Woodworm Festival @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Marzo/2014]

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Woodworm Label nasce ad Arezzo nel 2011, pubblica musica indipendente italiana ed è contraria ad ogni forma di collaborazione con major. Lo slogan che troviamo sulle cartoline promozionali dell’evento è “Il tarlo del legno (woodworm significa proprio questo) lavora silente e invisibile, ma un giorno l’albero crollerà”. Una visione utopica, ma per un’etichetta che in soli tre anni è riuscita a portare a sé molti tra gli artisti locali più apprezzati da pubblico e critica, l’impressione è che nulla sia impossibile. Per promuovere il proprio roster e mostrare la bontà del proprio progetto, la label ha deciso di proporre, alle porte della primavera, un festival itinerante. Tre serate di fila con la stessa line up e gli stessi contenuti, in tre differenti città (Roma, Bologna, Milano) nelle quali far esibire sei nomi importanti che avranno così la possibilità di fare squadra e solidarizzare, condividendo viaggi, avventure e mezzi di trasporto, oltre ovviamente ai palchi.

La tappa di apertura è quella romana, presso la storica sede del Circolo degli Artisti e la soluzione scelta dall’organizzazione, per minimizzare lo scarto di tempo necessario al cambio palco, è quella di far esibire, a rimbalzo, nella sala principale i gruppi con più componenti e nella red room, l’area dove in genere avviene la vendita del merchandising post-concerto, quelli in formato ridotto. Il programma è ricco e la voglia di perdersi anche solo uno dei nomi in cartellone non ci sfiora neanche, così alle 21 varchiamo la soglia del locale di Via Casilina Vecchia. La solita sala concerti è vuota, ma la red room già pulsa di entusiasmo: ecco sul palco i Bachi da Pietra, duo che mette in moto la prima tappa del festival in maniera tutt’altro che soft. Giovanni Succi, voce e chitarra, salirà sul palco in una mise del tutto particolare: giubbotto con cappuccio e sciarpa legata al collo, mentre Bruno Dorella si accomoderà alla batteria con la sua cascata di dreadlocks. All’inizio del live il frontman chiederà se è tra i presenti il fan che gli aveva chiesto di eseguire ‘Ofelia’ e dopo la sua uscita allo scoperto deciderà di eseguirla. Poi richiamerà gli spettatori per farli avvicinare, vista l’iniziale timidezza dovuta probabilmente all’inconsueta location. Il set attingerà quasi del tutto da ‘Quintale’, ultimo lavoro decisamente più convincente live che nella versione studio, nella quale ci sembrava mancare d’incisività. Si chiuderà con Succi in ginocchio con la sua chitarra ed il pubblico ad osannarlo, dopo 7 brani molto carichi. Neanche il tempo di dare un’occhiata al luculliano banchetto del merch che nella sala a fianco è già il momento del secondo live, quello degli artisti meno noti del novero. The Crazy Crazy World of Mr Rubik sono un trio bolognese arrivato al secondo album e con un nome tra i meno “comodi” mai scelti da una band. Il loro set risulterà gradevole, ma nulla più e la fusione tra generi sarà allo stesso tempo il pregio più grande ed il limite maggiore. Curiosa la scelta di Matteo Dicembrio, cantante e addetto ai synth, che invece di rivolgersi verso il pubblico, si mostrerà soltanto di taglio, così come il chitarrista di fronte a lui. Il brano finale invece eliminerà le distanze, venendo eseguito direttamente tra gli spettatori.

