Woods @ Monk [Roma, 1/Aprile/2017]

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Tra le tante interessanti iniziative di quel posto che ormai chiamiamo casa, ma che di fatto si chiama ancora Monk, quest’anno una in particolare a parer di chi scrive ha di certo superato l’interesse su tutte le altre. La rassegna del Rome Psych Fest e le sue proposte musicali di band affermate o emergenti è decisamente quello di cui avevamo bisogno: una parentesi di musica tendenzialmente etichettabile come “psych” nelle sue tante declinazioni rock, folk o pop che siano, che ogni tanto ci risveglia da questo bombardamento di band italiane mescolate nello stesso calderone musicale, salvo le dovute ammirevoli eccezioni. L’apertura della serata spetta a Persian Pelican, ottimo progetto di Andrea Pulcini e band, attualmente all’attivo con il terzo LP intitolato “Sleeping Beauty” (2016) che li sta finalmente consacrando come validissimo gruppo alt-rock dal sapore folk e onirico. Li vedremo presto nella prossima edizione del Pro Primavera Sound tra le band emergenti italiane selezionate dal festival catalano. Un rapido cambio palco per accogliere il quintetto di Brooklyn a brevissimo in uscita con il decimo album in studio “Love is love”. Jeremy Earl e compagni hanno la capacità di proiettare immediatamente il romanissimo Monk in scenari americani aprendo il concerto sulle note di “Leaves like glass” contenuta in “With Light and with Love” (2014) e proseguendo, senza troppe smancerie e nulla interazione con il pubblico, con brani contenuti nell’ultimo lavoro “City Sun Eater in the River of Light” (2016). L’intera esibizione è suddivisa tra sonorità folk e psichedeliche in un intreccio di suoni studiati a puntino, a tratti monotoni e ciclici, ma di indubbia qualità. Il falsetto di Earl, filo conduttore nei vari brani, si dissolve nelle lunghe code e negli intermezzi lisergici, lasciando spazio alle distorsioni e ai ritmi sincopati della batteria. La sensazione è quella di trovarsi in una bolla di suono, ovattata e piacevole.

Melania Bisegna

Foto Elisa Scapicchio

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