Yo La Tengo @ Fabrique [Milano, 15/Maggio/2018]

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A un lustro di distanza dalla loro ultima apparizione nel capoluogo lombardo, gli Yo La Tengo sono tornati a Milano per l’unica data italiana del tour primaverile a supporto dell’ottimo “There’s A Riot Going On”, quindicesimo disco di una delle carriere più belle degli ultimi trent’anni di musica. Obiettivamente, la risposta del pubblico è più tiepida di quanto fosse lecito aspettarsi, specialmente in una città che tende a non tradire le attese, quando si tratta di concerti. Ma tant’è: al Fabrique, il palco viene spostato in avanti, per ridurre un po’ la capienza. La gente è stipata nelle zone centrali, sui lati si sta piuttosto larghi e qualcuno preferisce godersi il concerto sui gradini laterali. Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew si presentano sul palco puntuali, salutano il pubblico con un cenno del capo ed è subito musica: la prima parte del set è dedicata quasi totalmente a “There’s A Riot Going On”, alle sue sonorità melliflue. I volumi al Fabrique sono bassi, forse anche un po’ troppo, ma l’acustica esalta le soluzioni musicali dei tre, che, dopo la discreta eleganza di “You Are Here”, mettono in fila “Here You Are”, “Forever”, con la sua scheletrica dolcezza, e la deliziosa “She May, She Might”. La resa dal vivo è già altissima: gli applausi crescono ogni volta d’intensità e il pubblico ascolta una prima parte di live infarcita di pezzi scarni e lenti assorto in silenzio. E non è affatto qualcosa di scontato. Ira Kaplan catalizza l’attenzione dei presenti, con la meravigliosa chitarra di “I’ll Be Around”, primo brano dal passato (recente) della band, poi la presenta e scherza col pubblico sull’ampio corridoio riservato ai fotografi, sostenendo che la distanza li faccia sentire al sicuro. A chiudere la prima parte del live è “Ashes”, dopo qualche gemma estratta da altri dischi, quindi segue una pausa di una ventina di minuti abbondanti, dopo un’intensa ora di live. Spente le luci e la musica, rientrati i presenti, gli Yo La Tengo riappaiono sul palco per un set decisamente più vigoroso, inaugurato comunque dalle carezze di “Dream Dream Away”. I suoni si increspano e la band presenta il lato più ruvido con “Sudden Organ”, poi rivisita “Barnaby, Hardly Working” con una sezione ritmica più corposa. C’è spazio per un altro dei brani più belli di “Shades Of Blue”, con annesse pausa e risate sul palco per qualche parola sbagliata da Georgia, ma nessuno ci fa caso, il livello è altissimo e cercare qualcosa da criticare, in una serata del genere, è più che mai ingeneroso. I giri del motore si alzano nuovamente e il trio di Hoboken, da qui alla fine, non concederà più nemmeno un secondo di tregua: prima “Mr. Tough”, mera parentesi jazz a testimonianza del fatto che questa band possa suonare pressoché qualsiasi cosa, con la stessa grazia e la stessa naturalezza, quindi il classico “Sugarcube”, estratto da quello che viene normalmente considerato come uno dei lavori più brillanti della band (“I Can Hear The Heart Beating As One”). Nel finale, Ira Kaplan sceglie di dar sfoggio di forza e tecnica certamente poco comuni: fra distorsioni violente e riverberi, fra trame ripetute come mantra e assoli, “Ohm” diventa a tutti gli effetti un pezzo shoegaze, “Nothing To Hide” strizza l’occhio addirittura al punk, mentre la lunga coda finale è affidata alle note di “Pass The Hatchet, I Think I’m Goodkind”, rabbiosa e acidissima. Ira Kaplan schizza da una parte all’altra del palco, infierendo sulla sua chitarra e suonando, quasi contemporaneamente, anche il piano. È folle, ma è tutto vero. È quasi mezzanotte, gli Yo La Tengo sono già ampiamente andati oltre le due ore di concerto, ma non basta ancora: mentre qualcuno, dietro di noi, s’interroga sull’età anagrafica dei tre, pensandoli under 50, i Nostri tornano sul palco per tre cover: “Borstal Breakout” degli Sham 69, con James McNew alla voce, persino più cattiva dell’originale, quindi “There Is No Life Without Love” dei Kinks e, per concludere, l’augurio di una buonanotte arriva con “By The Time It Gets Dark” di Sandy Denny, scelto da Georgia, ma non una novità assoluta nelle scalette dei tre ragazzoni del New Jersey. Alla fine, del concerto, durante i saluti e il lungo e meritatissimo applauso, dietro di noi, la scoperta della reale età dei tre è stata accolta con una sonora bestemmia, magari inelegante, magari sincera: è difficile credere che all’età di Ira e Georgia (rispettivamente 61 e 58) si possa ancora tenere un concerto così. Due ore e mezza di grande musica, sospese fra melodie sognanti, suoni eterei, guizzi noise e shoegaze, sperimentalismi jazz, chitarre distorte, archi, tastiere, organetti e continui avvicendamenti ai vari strumenti. In estrema sintesi, quello degli Yo La Tengo, molto più che probabilmente, è stato il concerto più bello di un’intera stagione nel capoluogo lombardo.

Piergiuseppe Lippolis