Yak @ Serraglio [Milano, 7/Ottobre/2016]

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Che gli Yak abbiano realizzato una delle migliori opere prime di questo 2016 è pressoché appurato, dato l’esorbitante numero di riscontri positivi ricevuti dalla band londinese in questi primi cinque mesi di ‘Alas Salvation’. Non era altrettanto appurato, invece, che l’hype fosse elevato già per la prima data italiana della loro tour, in programma al Serraglio di Milano. È quello che si evince dalle parole ascoltate per caso nel locale, da quelle scambiate con alcuni dei presenti e, soprattutto, dal modo con cui molti davano l’impressione di vivere l’attesa: niente smartphone e niente birra, solo lo sguardo rivolto al palco in attesa dell’ingresso dei tre inglesi. Gli Yak salgono sul palco e salutano con un cenno del capo, poi è subito musica. I volumi sono alti, lo spirito è tremendamente incendiario: la violenza del disco è amplificata e non è un caso che già sull’introduttiva ‘Harbour The Feeling’ il numero di persone coinvolte nel pogo sia piuttosto alto. Il titolo è un mantra, Oliver Burlsem urla, si muove incessantemente, scuote la chioma e rivela la sua somiglianza solo fisica con Mick Jagger. Perché gli Yak sul palco hanno un’attitudine grunge e un approccio punk, sebbene i loro suoni ruvidi, sporchi e sghembi siano in continua oscillazione fra garage e noise, nonostante non manchino evidenti farciture psichedeliche. Se Elliott Rawson picchia la sua batteria con una cattiveria inaudita nascosto dai coni d’ombra creati delle luci e dal fumo e Andy Jones mostra un’ottima presenza scenica, Oliver Burslem è invece un autentico animale da palcoscenico: il suo movimento incessante nei pochi metri quadri a sua disposizione, il suo perpetuo headbanging, le sue urla di rabbia lo rendono un leone in gabbia, in alcuni momenti ha il plettro in una mano e con l’altra suona la tastiera. Dopo la sbornia ‘Hungry Heart’, viene proposta ‘Smile’, i cui suoni sono più dilatati, nonostante non manchino piccole deflagrazioni e un finale ancora tesissimo. Il minuto di follia di ‘Alas Salvation’ conduce alla schizofrenia à la Stooges di ‘Curtain Twitcher’, mentre le distorsioni violente e la delirante e caotica ‘Heavens Above’ certifica il fatto che gli Yak dal vivo sembrino tutto fuorché una band esordiente. Il fascino della carezzevole ‘Roll Another’ è un’altra illusione prima degli schiaffi finali, mentre l’ebbrezza di ‘Victorious (National Anthem)’ genera un pogo sempre più energico. Le evoluzioni chitarristiche e le urla disperate di ‘Out On A Limb’ anticipano un finale in grande stile, con una versione dilatata e devastante di ‘Use Somebody’ e la cover di ’21st Century Schizoid Man’ dei King Crimson. In reprise, ‘No’ e ‘Plastic People’ scrivono la parola fine su sessanta minuti di grande intensità. Ci sono artisti che hanno una naturale predisposizione a far bene in live e artisti che invece fanno irrimediabilmente fatica: gli Yak appartengono alla prima categoria, grazie alla loro capacità di mantenere costantemente alto il livello del live, cosa non semplicissima neanche per band più navigate. Nonostante i volumi alti abbiano sporadicamente inficiato la fruizione ideale dei suoni (la sensazione è che ci sia stata un’esplicita richiesta dei tre in tal direzione), è stata un’esibizione capace di alimentare grandi speranze per il futuro della band, ad oggi una delle migliori promesse del rock contemporaneo inglese (e forse non solo).

Piergiuseppe Lippolis

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