Xiu Xiu + Larsen @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Maggio/2006]

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Onde fugare ogni dubbio sulla presunta obiettività del resoconto della serata premetto che chi scrive è un very fun degli Xiu Xiu: potrebbero anche scoreggiare nei microfoni e il sottoscritto griderebbe ugualmente al miracolo scomodando persino John Cage e Stockhausen. Chi li detesta pertanto farebbe meglio a cliccare sulla x in alto a destra di questa pagina.

Il Circolo è pieno a metà (e lo resterà fino alla fine) quando sale sul palco il quartetto torinese dei Larsen introducendo il set con pura glitch music dalla quale nascono sottocutanee e rarefatte note di chitarra che si trasformano in un arpeggio sognante prima dell’attacco di batteria. Post rock ma non solo, c’è una certa epicità nell’aria nonostante si percepisca che la base di tutto provenga da una dark wave lontana nel tempo. La strumentazione è varia ma non troppo: due chitarre, batteria, laptop, tastiera, fisarmonica, violino elettrico, xilofono, theremin. Ogni tanto uno dei chitarristi (quello somigliante a Nick Oliveri) intona delle litanie goth con voce cavernosa (non a caso sono stati prodotti da Mike Gira degli Swans). Musica da film che non ha bisogno di alcun film per esistere e per propagarsi. Tutto risulta diluito e rarefatto, ci si concentra sui suoni e sulle armonie più che sulle melodie. Ci si lascia trasportare per tre quarti d’ora verso un posto imprecisato a metà strada tra il nostro inconscio e una dimensione parallela. Quando ci accorgiamo di esserci persi salgono sul palco Jamie Stewart e Caralee McElroy, ovvero gli Xiu Xiu, che affiancano i Larsen proponendoci tre pezzi dell’album “Ciautistico” inciso insieme a loro sotto l’acronimo XXL. L’atmosfera cambia ma solo leggermente, la voce di Stewart è quella che conosciamo, emozionale, emotiva e sofferta. Il primo pezzo si conclude con una sconvolgente apoteosi di percussioni, la jam è convincente e nel terzo brano si raggiungono persino sonorità etniche e mediterranee del tutto inaspettate.

Tra effusioni varie e saluti reciproci i Larsen lasciano il palco ai soli Xiu Xiu; giusto il tempo che Jamie Stewart incolli sull’amplificatore un post-it con la scaletta del concerto e si parte. Si inizia subito con un brano che molto probabilmente farà parte del prossimo album (“The Air Force” la cui uscita è prevista per il 15 settembre, ndr). La chitarra è arpeggiata lievemente mentre la voce alterna sussurra e grida di bergmaniana memoria in classico stile Xiu Xiu. Si continua con la quasi-techno nervosa e ossessiva di “Brian The Vampire” con un intermezzo di cacofonia percussiva in cui Jamie Stewart si dimostra davvero un ottimo sbattitore di tamburi, piatti, campanelli e xilofoni. Il terzo pezzo è una sorpresa, una filastrocca cantata da Caralee (che si è un po’ inquartata rispetto all’ultima volta, ma sempre caruccia rimane) in stile Architecture In Helsinki (speriamo di poter riascoltare anche questo nel prossimo album) spezzata da un inserto di musica d’avanguardia dove ogni singolo suono è studiato con cura nonostante l’apparente caos. Lo dimostra persino la maniacale perfezione nel ricercare la giusta spennata finale sull’autoharp al termine di “Bog People” tratto dal sottovalutato album “La Forêt” del 2005. E’ incredibile come solo in due (e una leggera base) riescano a rendere dal vivo brani arrangiati in studio spesso in maniera incomprensibile: Caralee sta dietro l’harmonium e quando non pompa l’aria sbatte dei piccoli gong (grandi come coperchi di pentole) e campanelli da reception d’albergo; Jamie, tanto timido quanto comunicativo (ma solo con la musica, il canto e i movimenti corporei, mai a parole), si alterna tra una Gibson diavoletto e uno strano xilofono e ogni tanto spezza le bacchette sui piatti e su un rullante. Non riesco a tener ferma la testa su pezzi come “Apistat Commander” e “Muppet Face”, potenziali riempipista da dancefloor, volutamente martoriati sia in studio che dal vivo per trasmettere meglio quella sensazione di angoscia e di disperazione tipica della loro cifra stilistica. A differenza dell’ultima volta che hanno suonato al Circolo il pubblico è decisamente più attento e gli ansimi di Jamie Stewart arrivano alle orecchie insieme al suono delle corde appena sfiorate su “Fabolous Muscles”. La loro capacità di penetrazione e di far commuovere è assoluta sia in momenti intimisti come questo che in mezzo a inconcepibili groove e a suoni e rumori brutali, la loro intensità ci lascia sopraffatti. Il più grande gruppo vivente della galassia conclude il suo set con il capolavoro “Sad Pony Guerrilla Girl” dove Jamie Stewart si esibisce, durante quello che in studio era un intermezzo alla Stockhausen (come volevasi dimostrare), in un generoso pompino con l’ingoio al microfono, lasciando cantare l’ultimo ritornello alla bambinesca voce di Caralee (“I like my neighborhood I like my gun, drive in my little car I am your girl and I will protect you”) prima della meritata ovazione finale. A questo punto ritornano sul palco anche i Larsen che riprendono insieme al duo di San Diego (ma residente nella mia amata Seattle) il discorso interrotto un’ora prima congedandosi dal pubblico con due ultimi brani, dove si sente ancor più la buona riuscita dell’intersezione tra due gruppi molto lontani nella forma ma molto simili negli intenti.

Daniele Gherardi

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