Yamantaka // Sonic Titan + et//al. @ Init [Roma, 2/Giugno/2014]

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Allora, prendete cinque tizi che di canadese sembrano avere solo il certificato di residenza – tutti dalle fattezze orientali, a parte il chitarrista -, conciateli come dei novelli Kiss esoterici e iniziate a farli suonare. Pochi avrebbero immaginato un remix di influenze e di stili di tal fatta. Qui dentro c’è un po’ di tutto: traversate epiche, fughe psichedeliche alla Hawkwind, sfuriate heavy metal con tanto di doppia cassa, cavalcate oscure alla Blue Oyster Cult, scintille di J-Rock, prog e stoner. E, per finire, un’estetica che richiama stilemi della religiosità orientale. Questo cozzare violento di elementi quasi inconciliabili era chiaro fin dal nome: Yamantaka fa riferimento a uno degli yidam (oggetto di meditazione) del Buddhismo Mahayana, e in sanscrito vuol dire “Distruttore del Signore della Morte”; Sonic Titan è invece un omaggio all’omonimo brano della band stoner Sleep. Di fatto, la band consta di due elementi sempre fissi, nonché ideatori e artefici del progetto: Ruby Kato Attwood alla voce e Alaska B, per stasera alla batteria; conosciutesi alla Concordia University e già attive nella disciolta band noise rock canadese Lesbian Fight Club (e gli armadi di amplificatori Orange stanno lì a dimostrarlo). Prima di loro, a iniziare la serata troviamo gli italiani et//al. Poche le notizie rintracciabili su di loro in rete, così che ci accontentiamo/godiamo la sorpresa. Anche per loro formazione a cinque, con due archi (violino e violoncello), chitarra, basso e batteria. A spadroneggiare in termini di presenza scenica è evidentemente il cantante-chitarrista-tastierista che, simpaticamente, suonerà per buona parte dell’esibizione dando le spalle al pubblico, e l’incerta intonazione della voce non contribuirà a migliorare la sua posizione. A parte questo, i cinque piacciono e convincono, con brani obliqui e ambiziosi che lambiscono il rumorismo e certe velleità free e, al contempo, incursioni più orecchiabili e in formato canzone: ballate insistite e insistenti non scevre di una qualche melodrammaticità. A parte i vocalizzi del cantante, non esattamente all’altezza, gli et//al. lasciano una bella impressione.

Ed eccoli, i cavalieri della noh-wave, dal gioco di parole tra il teatro Noh e la no-wave di newyorkese memoria. A incarnare l’istanza teatrale è sicuramente Ruby Kato, in veste di geisha e sacerdotessa, praticamente immobile, se non quando è impegnata nel canto o nell’agitare un paio di ventagli rossi, o ancora a oscillare un piccolo campanello. Al suo fianco, la giunonica Ange Loft, ballerina-performer della band, e spesso impegnata con tamburelli, sonagli e piatti, oltre che alla voce. Chitarra, tastiere (Brendan Swanson) e batteria (la già citata Alaska B) completano il quadro. A farla da padrone i brani dall’ultimo ‘Uzu’, uscito l’anno scorso. A risaltare sono brani come ‘Lamia’, forse uno dei più fulgidi esempi della loro proposta: una marcia tribale psych-stoner, con il canto stridulo e lirico della Attwood a ricamare melodie acute e distanti. Ancora, ‘Whalesong’ accentua maggiormente la melodia, con un deciso viraggio verso un’epica e quasi chiesastica sontuosità, sottolineata dal piano battente e dalle ritmiche sempre sostenute. L’assenza del basso dona sempre e comunque una sorta di leggerezza ai brani, a dispetto della brutalità della chitarra, dai suoni decisamente heavy anni ’80, a volte fin troppo acidi, a sfiorare il pacchiano. Parlando di classicità, non è un caso che, a precedere ‘Whalesong’ nella lista di tracce di ‘Uzu’, ci sia ‘Atalanta’, stasera proposta verso la fine del set: quasi un saggio di piano, se non fosse per l’angelica e filtrata voce della Attwood che, insieme alla Loft, sfoggia grandi doti in quanto a estensione e intensità vocali. Se Ruby è lo yang, Ange Loft è decisamente lo yin, col suo aspetto imponente e di nero vestita, dalla mimica ferina e luciferina; ma poi i confini sfumano spesso e volentieri, con un’austera gravità che traspare continuamente dall’immobile e ieratica Attwood. In ‘Hall Of Mirrors’ è la Mama Cass degli Yamantaka a prendere la voce, declamando e scandendo ritmicamente. Non può certo mancare il singolo ‘One’, dove si incrociano ritmiche kraut e fraseggi prog con inediti cori indiani. Dall’esordio ‘YT//ST’ viene recuperata tra le altre ‘Hoshi Neko’, un pezzo pop con un portamento ritmico aggressivo e la voce che disegna ghirigori che mettono in risalto le liriche in giapponese. A parte qualche incomprensione e inconveniente tecnico al principio, un live tanto inaspettato e bizzarro quanto coinvolgente e convincente: staremo a vedere se questo eclettismo che li contraddistingue sarà il loro epitaffio o la linfa vitale per un possibile terzo album. Nel mentre, ci portiamo a casa CD e soddisfazione.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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