Wooden Shjips @ Init [Roma, 28/Aprile/2010]

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Qualche tempo fa fini al Tg1 la storia che su youtube circolavano dei suoni-droga, li sentivi e il cervello ti si annebbiava. Ovviamente poi tutto si rivelò una bufala. Almeno fino a stasera. Ma andiamo per ordine, sono le 23.40 quando sul palco dell’Init si presentano i Trans Upper Egypt. Sono un quartetto: tre suonano (basso, batteria, tastiere sul limite del feedback) l’altro modella le onde corte e medie che escono da una vecchia radio anteguerra tramite dei pedali di chitarra. Come gli headliners della serata hanno la voce molto effettata e si presentano con un bizzarro look tra il tribale africano e l’estremo oriente, più bigiotteria varia al collo. Originale ricetta per un gruppo che senza strafare conquista la platea e se ne va dopo 7 pezzi dilatati in mezz’ora. Con la sensazione che il fonico non gli renda piena giustizia. Da approfondire.

Lungo cambio palco, con un problema a un ampli risolto in una mezzoretta ed è l’una meno venti quando da San Francisco – California arrivano per la prima volta a Roma i Wooden Shjips. Una J li separa da una delle tante formazioni di Crosby & Stills, ma loro, a differenza dei loro concittadini di 40 anni fa, più che voler prendere l’LSD sembrano volerla dare alla platea; sottoforma di onde sonore. I quattro dischi all’attivo per la Holy Mountains gli sono valsi l’attenzione soprattutto degli addetti ai lavori, moltissime delle cento persone che sono venuti a vederli sono musicisti, fotografi, dj, speaker radiofonici o comunque persone strettamente connesse a una qualche forma di arte. L’ossessiva miscela acida che propongono è ripetuta ripetuta e ripetuta finchè non ti muovi a tempo senza neanche accorgertene. Non è musica per le masse. Ripley Jonhson imbraccia una chitarra Arrow nera innamorata del flanger, ma la parte più presente è la pressante sezione ritmica con un basso pulsante di linee semplici e ripetive che ti trapanano il cervello a cavallo di una batteria dritta, solo quattro pezzi: rullante secco e grande botte di cassa. A farcire tutto un organo che contrappunta suoni alla Suicide. Applausi e allucinazioni. La grande pecca è che finisce tutto troppo presto, solo 50 minuti e niente bis. È l’una e mezza e domani si lavora, all’afterparty resteranno davvero in pochi. Una serata di idee d’avanguardia che forse non saranno mai apprezzate dal grande pubblico, ma la musica più preziosa a volte è giusto tenerla nascosta. 10euro, 8 se avevi prenotato via web, visti i prezzi correnti una bella cuccagna. E fortunatamente tutte le fotocamere e le telecamere presenti (tante) non erano del Tg1.

Giovanni Cerro