e l’altro, Kaplan annuncia che a breve ci sarebbe stato un breve intervallo, preludio a un secondo set. Di lì a poco, l’interruzione avviene e i tre abbandonano il palco.

Oh, ora iniziamo a ragionare, È quello che penso quando gli alberi vengono spostati sullo sfondo e si mostrano ai nostri occhi amplificatori Fender, possenti testate, oltre a un megalomane numero di chitarre elettriche. Il secondo tempo si annuncia più avvincente, ma si fa anche parecchio attendere. Il trio si prende una buona mezz’ora di pausa prima di tornare, per un cambio palco di una decina di minuti. Tra alcuni fedeli inizia a serpeggiare un po’ di malumore, anche se la maggioranza appare mantenere ben salda la propria fede, lanciandosi in commenti manicheamente entusiasti, contrariamente a me, miscredente che non sono altro. Si ricomincia. Ad aprire la ripresa una cavalcata kraut un po’ sullo stile di ‘Pass The Hatchet’ (ma non riconosco il pezzo), finalmente elettrica, finalmente convincente. Mentre McNew e Hubley – quest’ultima in tenuta grunge con tanto di camicia di flanella – portano diligentemente il tempo, Kaplan si avventa, si avvinghia sulla chitarra con assoli nervosi, sconnessi e squilibrati, come a volere far deragliare un treno così faticosamente riportato sui binari. Nonostante la seconda parte volga man mano che il tempo passa verso il meglio, non manca qualche sbavatura qua e là. In uno dei brani successivi, Kaplan passa alle tastiere, ma il suo cantato e le sue parti sembrano non riuscire a integrarsi con il resto, dando quasi l’impressione che ognuno suoni per conto proprio. Fortunatamente, la riscossa arriva definitiva con il garage selvaggio di ‘Ronnie’, capostipite di una sequenza da applausi. Il pubblico rimane quasi fermo, incredulo di fronte a un così inaspettato travaso di bile. Galvanizzati da questa veemenza giovanilistica, i tre tirano fuori dal cilindro un classico dopo l’altro. Si prosegue con ‘Sugarcube’, ma personalmente non posso che sussultare quando eseguono uno dei brani più attesi: ‘Double Dare’ giunge come una benedizione, quasi commovente nella sua semplice e schietta bellezza. Mi rassegno di fronte all’impossibilità di ascoltare quel sontuoso e meraviglioso organo nel ritornello, ma mi hanno definitivamente riconquistato. Dal punto di vista dell’originalità, il momento più alto si raggiunge con ‘Little Honda’. Il pezzo inizia quasi in sordina, a un numero di bpm inferiore a quello della versione in studio, finché Kaplan non decide di darci un taglio e dirottare in senso terroristico il brano, con una scarica di mitragliate inaspettate che lo dilaniano e lo portano in una specie di stasi contemplativa nell’etere fatto di feedback inarrestabili e lancinanti. Poi, pian piano, il pezzo trova un varco per uscire da quel grottesco limbo, prima con il basso a dettare le toniche e poi via via a seguire tutti gli altri, fino all’esausta e attesa conclusione. Una trovata simile a quanto fatto dai Sonic Youth in ‘Total Trash’: per intenderci, è l’apice del concerto. Dopo una pausa fortunatamente breve, lo spettacolo si chiude ottimamente con le encores ‘Upside Down’ e un ultimo brano in chiave acustica, quasi a chiudere il cerchio con l’incipit dello show. Ecco, questa bella e breve chiusura acustica lascia un po’ capire come sarebbe potuto andare il concerto se i pezzi fossero stati proposti in ordine diverso, in un’alternanza piano-forte, invece di costringerli in due blocchi contrapposti e di polarità opposta. In termini calcistici, si è portato a casa un pareggio: magari avvincente, ma pur sempre un pareggio. A un secondo set finalmente di livello si è dovuti arrivare dopo una prima parte in fin dei conti deludente, pur nelle sue velleità intimiste. Ma l’affetto, quello, rimane immutato, dopo tutto.

Eugenio Zazzara

4 COMMENTS

  1. Sei andato al concerto senza ascoltare NULLA di Fade, l’ultimo lavoro in studio degli Yo La Tengo, a quanto pare… come hai fatto a non riconoscere Stupid Things? :-O

  2. A parte il fatto che Fade l’ho ascoltato sicuramente due volte, e forse anche di più, il fatto che mi sia sfuggito il titolo di una canzone, pur conoscendola, non mi pare motivo sufficiente per gridare allo scandalo, non ti pare?

  3. Ciao, ho letto che hanno eseguito alcune cover tipo Nervous Breackdown dei Black Flag, come ti è parsa la riproposizione in chiave Yo la tengo?

    MArco

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