Yeasayer @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Marzo/2010]

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Non c’è che dire: se ci fossero ancora dei dubbi, dopo questa stagione concertistica 2009/2010, nessuno potrà piu’ recriminare sulla levatura, o almeno la lungimiranza e l’attenzione, della direzione artistica del Circolo. Non che questa fosse mai stata manchevole in passato, ma infilare nel giro di pochi mesi Dirty Projectors, Local Natives e questi Yeasayer – oltre agli innumerevoli altri pregevoli act non necessarimanete sostenuti dal delirio mediatico e a quelli ancora attesi nei prossimi mesi – significa entrare di diritto nel giro dei club che contano, probabilmente anche a livello internazionale. Evitando polemiche sullo status generale della musica dal vivo in città, ma concentrandoci sullo spettacolo dei newyorchesi, non possiamo negare che anche questi ragazzi, come gli altri compari sopra citati, hanno dato prova dal vivo di uno spessore superiore alle aspettative, per capacità tecniche, versatilità, polistrumentismo e cura dei suoni.

La pecca principale di Keating & co – e il difetto principale dell’esibizione di ieri, soprattutto se paragonata agli altri gruppi di simile storia visti da queste parti – è stata una certa indolenza iniziale, forse legata alla diffidenza verso un pubblico poco conosciuto e poco predisposto a far casino, almeno sulle note iniziali del gruppo (e ci scusino gli Hush Hush, che non abbiamo fatto in tempo a vedere, ma dai ringrazimenti sperticati fatti dagli Yeasayer, non possiamo che immaginare un notevole supporting act). Gli Yeasayer cominciano esattamente come comincia ‘Odd Blood’: ‘The Children’ si presta forse poco ad attirare l’attenzione del numeroso pubblico del sabato sera, pubblico che però, evidentemente lusingato, ricambia la precisione e il diletto della band quando questa ultima intona ‘Rome’. Proprio mentre i ragazzi intonano “Rome is gonna be mine, it’s just a matter of time”, l’associazione estetica tra Keating e Thomas Mars dei Phoenix (che pure hanno intitolato all’Urbe una canzone), suggerita anche dalle movenze e da alcune patinate scelte sonore, diventa piu’ evidente. Poco dopo è il turno di ‘I Remember’, uno tra i pezzi migliori di ‘Odd Blood’ che, nonostante la voce a volte poco cristallina di Keating e l’acustica del locale che non incoraggia certo pezzi atmosferici come questo, non perde un’oncia del suo fascino: uno dei rari brani in cui le tentazioni bastarde verso il synth pop che piu’ anni ’80 non si può vengono digerite e anzi esaltate dall’emotività di una melodia eterea. Metà set ed è tempo di ‘Tightrope’, il brano con cui gli Yesayer avevano contribuito alla leggendaria compilation ‘Dark was the night’ e che tanto aveva accelerato le aspettative per la seconda prova di studio dell’ennesimo fenomeno di Brooklyn. Ed è da questo punto che effettivamente il concerto decolla. La risposta alla canzone è forte e quando si arriva su ‘ONE’, l’esaltazione generale è evidente: non c’è una persona che non scuota le anche o che non oscilli, rapito/a, la testa, sia che si tratti dell’ennesimo studente o turista americano che si gode il fatto d’aver imbroccato un gruppo così in Italia a 12€, o che sia l’appassionato locale.

Le cristalline acrobazie vocali di Anand Wilder, che si appoggino su un tessuto piu’ sintetico e danzereccio o che raccontino una melodia indostana (come in ‘Madder Red’), sono davvero l’elemento differenziante del gruppo e si incastrano maledettamente bene con l’immaginario sonoro di questi Yesayer, tanto piu’ dal vivo. Prima di un bis non previsto – e richiesto a gran voce dal pubblico tutto – in realtà è ‘Ambling Alp’ a chiudere le danze: il singolone apripista di ‘Odd Blood’ ci fa sgolare e sgomitare tutti. C’è chi si impossessa del beat un po’ rockabilly della canzone e improvvisa coreografie con tanto di battiti di mani, chi invece si limita a rimbalzare scomposto col pugno alzato. Le luci si spengono un bis dopo, che d’effetto sul pubblico lascia poco – se non un tot di gratitudine – se tutti fluiscono via continuando a canticchiare come novelli george michael ”You must stick up for yourself, son/ Never mind what anybody else done”, memorabile ritornello di ‘Ambling Alp’ che ci si appiccica addosso e ci accompagna fino alla macchina.

Chiara Fracassi

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