Xiu Xiu @ Init [Roma, 17/Giugno/2010]

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Dopo la prevedibile figuraccia della Francia contro il Messico (preludio del biscottone del secolo, che mi godrò appieno proprio a Parigi) mi incammino verso l’Init per quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo concerto della stagione inverno-primavera per quel che mi riguarda. L’umidità nell’aria è ancora piuttosto consistente e gli (r) (ovvero Fabrizio Palumbo dei torinesi Larsen, accompagnato per l’occasione da Daniele Pagliero) hanno già iniziato a suonare da pochi minuti quando l’amica Sarah all’ingresso mi marchia il dorso della mano con un timbro pressoché indelebile che sarà causa di qualche sguardo perplesso la mattina dopo al lavoro. La sala è satura di droni elettronici e di vapore acqueo, ma riesco a trovare un posto a sedere in una posizione sufficientemente ventilata da far finalmente separare i jeans dalla pelle. Il set di Palumbo è davvero interessante, tra distorsioni alla Burzum, feedback, organi sintetici e voce cavernosa o sussurrata. Un folk apocalittico privo della componente folk. Una menzione a parte merita il pezzo conclusivo: una decina di minuti all’inizio dei quali un bordone continuo manda in risonanza la pellicola del riflettore sopra di me, (friggendomi il cervello come uno stadio pieno di vuvuzela) prima di essere sovrastato da un’allucinante e interminabile sequenza di feedback cosmici, ideale colonna sonora di un viaggio interstellare con un vecchio furgoncino Volkswagen.

Esco a prendere un po’ d’aria (che nel frattempo si è fatta gradevole) e per decomprimere un po’ le meningi e scopro con enorme piacere che nel giardino esterno dell’Init è stato messo un nuovo bancone del bar munito di birre vere e non delle solite bevande gassate dal vago sentore di birra che chi è appassionato di musica live è costretto a trangugiare malvolentieri praticamente in tutti i locali di Roma. Felice come un bambino rientro in sala quindi col mio bicchiere pieno di un’ottima bitter ale, mentre Jamie Stewart e la sua nuova compare giappo Angela Seo (che sostituisce la cuginetta Caralee McElroy, passata nel frattempo tra le fila dei Cold Cave) preparano la loro attrezzatura sul palco. Gli Xiu Xiu (si pronuncia sciù sciù, mi raccomando) li seguo quasi dagli esordi e questa dovrebbe essere la quarta volta che li vedo dal vivo, ma nonostante ciò (o forse proprio per questo) sono ugualmente impaziente per l’inizio del loro concerto. Che parte subito in maniera altamente drammatica con l’inedito ‘Black Drum Machine’, gradevole storia incentrata su stupri incestuosi e loro conseguenze, dove bastano le corde pizzicate della chitarra e la voce piena di tensione di Stewart a creare un atmosfera terrificante. Segue poi una sequenza di quattro brani (‘Apistat Commander’, ‘Gray Death’, ‘Dear God I Hate Myself’ e ‘Muppet Face’) che con la loro quasi-techno malatissima e le sfuriate dei due sui numerosi piatti e campanelli a ridosso delle tastiere non possono non far pensare che a un rave party di cellule tumorali che ballano sotto acido. I suoni sono curati alla perfezione, ancora più che nei concerti precedenti, di conseguenza emerge anche quella componente pop nascosta che, insieme a un eccellente gusto per gli arrangiamenti, fa di Jamie Stewart uno degli artisti più importanti per la musica degli anni zero. A questo punto, dopo un brano più rilassato (si fa per dire), utile per distendere i miei muscoli tesissimi, parte l’inconfondibile attacco di ‘I Luv the Valley OH!’ dove il synth prende il posto della chitarra e Stewart suona addirittura un Nintendo DS in una versione live veramente da brividi che il pubblico accoglie con un’ovazione finale (che bene o male ha comunque caratterizzato tutte le esecuzioni). Segue un altro paio di momenti per riposarsi in vista del gran finale che arriva con un’altra serie pazzesca e ancora tutta da ballare come ‘Poe Poe’, ‘This Too Shall Pass Away’ (con dei roboanti e gloriosi sintetizzatori da far invidia a qualsiasi dj truzzoide) e ‘Chocolate Makes You Happy’ prima di concludersi con una ‘Boy Soprano’ intensa ed emo(tiva) più che mai e con la quale i nostri salutano evitando di concedere i bis nonostante la calorosissima richiesta da parte del pubblico. Poco male, rimane comunque il concerto dell’anno (ovviamente insieme a quello di Michael Rother and friends) e non mi resta altro che celebrarne la fine brindando insieme al mio amico immaginario con una imperial stout americana di eccellente fattura.

Daniele Gherardi

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