Yo La Tengo @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Maggio/2006]

492

Qualche anno fa un mio conoscente mi chiese a proposito degli Yo La Tengo. Non riusciva a capire, non avendo peraltro ascoltato nulla del trio di Hoboken, il perchè della stima incontrollata ed unanime da parte della critica specializzata americana (e non solo). Mi auguro con tutto il cuore che quel tizio si sia ricordato di quel nome spagnolo ed abbia staccato un biglietto alla cassa del Circolo degli Artisti. Un nome unico. Un nome che non ammette repliche. Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew sono la più grande formazione indie del pianeta.

Serata calda e ventosa. Afosa e piena di eccitazione all’interno. Il palco del locale romano è rinnovato. Troneggia un nuovo impianto che non ammette discussioni. Siamo ai livelli massimi. E la visuale è ormai totale. Un 16/9 che rende ancor più giustizia all’imminenza del concerto dell’anno. Alle 22:30 in punto, quando la sala è ormai piena e festante, i tre musicisti del New Jersey salgono on stage in punta di piedi. McNew alla chitarra, Kaplan all’organo e Hubley dietro alla sua amata batteria. La prima delle tante combinazioni multistrumentali che hanno reso grande la storia ultra ventennale della band. La scaletta prevede quindici brani. Ma alla fine si rivelerà un numero altamente provvisorio. La faccia da caratterista di Kaplan dispensa velati sorrisi mentre si riappropria della chitarra e McNew del basso. Scintille quando attaccano “Pass The Hatchet” pezzo nuovo che fa il paio con la settantiana delicatezza pop di “Beanbag Chair” presentata e ricamata al piano dallo stesso Ira. E’ un crescendo rossianiano di rara intensità e stupefacente maestria. I coniugi si intendono a meraviglia e la possenza (non solo fisica) del terzo uomo detta i ritmi anche quando i momenti si fanno più intimi e soffusi. Ecco “Autumn Sweater” la memoria viaggia a ritroso alla fine degli anni ’90. L’atteggiamento shoegaze di un sempre più indemoniato Kaplan ci riporta alla sorgente del noise. Alla sorgente velvettiana. A quella “Sister Ray” che ha cambiato, più di ogni altra, il corso della musica moderna. Ma c’è vivido anche il profondo amore confesso verso gli anni ’60. Non è un caso che in ogni tomo enciclopedico che si rispetti il nome Yo La Tengo venga subito prima di Neil Young. Una coincidenza astrale. Un’aura che ha da sempre ammantato il cammino dei nostri alle prese, ora, con il point break del concerto. “Going Home”, “Manila”… e ancora “Stockholm Syndrome”, “Tom Courtenay” (da quello che forse è l’album più debole di una discografia ultra terrena – “Electr-O-Pura” del 1995). Un’onda di feedback investe i presenti. Che rapisce nella totalità. Come fossimo illuminati da una luce più forte. Da un bagliore mai visto. Da una musica di fuoriclasse assoluti. “I Heard You Looking” ci conduce verso il finale (presunto) spostando la lancetta dell’orologio ad un giorno qualsiasi del 1993. L’apoteosi sotto forma di folletto torturatore della chitarra. Ira Kaplan è l’erede della magia VU che trasfonde ai compagni e ai presenti. Assalto psych noise. Ma è difficile raccontare ciò che non può essere raccontato digitando lettere e formando parole di senso compiuto. Escono per un primo bis. La loro conoscenza storico musicale è un dato di fatto acquisito. E allora dal masterpiece “Fakebook” del 1990 viene estrapolata “Griselda” di Peter Stampfel chiamata a gran voce dal pubblico. Kaplan è divertito e stupito da tanto affetto. Più di una volta si avvicinerà a bordo palco per raccogliere suggerimenti che gli consegneranno una detonante “Shaker” distillata in una versione assolutamente drone. La prima volta a Roma. Lo ricorda dispensando qualche parola in italiano: “grazi” e “mi scusi”. Il boato non si placa. Escono per la terza tornata chiamati dal paffuto e simpaticissimo roadie. Sale anche un’ospite misteriosa! Una chitarrista di New York che sembra arrivare da casa Stevie Ray Vaughan. Ira si dirige alla batteria, la moglie prende la sua chitarra… è un delirio di sensi che stordisce. Senza precedenti. L’ultimo sussulto ci viene regalato con un’intensa, soffusa, ovattata “Speeding Motorcycle” di Daniel Johnston. E’ la fine. Nessuno come loro. L’assoluto in musica.

Emanuele Tamagnini

Foto su Nerdsphotoattack

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here