Woven Hand + Nancy Elizabeth @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Novembre/2009]

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Nell’ avventurarsi in zone desertiche si ha la sensazione di imbattersi in luoghi di morte e mistero; ti puoi salvare o puoi sorprenderti assediato, dalle trappole o dai tuoi stessi errori. La valle della morte, come ce ne sono tante nell’esistenza umana, non è poi così tanto lontana dal roccioso e selvatico Colorado. Chiamato così da chi vi ha messo piede per primo per via del caratteristico colore rosso dei suoi canyons. Rosso come il sangue dei martiri e rosso come le fiamme della tentazione diabolica. Starò – probabilmente – forzando la mano ma è tanto di quello che c’è nella musica di David Eugene Edwards e di Woven Hand, questa sua creatura indomabile. Finalmente a Roma, per percuotere la coscienza dei peccatori e per sollevare l’anima dei derelitti, a un anno di distanza dall’uscita del roboante ‘Ten Stones’, dove ogni pietra ha un peso, in questo senso più che religiosamente simbolico, fisico e strutturale nel senso di stile, contenuto, suono. Profetico untore dei precetti della bibbia, in cui egli crede fermamente, e irrequieto ammonitore di questa lasciva umanità. Pare non esservi speranza – per egli – a meno che non si tenda l’orecchio al buon dio. Sale sul palco David, insieme a Pascal Humbert [già membro dei 16 Horsepower] e Ordy Garrison, rispettivamente al basso e alla batteria. Monolitico, con una bandana che gli fascia la testa e delle ghette cheyenne ai piedi, un viso di tufo e uno sguardo trafiggente da repressore. Sarà come poggiare il mio di orecchio su di un lembo di terra e sentirla pulsare, forte.

L’orario è sorprendentemente ragionevole e non male per un’ “immaginaria” fine del mondo; a che serve quindi dire: ciao, sono David e noi siamo i… Non c’è tempo. Quel purissimo mezzo-sangue nativo si accomoda e già infierisce un colpo d’accetta con ‘White Bird’, già trasuda, già scalpita come fosse trattenuto da una morsa, già vacilla sullo sgabello. Il volto è una maschera totemica, a tratti grottesca, poco rassicurante. Si fa fatica a non pensarlo posseduto da qualche presenza spirituale, in linea con la cultura animista delle popolazioni native dai cui egli stesso discende. La voce intensa e onesta sostenuta da versi e gorgheggi primordiali, mortifica e lambisce, il basso tellurico sperona la batteria e questa lì a tallonare e pestare i nostri sensi di colpa. Il suono di Woven Hand si fa persecutore, travolgente e si rimane imbrigliati in una sorta di luminescente verità sull’umanità, un’intimidatoria profezia. Indipendentemente dalle fedi. Non serve in fondo un dio per accorgersi della condizione umana. David fagocita gli astanti e affabula col fascino di un guaritore sciamano mentre ogni tanto pensa bene di irrigare il palco con qualche gettata di saliva, quasi fosse uno gesto catartico spontaneo. Non c’è pausa, c’è sempre meno tempo per capire, per redimersi, non c’è proprio niente da ridere. Agita i piedi come fossero sonagli di crotali, gli occhi rivoltati e gesti da presago ad accompagnare i brani saturi di tono e forza. C’è appena un secondo per un minimalista “thanks for clapping” e poi riprendere la corsa fino alla fine. Rientrerà voluto da tutti, si aggiungeranno i due poco a poco. Assume i colori, lo spettro luminoso di un dipinto votivo tanto vicino sembra essere al suo dio mentre ci propone una crepuscolare ‘Whistling Girl’ ridotta a voce e mandolino. Sono a posto. I mali si sono estinti, almeno per poco. Che esista un dio o meno su questa lurida terra di polvere.

Non voleva questo mio report suonare Woven Hand-centrico. Nancy Elizabeth e le sue ancelle coriste hanno dato prova di una buona performance nonostante, mentre eseguiva i brani, non facessi altro che giocare al “mi ricorda questa…e questa”. Ottima la scelta della piccola arpa per accompagnare brani come ‘I’m like the paper’, e la sedia colpita + ticchettio delle scarpe per ‘Feet Of courage’. Di sicuro un live più condito rispetto alla performance smunta di due anni fa. Brava.

Marianna Notarangelo