Si torna nella sala rossa per Umberto Maria Giardini, in acustico. I due sul palco, Moltheni e Marco Maracas, sembrano usciti dal Trova le Differenze de ‘La Settimana Enigmistica’, uno dei più complessi per giunta, condividendo barbe lunghe, occhiali, gilet e chitarre. Dal pazzo mondo di Mr Rubik, in cui suoni sintetici la facevano da padrone, si passa ad atmosfere cantautoriali ed acustiche, apprezzate dai fan, ma snobbate da tutti gli altri presenti. Sei brani per UMG, che ci risulterà essere il più penalizzato dalla struttura del festival. Nel corso del suo live potremmo infatti assistere alla presa del sopravvento del campanilismo sul piacere di ascoltare con attenzione tutti gli artisti della serata. Alcuni fan si andranno a posizionare sotto il main stage, sguarnito, per assistere poi al set degli esperti Julie’s Haircut da posizione privilegiata. La band di origine sassolese ha un’esperienza lunga tre lustri e per ‘Ashram Equinox’, il lavoro più recente, ha deciso di passare alla Woodworm. Il quintetto, con camicie scure, darà vita ad un set che come da abitudine darà molto più peso alla musica che alle parole. Solo nel corso del quarto brano il frontman Nicola Caleffi userà il microfono per la prima volta. Assente la componente visual, proposta in altre date per promuovere l’ultimo LP, in chiusura ci sarà spazio per una cover dei Black Sabbath, ‘Planet Caravan’, interpretata magistralmente. D’altra parte è una band di comprovato valore anche nelle cover, dal momento che venne scelta da Peter Hook per musicare live l’intero ‘Unknown Pleasures’ dei Joy Division nella data di Reggio Emilia.

Prima dell’ultima nota di ‘Black Caravan’ ci spostiamo nella sala di fianco per quello che per noi è il momento più atteso della serata: l’anteprima, da parte di Nicola Manzan, in arte Bologna Violenta, del tour che prende il nome dal suo recente concept album ‘Uno Bianca’, che racconta in musica (e a parole, nel booklet presente all’interno) i crimini commessi dalla banda composta principalmente da poliziotti e tristemente attiva nel periodo 1987-1994 in Emilia Romagna. L’artista trevigiano, dopo aver fatto spegnere tutte le luci, inizia il suo set, totalmente strumentale e corredato dai visual mostrati sul maxischermo alle sue spalle. Vengono raccontati i colpi della banda, in ordine cronologico, con corollario di incassi, morti e feriti. La musica va di pari passo, quando più violenta, come quando si narra di sparatorie e inseguimenti, quando più solenne, come nel caso delle morti, esemplificate sullo schermo con una grande croce al centro dello stesso. Le uniche brevi soste all’interno dell’intensissimo set ci saranno quando Manzan si disseterà da una lattina di birra e ringrazierà il pubblico per i meritati applausi. La sola pecca sarà la maleducazione di alcuni spettatori, che decideranno di conversare amabilmente e ad alta voce nel corso della performance, seguita in religioso silenzio dalla maggioranza che tenterà di zittirli con degli shhhhh che ci riporteranno ai tempi delle scuole elementari. Ci sarà spazio anche per immagini di repertorio e filmati tratti dalle cronache dell’epoca. La chitarra verrà sostituita nel finale dal violino elettrico che sottolineerà le parti dell’arresto e del processo, fino a chiudere sul suicidio del padre dei tre fratelli Savi, tutti membri della banda che uccise 21 persone, spesso anche per magri bottini. Coinvolgente, emozionante e disturbante. Un pugno nello stomaco, come dirà il buon collega di report Piero Apruzzese a Manzan stesso a fine live.

Il programma arriva così all’ultima tappa, quella più attesa dalla maggior parte dei presenti e che riempirà in maniera maggiore il main stage: il live dei perugini Fast Animals and Slow Kids. Il frontman Aimone si presenta con un braccio legato al collo, conseguenza di un incidente con lo snowboard, e per uno che fa della foga sul palco il suo punto di forza si potrà pensare ad un live in tono minore. Nulla di più sbagliato: non mancherà di fare stage diving, anche in queste precarie condizioni fisiche, così come gli altri quattro membri della band useranno ogni stilla di energia, come al solito. ‘Hybris’, il lavoro più recente, verrà snocciolato quasi interamente ed il pubblico si scatenerà nel pogo, mentre noi, a differenza di altre volte, non ci esalteremo più di tanto: dopo la performance di Bologna Violenta non sarebbe stato facile per nessuno scuoterci ed emozionarci allo stesso modo. La serata finisce, ma il festival itinerante va avanti e da parte nostra c’è la sicurezza che le due tappe successive siano state un successo come la prima. Il tarlo del legno magari non farà crollare l’albero, ma il suo lavoro, da silente e invisibile, sta diventando sempre più apprezzato e sostenuto dagli amanti della buona musica.

Andrea Lucarini