Xiu Xiu @ Circolo degli Artisti [Roma, 14/Maggio/2008]

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Avendo perso l’opportunità di osservare le evoluzioni della “creatura” XXL (acrostico di Xiu Xiu e Larsen) nella tarda primavera ci ritroviamo al CdA per la band di San Josè, California. Pregustando un concerto dominato, probabilmente, dall’incedere percussivo di ‘Women As Lovers’. Immaginando che le familiari pareti porose e la relativa piccolezza del luogo restituiscano linfa e sudori freddi alla produzione passata e presente degli Xiu Xiu, dai timbri isolati, cozzanti l’uno contro l’altro come schermaglie d’amore e guerra. Eppure… un profumo dolciastro distoglie uno dei sensi fin dall’inizio. Si prospetta un affanno che non sarà “squisitamente psichico”. Gruppi numerosi di utenti si accalcano in metà della sala, e la loro musica di chiasso è irregolare, ma senza rimandi più profondi dei loro bicchieri di birra, prontamente rovesciata a terra. L’ascoltatrice(/ore) irritata, forse dalla sua cagionevole salute di non-giovane, si preoccupa. Finchè non irrompe nell’etere il suono dei Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo, nome idiota e deliziosamente felino, con i loro graffi e le loro fusa. Italiani, con 5 dischi all’attivo dai chiari riferimenti ai colori primari, preannunciano in grigio-noir (come il titolo dell’ultimo lavoro) sprazzi di esternazione Xiu. Strumenti levigati ma con un andamento fantasioso e immaginifico – hanno musicato più volte il cinema, i Gatti – con tastiere ed effetti che spezzano la corposità mediterranea delle composizioni. Tutto procede dolcemente, riflessivo e strumentale fino all’ingresso di una delle voci ospitate in ‘Disco Noir’, uscito a marzo 2008. Una sagoma con ciuffo nero, troppo morbido anche per gli emo più imberbi, saltella sul palco emettendo ululati decisi e tronchi. Privi di fascino. La musica sembra servizievole nei suoi confronti, perfino mentre abbandona la sala, presentato dai Gatto Ciliegia come ”Pier dei Velvet”. Ah. Dopo l’episodio il gruppo sembra andare avanti lungamente, stinto come in un sogno lisergico di cui conosciamo già troppo.

Ed è così che, tra aggiustamenti infiniti, Stewart degli Xiu Xiu approda finalmente tra noi. E’ mezzanotte inoltrata, e accanto a sé ha la bionda cugina che manovra effettacci e tastiere; in più due elementi mobili, funzionali e integrati. Più piatti che in un normale ensemble batteristico, disposti su uno strumento verticale oblungo, luminosi. Saranno il termine degli sfoghi di Cory McElroy e di un batterista vigoroso e nascosto. Solo dopo sinceramente meticolosi, veritieri, nella tradizione paranoico-ossessiva che lo contraddistingue, Jamie Stewart lascia alzare la sua voce. La figura nettata dalla luce risuona nell’iniziale ‘I Do What I Want, When I Want’. Leggerissima, appena rotta dal suo singhiozzo abituale, perso dentro se stesso. A sua volta, intervallato in momenti lunghi ma evanescenti dal cantato della collega. “Come soffre”, commentano, superflui, studenti fuori sede. E nel mentre gli Xiu Xiu spaziano tra i nuovi brani, più d’osso che meandri vocali assoluti, con il protagonista costretto tra le spine ai fianchi, il suo cantuccio: percussioni di cristallo, armoniche pungenti più che ariose. Gli ammiratori, pur ammirando, parodizzano involontari. E non riesco a ridere. Neppure Jamie Stewart è ironico o sarcastico, ma è piuttosto delicatamente teso, concentrato. Quasi muto tra un brano e l’altro, concede incomprensibili sussurri, mentre un muro di allegria ebbra e molesta si cementa tra chi suona e chi scrive(rà). Nessun bis, nessun tentativo di ricadere in quelle grotte cupe della gola. Però il cantante ricompare dopo un po’ tra applausi e boati desiderosi. Poi scompare veloce, portando via timidamente un oggetto dal palco.

Chiara Federico

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